In Val Ganosa e al Lagostel

… inseguendo gli stambecchi che non ci sono.



“Gli stambecchi da quelle parti? Sicuro. In Val Ganosa li trovi di certo” Così lo scorso anno mi disse tra le altre interessantissime cose il malghese della Giumela. Conoscevo piuttosto bene la zona e di stambecchi non ne avevo mai visti (anche se sapevo per certo che, qualche tempo fa, alcuni esemplari erano stati rilasciati più in basso, ai Paludei), avevo visto solo cervi e camosci, per cui le affermazioni del malghese mi lasciarono molto dubbioso. Ma siccome “non si sa mai”, quest'anno ho deciso di affrontare ancora una volta il lungo “Percorso della fauna” che dal Fontanino di Pejo arriva fino al Lagostel integrandolo però con due diversioni, la prima, da compiere alle prime luci del sole, per osservare i cervi in amore sulle praterie delle Mandriole, la seconda per esplorare (prendendo per buono il consiglio del malgaro) la sconosciuta Val Ganosa sulle fantomatiche tracce degli stambecchi. Del “Percorso della fauna” ho già dettoin un altro mio post...  Questo percorso è uno dei numerosi giri tematici che vengono proposti dagli operatori del Parco dello Stelvio agli escursionisti amanti della natura. Consiste in un tracciato ad anello, lungo ma alla portata di tutti (se non si temono le ripidissime scarpate erbose e i piccoli dirupi attraversati dal bel sentiero), che si snoda sul versante sinistro della Val del Monte nella zona di Pejo.

Ma veniamo a questa mia escursione di fine settembre che parte dal Fontanino di Pejo dove parcheggio l'auto. Qui imbocco subito, in compagnia dell'amico di sempre, la strada bianca che sale alla diga di Pian Palù. In una ventina di minuti raggiungo il lago. E' ancora buio ma ad oriente il cielo è già chiaro. Quando, dopo alti venti minuti di cammino arrivo a Malga Giumela il sole inizia ad illuminare i monti più alti. La cima de Redival, dove da anni (lo dico con certezza) stazionano gli stambecchi, è di fronte a noi, ben illuminata, nel cielo sereno, dai primi rossastri raggi del sole.
Proseguiamo nel bosco sulla mulattiera che porta a Malga Paludei scarpinando per una trentina di minuti o poco più fino ad incontrare il sentierino che sale al Lagostel. Le indicazioni non mancano: non si può sbagliare... Ma per noi è giunto il momento di deviare dal percorso canonico e di raggiungere, seguendo delle tracce sconosciute ai più, le alte praterie dove dal crepuscolo all'alba pascolano i cervi. Siamo all'inizio del periodo degli amori quando i maschi di questi maestosi selvatici competono tra di loro a suon di bramiti per il dominio delle femmine... Ma di questa digressione dal classico “Percorso della fauna” ho già raccontato in un “articolo” di qualche settimana fa, il post “In Val del Monte all'epoca degli amori del cervo
Il sole è ormai alto, i cervi lasciano i pascoli e si rintanano nel bosco... è giunta l'ora di abbandonare i nostri nascondigli, i grossi larici che ci celavano alla vista dei selvatici e di ridiscendere al crocevia tra la stradina dei Paludei e il ripido sentiero che sale al Lagostel. Qui giunti iniziamo la salita e, tornante dopo tornante, superato il bosco ci ritroviamo nuovamente sulle alte praterie al di sopra del limite della vegetazione arborea. Quassù, non di rado, capita di avvistare qualche camoscio ma oggi qualcuno ci ha preceduti allertando e allontanando le eventuali selvatiche presenze. Ma noi ci accontentiamo anche del bel panorama sui monti innevati che ci stanno davanti, il Corno dei Te Signori, dove si dice abbia origine il fiume Noce, la Montagna di di Ercavallo con i suoi Denti la sua Punta, il Pizzo di Villacorna e le creste della Val Umbrina...
Una breve pausa, un sorso d'acqua dai gelidi ruscelli che tagliano il sentiero e si riprende la marcia. Qualche tornante e il più è fatto... siamo ormai vicini al Lagostel, ma siamo anche all'imbocca della Val Ganosa dove, a detta del nostro malgaro, stazionano gli stambecchi. La curiosità ha la meglio sulla stanchezza e con un ultimo sforzo, più che altro di volontà, iniziamo una tortuosa salita per tracce confuse e appena individuabili (residui della grande guerra o di antiche attività pastorali?) raggiungendo a fatica il centro della valletta. La fame (mezzogiorno è passato da tempo...) ci impone di non proseguire ma il luogo conquistato ci consente di scrutare il territorio che ci ci sta di fronte. Nulla può sfuggire al nostro binocolo... Esaminiamo attentamente ogni masso, ogni roccia, cresta e anfratto ma degli stambecchi neppure l'ombra. Chissà.... forse si saranno spostati in un'altra località anche se ci sembra improbabile perché si dice che gli stambecchi siano animali solitamente stanziali e abitudinari. Chissà...
Alquanto delusi ma ben rifocillati lasciamo la Val Ganosa ripercorrendo, questa volta fortunatamente in discesa, le “gane” (pietraie) della val Ganosa per riprendere la salita sul bel sentiero del Lagostel. Ora, più riposati e rilassati, riusciamo finalmente ad osservare con la necessaria tranquillità il paesaggio che ci circonda : la ValMontozzo con la Cima del Redival, la Bocchetta di Strino e la Punta di Albiolo, l'Ercavallo, Il Corno dei Tre Signori che si intravede appena e l'imbocco della Valletta che porta al Passo della Sforzellina.
E si riparte, ricominciando a salire... ma ancora per poco. Siamo infatti ormai prossimi alla nostra ultima meta, il laghetto detto Lagostel. Su questo ultimo tratto di sentiero occhieggiano alcune delle vette più alte del gruppo montuoso dell'Ortles Cevedale. Si intravede la cima del San Matteo che durante la Prima Guerra Mondiale fu teatro di aspre battaglie tra austriaci e “regnicoli” per il suo ormai inutile, tardivo possesso. Si era ormai a poche decine di giorni dal termine del conflitto e le vittime di quegli assalti (alcuni di quei poveri cadaveri riemergono solo oggi dai ghiacciai in rapido disfacimento...) furono inutilmente sacrificate sull'altare di insensate conquiste... ma questa è un'altra storia.
Ed eccoci al Lagostel (“piccolo lago” nel dialetto locale) che dal bivio sulla stradina dei Paludei, laggiù dove inizia il sentiero, si può raggiungere, senza considerare la nostra deviazione, in meno di un'ora e mezza). Siamo soli. Chi ci ha preceduto, disperdendo l'eventuale presenza dei camosci sta già scendendo a valle lungo la Val Piana. Il luogo non è particolarmente attraente dal punto di vista paesaggistico anche se la neve che copre ormai le montagne circostanti lo rende sicuramente più pittoresco del solito. Considerate le energie spese per raggiungerlo, ci sentiamo comunque in dovere di fermarci per il tempo necessario a percorrere l'intero perimetro del lago...
Poco più a monte del Lagostel si trova un secondo minuscolo laghetto che pochi conoscono. Ci si arriva in poco più di mezz'ora ma non esiste sentiero e la salita è molto ripida... una traguardo impossibile per noi che già abbiamo sofferto a sufficienza per giungere fin quassù dopo le due deviazioni alla ricerca dei selvatici... Peccato perché questo secondo lago offre un ambiente molto particolare e un panorama decisamente più ampio e interessante (si scorgono le Cime della Presanella e dell'Adamello sopravanzare la punta del Redival).
E' tardi e ci aspetta una lunga discesa... così ci avviamo subito per il ripido e sconnesso sentiero che scende in Val Piana ai piedi del san Matteo, delle Cime Mantello, Villacorna, Giumella e dei lastroni rocciosi che delimitano la Val Umbrina. Poi il sentiero si fa meno ripido e a poco a poco si porta nel bosco, avvicinandosi ai primi contorti larici di alta montagna, tra distese di rododendri che sarebbe bello poter ammirare in un'altra stagione, in piena, rigogliosa fioritura a fine giugno, inizio luglio... ma ormai siamo prossimi alla fine di settembre e il paesaggio ha un fascino del tutto diverso, più mesto, dolcemente malinconico, con la prima neve, con il sole radente che allunga le ombre e scolpisce i profili e con i colori della vegetazione che iniziano a virare verso le calde tonalità autunnali.
Giunti ai Paludei ( un'oretta e mezza dal Lagostel) sostiamo brevemente in riva al minuscolo lago appena sopra quella che fu una malga monticata e che ora è destinata a bivacco (in parte aperto a tutti gli escursionisti in parte riservato solo ai proprietari della malga o forse ai forestali che operano nel Parco). Sorpresa... l'acqua ha nuovamente colmato il minuscolo bacino che, qualche tempo fa, avevamo trovato praticamente asciutto con un enorme numero di girini di Rana temporaria concentrati in piccole pozze umide sul fondo fangoso. Era il drammatico risultato di un inverno e di un'estate particolarmente siccitosi. Ora invece sulle sue sponde ancora lussureggianti stazionano delle belle manze: ci chiediamo fino a quando potranno restare quassù, a queste altitudini...
Lasciamo dietro di noi la zona dei Paludei e percorrendo la bella stradina raggiungiamo il bivio per il Lagostel (meno di mezz'ora) chiudendo così il nostro percorso ad anello... ma dobbiamo ancora proseguire sulla mulattiera che attraverso il bosco ci porta alla Giumela. La malga è stata chiusa da poco, non ci sono più la mucche che sempre, durante l'estate, hanno accompagnato con il suono dei loro campanacci le nostre numerose escursioni in questa zona. Ora non ci resta che discendere fino al Lago di Pian Palù per poi proseguire ancora, fino all'auto, parcheggiata al Fontanino (camminando tranquillamente i tempi di percorrenza di questi ultimi tratti sono quelli della salita al mattino). E' pomeriggio inoltrato. Gli ultimi, radenti raggi di sole sfiorano il lago e illuminano il versante a noi opposto e proiettando ombre lunghissime per ricordarci che le giornate si stanno facendo sempre più brevi, che la bella stagione è agli sgoccioli e che questa bella escursione in Val del Monte, sulle orme degli stambecchi che non ci sono, è probabilmente l'ultima, almeno quassù e almeno per quest'anno...



Guarda tutte le foto in “Google Foto




Foglie d'autunno


          Si sta
         come d'autunno
         sugli alberi
         le foglie.



"Si sta / come d'autunno / sugli alberi / le foglie."

Era questa la poesia che insistentemente mi frullava in testa durante una delle mie recenti camminate nei dintorni del paese, ai margini di un bosco ormai decisamente in abito autunnale. I versi della poesia erano solo quattro. Erano versi brevissimi ma che persistentemente si ripetevano quasi ossessivamente nella mia mente. Erano versi che credevo dimenticati per sempre... Li pensavo solo come una indefinita e lontana reminiscenza dei banchi di scuola che si era smarrita nei meandri della memoria. Ora quei versi ritornavano, riemergevano proprio ora... proprio nell'ora del crepuscolo della bella stagione quando sugli alberi e sui cespugli le foglie, con un ultimo vitale sussulto, si tingevano di rosso, di arancione, di giallo per poi cadere al primo alito di vento disperdendosi, morte, sulla terra umida.





Ma probabilmente questa poesia che Giuseppe Ungaretti scrisse in trincea nel 1918, era riaffrorata dall'intrico dei ricordi già prima, parecchio tempo prima, alla vista dei ruderi delle linee di fuoco sul fronte della Grande Guerra, durante le mie escursioni con l'amico di sempre nei dintorni del Passo del Tonale e in Val di Pejo.

Nel bosco autunnale che ora stavo attraversando bastava una folata di vento per rubare le foglie agli alberi, per soffiarle via deponendole sulla terra bagnata nell'attesa che, più avanti, la neve le cancellasse per sempre, definitivamente. Proprio come cento anni fa, durante la Grande Guerra quando, in ben altro teatro, bastava una semplice folata di pallottole per disperdere i combattenti, per farli cadere rubando loro il respiro, per sempre, definitivamente.
Proprio così. In autunno è sufficiente un alito di vento per eliminare una foglia, analogamente, in guerra, basta un proiettile vagante per eliminare un sodato.
Soldati come precarie foglie d'autunno. Questa l'incerta condizione dei fanti in trincea nella brevissima ma intensa poesia di Ungaretti.
Ma non solo...
Camminando nel bosco d'ottobre, (quando gli alberi, pur addobbandosi a festa con abiti allegri e policromi, iniziavano a ritirarsi preparandosi al freddo invernale) pensavo al rapido avvicendarsi delle stagioni in natura e all'avvicinarsi della stagione morta. E inevitabilmente il pensiero cadeva anche sul succedersi delle stagioni nella mia vita... Pensavo al tempo che vola via e alla fine che inevitabilmente attende ognuno di noi, ogni essere umano.
E la composizione del Poeta mi ronzava sempre più in testa... con i suoi taglienti versi che ora mi sembrava parlassero non solo della situazione dei soldati in guerra ma anche di quella di ogni persona, una condizione di costante incertezza, di totale precarietà... Non solo il soldato ma ogni uomo è simile ad una foglia autunnale, una foglia che vive nell'insicurezza, nell'instabilità, una foglia che prima o poi una inattesa brezza staccherà dal ramo e quindi dalla vita.

Ma non solo...
Ora anche la sopravvivenza dell'umanità intera, forse la stessa "vita" sulla terra, mi apparivano precari come le foglie d'autunno sugli alberi del bosco che stavo attraversando. Un colpo di vento e le foglie sarebbero volate via.
Chissà... così potrebbe accadere anche a tutti noi, fragili ma presuntuosi abitanti di un minuscolo pianeta perso nell'universo.  Un aggiuntivo soffio d'aria inquinata, altro gas serra in atmosfera e il delicato equilibrio ambientale della terra si potrebbe rompere compromettendo per sempre la nostra esistenza... definitivamente.
Catastrofismo? Può darsi... comunque è sempre bene rammentare i versi del Poeta: "Si sta / come d'autunno / sugli alberi / le foglie."




Guarda tutte le foto in “Google Foto


Il bramito del cervo alle prime luci dell'alba






E' una forte emozione quella che vivo nell'osservare i branchi di cervi in amore e nell'udire i loro potenti bramiti nel Parco dello Stelvio. E' un'emozione che si ripete da sempre...
Così è stato anche quest'anno, più volte, durante la mie escursioni sui monti della Val di Pejo tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre quando nei boschi e sulle alte praterie del bel Parco si susseguono i vigorosi bramiti dei maschi dominanti intenti a imporre il loro possesso sulle femmine e la loro supremazia sui maschi più giovani o più fragili.


La maestosità del cervo maschio non sta solo nel suo incedere regale ma sta soprattutto nella potenza del suo bramito che si diffonde a grande distanza, da un versante all'altro delle valli e che rappresenta per l'escursionista appassionato uno dei momenti più curiosi, affascinanti ma talvolta anche inquietanti offerti dalla natura nei territori del Parco. E' fin troppo emozionante (impressionante, quasi traumatico... lo affermo per diretta esperienza) trovarsi a pochissima distanza, nel folto del bosco e in una notte senza luna, da uno o più possenti cervi maschi, del tutto invisibili e i frenetica attività competitiva a suon di furiosi bramiti... inevitabile, in questa situazione, un brivido di paura...

E' il quattro di ottobre e sono all'incirca le sei e mezza quando, parcheggiata l'auto al Fontanino di Pejo, imbocco la strada bianca che sale ripida al Lago artificiale di “Pian Palù”. La luna è tramontata, è buio ma verso levante inizia ad albeggiare e nel lieve chiarore di un cielo sereno si delinea il profilo dei monti che sovrastano il “Passo Cercen”. All'altezza dei “Masi della Palù” abbandono la strada e superato un breve ripido tratto di pascolo penetro nel bosco seguendo, alla tenue luce della lampada frontale, una stretta scorciatoia che porta direttamente al ai piedi della “Val dei Orsi”, al “Prà di Palù”. Salgo lungo una traccia poco battuta, quasi invisibile, che si fa sempre più ripida ma che mi permette di raggiungere abbastanza rapidamente, seppure faticosamente, la mia meta, una località solitamente ben frequentata dai cervi in amore.



Si fa giorno quando finalmente raggiungo il bordo del grande, pianeggiante “Prà di Palù” e nascosto tra i larici esploro con il binocolo il buio versante di fronte per individuare i cervi che si sentono bramire ma che ancora non si vedono. Poi finalmente, quando il sole inizia ad inondare di luce rossastra le cime sovrastanti individuo un grosso cervo maschio che controlla il suo minuscolo harem di due, tre femmine. E' lontano, molto in alto sul pendio, lassù dove le ultime macchie di ontano verde lasciano definitivamente il posto alle alte praterie.




Senza uscire allo scoperto, muovendomi silenziosamente tra gli alberi aggiro il pascolo e salgo nel lariceto che costeggia il “Rio Vegaia”. Avanzo lentamente, attento a non far rumore, con passo felpato... Avanzo ma solo per un centinaio di metri o poco più. Poi non è più possibile proseguire. Il bosco si fa sempre più rado e tentare un ulteriore avvicinamento muovendomi allo scoperto, da un larice all'altro, significherebbe rischiare di essere visti. I cervi notata la presenza estranea si darebbero immediatamente alla fuga.




Quindi mi rassegno e ben nascosto dietro un tronco osservo attentamente il pendio che mi sovrasta. Individuo immediatamente il grosso esemplare già visto dal basso. Ha un palco molto ramificato ed è accanto a due, tre femmine, il suo minuscolo harem, che controlla con attenzione inibendo ogni allontanamento e impedendo ai giovani rivali che gironzolano nei pressi di avvicinarsi. Di tanto in tanto alza il capo e bramisce imponendo anche con il suo furioso mugghio la sua supremazia. E' molto lontano, molto in alto e non sembra per nulla intenzionato ad avvicinarsi.

Di lì a poco vedo spuntare dal cespuglieto un secondo piccolo gruppo di cervi condotto da un maschio meno imponente del primo ma che riesce comunque a rispondere con autorevolezza ai provocatori bramiti del cervo più prestante. Si instaura così, tra i due, un frenetico duello sonoro che coinvolge anche altri esemplari che riesco ad intravedere solo di tanto in tanto tra i cespugli di ontano verde o nel fitto lariceto sullo sfondo. Il mugghio si alterna a brevi momenti di silenzio ma anche a lunghe pause durante le quali i maschi dominanti riprendono a pascolare rimanendo comunque sempre attenti e pronti a far fronte alle scorribande degli esemplari più giovani. Cervi più fragili che non intendono demordere mentre le cerve e i piccoli dell'anno restano impassibili e non sembrano dare molta importanza a ciò che accade loro intorno.





Assisto a lungo, nascosto dietro un grosso larice, nel gelo del mattino a queste, tutto sommato contenute, acrobazie amorose sperando sempre che qualche esemplare si decida ad esplorare i dintorni scendendo più a valle verso il mio nascondiglio. Vana speranza...

La luce calda dell'alba, quasi rossastra, a poco a poco si dissolve cedendo il posto alla chiara luminosità del giorno fatto. Con il sole alto, come sempre accade, i selvatici iniziano a ritirarsi nel folto del bosco o nel groviglio cespugli che coprono lunghe strisce del pendio... e il bramito cessa del tutto... Inutile attendere oltre... Ma un ultimo tentativo lo voglio fare ancora. Salgo, silenziosamente, avvicinandomi pian, piano, all'arena dei cervi. Nulla... Poi muovo qualche pietra segnalando la mia presenza ed ecco che subito un bell'esemplare maschio sbuca curioso dai cespugli; solo pochi istanti e subito si ritira nell'intrico di ontano verde. Poi più nulla. Evidentemente tutti gli altri cervi prima presenti in zona si sono già da tempo nascosti nel bosco arrivandovi per piste ben coperte alla vista che solo loro conoscono.




Ormai posso tranquillamente scendere a valle, ritornare al Fontanini di Pejo dove mi attende l'automobile. E' stata una mattinata ben spesa, emozionante, anche se mi sono dovuto accontentare di osservare e di fotografare solo da lontano ((le foto postate sono in gran parte dei “ritagli” ingranditi e sono conseguentemente di modesta qualità) i pochi cervi che si aggiravano nel gelo del mattino sui pendii della “Val dei Orsi”.


Tutte le foto in “Google Foto


Malinconie autunnali








Le cime, i pendii boscosi, i pascoli, il fondovalle stanno cambiando abito. E' arrivato l'autunno con i suoi colori forti, il rosso, l'arancione, il giallo ma anche con le sue leggere velature, la nebbia, le nubi, la pioggia e il bianco della brina e della neve sui monti più alti.



Il verde forte e uniforme dell'estate sta lasciando il posto ad una grande varietà di tinte. I versanti della valle si chiazzano pian piano di colori caldi... sono le foglie del ciliegio selvatico che si tingono di rosso, del pioppo tremulo del nocciolo e della betulla che rapidamente virano verso il biondo e sono infine i sottili aghi del larice che lentamente si colorano d'ambra, d'oro rossastro... per poi, lentamente, cadere disperdendosi sulla terra umida. Sono questi i colori, i rossi, gli arancioni, i gialli e i bruni, che sparsi tra il verde vigoroso dei pini e degli abeti accendono nella valle la magia dell'autunno.



E poi il sole basso, il sole autunnale... I suoi raggi radenti lambiscono le cime, scolpiscono il paesaggio, allungano le ombre sottolineando la sagome dei monti, i profili dei versanti, evidenziando i villaggi, le chiese, i masi sparsi, gli alberi isolati.
Però accade talvolta che, dopo la pioggia, le nubi e la nebbia invadano l'ambiente offuscando il paesaggio, attenuando i contrasti, sfumando i toni forti, regalando un mesto fascino alla valle e insinuando una grande malinconia in chi la percorre.





Ma è comunque bello passeggiare anche nella nebbia.... camminare nei dintorni del paese, vincere la pigrizia e inoltrarsi lungo gli abituali viottoli, avanzando pian piano nel candore che li offusca, nel bianco che confonde il percorso, che disorienta il procedere in un continuo susseguirsi di umide, vaporose ombre.






Il paesaggio è piatto, lo sfondo assente, velato, immerso nella fitta foschia. Gli alberi sono fantasmi che si perdono nel nulla, sprofondati in una densa caligine che attenua i vivaci colori del fogliame ma nel contempo esalta l'aspetto spettrale dei rami spogli.



Atmosfera fredda, triste, malinconica... ma anche fiabesca, misteriosa, talvolta inquietante.
Tutto è silenzio. La confusione estiva è completamente svanita. I mesi di luglio e di agosto con il viavai dei turisti è un lontano ricordo. Il rumore di fondo dell'estate, non privo di punte moleste, di fastidiosi schiamazzi, musiche di sagre paesane, feste campestri estemporanee e traffico automobilistico da metropoli si è esaurito nel nulla... I villaggi si sono fin troppo spopolati e sui viottoli che tagliano boschi, prati e pascoli non si incontra anima viva.




Così la vuota panchina, strategicamente collocata su di una svolta panoramica della stradina che lentamente sto percorrendo, sembra l'emblema della solitudine... di una malinconica solitudine.
E inevitabilmente pensi che la stagione fredda è ormai prossima, che il freddo pungente e la neve si stanno avvicinando... pensi che è quasi giunta l'ora di migrare e ti prende la malinconia dell'autunno.



Ma la nebbia solitamente non dura molto. Tra poco si scioglierà, le nubi si alzeranno e si apriranno sospinte dal vento e il sole farà nuovamente capolino donando alla valle l'incomparabile bellezza dei suoi nitidi colori autunnali. Colori vividi che ti scalderanno il cuore allontanando dalla mente i tristi pensieri. E almeno per qualche momento ti dimenticherai del buio che ormai sopraggiunge appena dopo il tramonto e delle notti che si stanno facendo sempre più fredde e lunghe...

Tutte le foto in “Google Foto



Merli o... dinosauri ?

Ma quanto sono voraci i merli del mio giardino !











Sì, proprio così... i merli che frequentano (ormai si potrebbe ben dire che risiedono permanentemente) nel prato che circonda la casa in Val di Sole, si sono divorati, in pochissimi giorni, l'intero raccolto di pere della mia antica pianta da frutta, progenitrice della moderna varietà Williams. Non che le pere maturate quest'anno fossero molte. In verità erano veramente poche, poche e bruttine, a stento sopravvissute alle gelate tardive e alle grandinate di una annata meteorologicamente molto sfavorevole. Comunque l'ingordigia dei merli, maschi, femmine e giovani dell'anno, non ne ha risparmiata nessuna, belle o brutte che fossero.









Osservare l'assalto dei merli al mio pero, appena fuori l'uscio di casa, faceva davvero impressione... che fame, che avidità, che ingordigia! Incredibile... I merli non abbandonavano le loro tenere prede nemmeno al mio sopraggiungere, quando per fotografarli mi approssimavo ad una distanza di molto inferiore a quella di fuga... “distanza di fuga” abituale, consueta durante l'intero anno fino al momento dell'abbuffata a base di pere quando nemmeno il feroce gattone dei vicini riusciva a spaventarli più di tanto...







Così, mentre li osservavo e li riprendevo durante le loro avide e insaziabili scorribande, mi assaliva una stravagante idea, mi balenava in mente un insensata vicinanza tra i comportamenti dei miei merli e i comportamenti  di quegli estinti esseri che ormai l'intera comunità scientifica ritiene i progenitori di tutti gli uccelli. Ritrovavo nella voracità dei moderni uccelli la stessa voracità degli antichi dinosauri, che senza entrare in approfondimenti qui del tutto fuori luogo, vengono considerati gli “antenati” dei nostri bei volatili. Scoprivo nei miei simpatici merli la stessa avidità, la stessa ingordigia (quasi la stessa affamata ferocia) che una certa più o meno recente cinematografia ha attribuito ai loro antenati dinosauri lanciando sul mercato pellicole avventurosamente avvincenti, (a parer mio raccapriccianti e spaventevoli) e quindi di grande richiamo per una grande massa di spettatori.






Così davanti al raggelante spettacolo dei merli mangioni e insaziabili (particolarmente dei giovani esemplari in muta) la mia mente stava elaborando gli elementi per una nuova prova, “scientificamente rigorosa”, a conferma della teoria che vede discendere gli uccelli dai dinosauri... stessa ingordigia, stessa avidità...
Se non fosse che la mia mente è molto fantasiosa... tutto quadrerebbe... Però così ragionando, ragionando per analogie, si potrebbe arrivare a formulare l'ipotesi che anche alcuni ominidi moderni, particolarmente ingordi, non solo di cibo ma di denaro, di ambiente da devastare, di risorse da sfruttare oltre ogni limite, ecc. ecc. potrebbero discendere direttamente dai dinosauri, magari dal feroce e avido Tyrannosaurus Rex... Ma evidentemente così non è e le mie sono solo bizzarre illazioni che non si basano su prove "scientificamente dimostrabili"... ma poi chissà... in futuro la scienza potrebbe anche riuscire a sorprenderci...

Tutte le foto in “Google Foto