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Il lago di Covel all’inizio di ottobre

 

Il lago di Covel, nell’area trentina del Parco Nazionale dello Stelvio, è un minuscolo specchio d'acqua con, nei suoi dintorni, una cascatella e una malga per le capre. Posto ai margini di una pianeggiante distesa di prati falciabili, dista poco più di un chilometro dall'abitato di Peio Paese.


La strada che porta al lago si imbocca ai piedi del campanile della chiesa del paese, campanile su cui spicca un gigantesco affresco di San Cristoforo. Il tratto iniziale, asfaltato ma molto ripido, conduce sulla collinetta di San Rocco dove una cappella e l'ex cimitero di guerra austroungarico meritano una sosta e una attenta visita per il loro notevole interesse sia storico che architettonico e paesaggistico.  


La strada, che ben presto si fa sterrata, prosegue meno ripida, sempre agevole, larga e soprattutto molto panoramica. Taglia un rado lariceto fino a raggiungere alcuni vecchi masi e quindi, poco più avanti, l'ampia spianata prativa di Covel. Oltre i prati, su di uno sfondo roccioso, già si intravede la piccola cascata che con il laghetto caratterizza la località. La si raggiunge costeggiando il pianoro lungo il bordo del versante boscoso percorrendo uno stretto sentiero ai piedi della montagna di Tarlenta. Di tanto in tanto, si inizia anche a scorgere il laghetto di Covel posto in una minuscola depressione.


Dalla cascata si arriva rapidamente al lago e lì, sostando sulle sue sponde, si possono ammirare le cime che vi specchiano: il Palon di Val Comasine che incombe su Peio Fonti, Cima Forcellina e il Monte Redival che incombono sulla Val del Monte e sul lago artificiale di Pian Palù. Riprendendo il cammino si arriva rapidamente alla vicina Malga Covel che, durante la bella stagione, ospita numerose capre per la gioia dei turisti e dei buongustai amanti del formaggio e della ricotta caprina di montagna.


Infine, prima di imboccare la strada bianca del ritorno e per chiudere in bellezza il breve giro ad anello attorno alla prateria di Covel, conviene percorre una mulattiera in lieve discesa, che, superati alcuni rustici masi ben ristrutturati, conduce in uno stupendo rado lariceto. Qui vale la pena di sostare nuovamente immersi nella magica ombrosa atmosfera di quel boschetto di larici secolari.


Ma veniamo all’attualità ovvero alla mia recente passeggiata alla cascata e al laghetto di Covel. Il panorama, lungo l'intero percorso è, come al solito, sempre accattivante… ma forse anche di più in questo particolare periodo dell’anno… Siamo infatti in autunno, all’inizio dell’autunno, e come sempre accade in questa stagione anche quassù, ai piedi delle vette che si spingono oltre i 3500 metri, siamo immersi in un paesaggio che altro non è se non una continua esplosione di luce e di colore.... sole basso, raggi radenti, chiarori intensi e ombre lunghe… colori caldi, forti e decisi sotto il cielo sereno ma, e non è il caso in questione, anche colori soffocati quando le nubi nascondono il sole o la nebbia ne spegne i raggi. Oggi, ai primi di ottobre, al verde intenso degli abeti e a quello appena più smorto dei prati ben rasati, si contrappone il giallo delle betulle, l'arancio bruciato dei sorbi e il verde, che inizia a sbiadire virando pian piano all’ocra, dei larici, diffusi quassù in ogni dove, sia sparsi nei pascoli alberati, sia molto più fitti nei boschi che rivestono i versanti... E poi l'azzurro del cielo sereno che si specchia elle acque scure del piccolo lago...


Un ambiente solare, ricco di interessanti effetti cromatrici, una ricca tavolozza di tinte autunnali che mi ha accompagnato durante l’intero tragitto. Tutto molto bello, molto suggestivo... peccato che lassù, verso il dente del Vioz e i Crozi del Taviela, la continuità dell’azzurro del cielo venga bruscamente interrotta, venga attraversata da delle invadenti funi nere che assieme ai loro colorati distanziatori fanno parte dell’imponente impianto di risalita realizzato pochi anni fa nel bel mezzo del Parco Nazionale dello Stelvio. Non è un bel vedere come non lo sono un enorme traliccio sulle rocce e la stazione di arrivo della funivia a quota 3000 m slm (per fortuna, vista la stagione, l’impianto non è in funzione, non ci sono le cabine e non si ode quindi il fastidioso e inquinante ronzio legato al loro passaggio). Anche le reti di contenimento di un rosso impattante, ai margini delle piste da sci che tagliano il verde versante boscoso non sono sicuramente un bel vedere...


E’ la “bella impronta” lasciata dallo “sviluppo” del turismo invernale di massa che con l’immissione di attività e strutture estranee all’ambiente naturale ha alterato o meglio compromesso i fondamenti sui quali il Parco è nato e ai quali dovrebbe costantemente fare riferimento. E’ vero che parte della popolazione locale vive di turismo e che quindi, almeno in una certa (ben ponderata) misura sono necessari piste e impianti di risalita ma è pure vero che un parco naturale non dovrebbe avere nulla a che fare con tutto questo. La convivenza tra le due diverse esigenze appare quindi difficile e sicuramente foriera di ambiguità. A questo punto si potrebbe addirittura arrivare ad auspicare una disaggregazione dal territorio del Parco delle zone in quota eccessivamente antropizzate da uno sfruttamento turistico troppo impattante… Sì, perché altrimenti si potrebbe anche ritenere che il Parco Nazionale dello Stelvio, svuotato dei suoi principi fondanti, dei suoi obiettivi di salvaguardia ambientale, stia solo assumendo il ruolo di bella etichetta, di “specchietto per le allodole” proponendosi esclusivamente come un altisonante richiamo pubblicitario al servizio di una attività turistica fin troppo invadente, scordando totalmente quella che avrebbe dovuto essere il suo vero ruolo. la sua vera funzione...




Trovi tutte le foto qui, in GoogleFoto


Camminata tra i masi a Cogolo di Peio

 

Questo mio lungo giro in Val di Peio (tre ore) è una replica di una camminata risalente all’inizio di agosto di cinque anni fa, una camminata abbondantemente descritta nel post “Il giro dei masi a Cogolo di Peio” pubblicato su questo stesso mio blog. L’unica differenza sta nel fatto che cinque anni fa, al contrario di questa mia recente uscita (qui fotograficamente raccontata), affrontai questo percorso ad anello (circa sette chilometri che si snodano a cavallo del torrente Noce Bianco proveniente da Malgamare, ai piedi del Vioz, del Cevedale e della diga del Careser) percorrendolo in senso orario, salita in sponda idrografica destra e discesa in sponda sinistra. A questo proposito, non dò alcun consiglio a chi volesse “emularmi”, infatti, al temine della mia duplice esperienza, non vedo differenza alcuna per quando riguarda il senso di percorrenza di questo itinerario tra i masi. Ricordo solamente che il punto di partenza (e quindi pure di arrivo) si trova nei pressi della chiesetta di Pegaia dove si può parcheggiare l’auto (poco a monte dell’abitato di Cogolo, prima della centraleidroelettrica di Pont). Vicino alla suddetta chiesetta si trova un grande pannello che descrive sommariamente l’intero percorso anche con l’ausilio di una bella e utile mappa. Una novità, una piacevole sorpresa… almeno per quanto mi riguarda.

Cinque anni fa, quando affrontai questo giro, per me allora del tutto sconosciuto, non esistevano segnalazioni di sorta. Ora ho trovato un percorso interamente disseminato di indicazioni varie e soprattutto di numerosi pannelli (che si aggiungono a quello iniziale e al suo gemello, quest’ultimo collocato al termine della salita, tra il percorso di andata e quello di ritorno), molto ben fatti che accompagnano e informano il visitatore descrivendo e commentando ciò che via via si incontra in modo da rispondere a ogni possibile domanda, in modo da soddisfare ogni eventuale curiosità.

Superfluo quindi da parte mia dilungarmi a descrivere le varie tappe di questo tragitto, le diverse località che si incontrano, i molti masi accanto ai quali si transita (vecchi masi cadenti, masi ancora utilizzati, masi ristrutturati per le vacanze, masi trasformati in Hotel…)… A chi mi legge posso solo consigliare di scoprire personalmente questo interessante itinerario, ma nel caso dovesse rimandare questa lunga passeggiata o volesse qualche altra informazione prima di intraprenderla potrà sempre consultare il mio vecchio post “Ilgiro dei masi a Cogolo di Peio” (che già ho citato più sopra).  

Alcune immagini riprese durante la mia comminata...







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Sul “Percorso botanico” all’inizio di giugno

 nel Parco Nazionale dello Stelvio               

Sempre coinvolgente questo percorso tematico predisposto dagli operatori del Parco dello Stelvio. Un breve itinerario che che già ho presentato in altri due miei post (“Percorso botanico nel Parco Nazionale dello Stelvio" e "Autunno sul Percorso botanico nel Parco dello Stelvio") e che si affianca ai molti altri percorsi presenti nel Parco sia nella zona di Pejo che in quella di Rabbi. Tragitti interessanti, ben ideati e costruiti, tutti provvisti di apposita segnaletica… (Nella Valle di Pejo: Percorso di Còvel, Percorso della fauna, Lago Pian Palù e Carbonaie, Percorso dei larici di Cavaion, Percorso dei ghiacciai, Percorso dei Picchi, Percorso dei cembri, Percorso della Grande Guerra, Sentiero dei Todeschi e Val Cadini, Giro dei masi... Nella Valle di Rabbi: Scalinata dei larici monumentali, Percorso della fauna, Percorso delle Segherie, Percorso del latte e dei masi, Percorso geologico, Percorso dei picchi, Percorso in malga con gusto, Percorso dei laghi Sternai, Percorso Val Maleda a Campisil, Passeggiata a Malga Fratte Bassa… e forse altri ancora.)




Quello dei percorsi tematici è un Parco che mi piace… è il “Parco Sì”… ben diverso dal “Parco No”, quella porzione del Parco esageratamente antropizzata, compromessa da impianti e fitte piste da sci che non si addicono ad in un territorio ambientalmente protetto. Si tratta della ski area di Pejo, una superficie di modesta estensione se considerata in rapporto all’intera zona trentina del parco, ma che, estendendosi in quota fino ai 3000 m, interrompe la continuità ambientale di un territorio di enorme valore naturalistico, con inevitabili conseguenze sull’equilibrio dell’ecosistema montano, ecosistema che l’istituzione Parco dovrebbe salvaguardare. Contraddittorietà di una gestione senza dubbio complicata che deve confrontarsi con sollecitazioni diverse molte delle quali, nella protezione e conservazione della natura, vedono solo un ostacolo ai loro interessi economici immediati.




Ma torniamo a noi, al percorso in questione. Il “Percorso botanico” è un tracciato ad anello che si apre e si chiude nei pressi della chiesetta di Pegaia di Cogolo (all'inizio della strada che porta a Malgamare) e si sviluppa sul versante sottostante l'antico abitato di Pejo Paese. E' una facile e relativamente breve passeggiata che attraversa una notevole varietà di macchie boschive sia per composizione che per struttura. Formazioni pure e miste di conifere e di latifoglie.. macchie coetanee e disetanee, radure, antichi campi e prati abbandonati colonizzati da piante pioniere... zone umide...




Vi si incontrano e si ammirano quasi tutte le specie arboree ed arbustive presenti in Alta Val di Sole.... l'abete rosso, il larice, l’acero di monte, il sambuco nero, il sambuco rosso, il nocciolo, il salicone, il larice, l’abete rosso, il biancospino, la betulla, l’ontano bianco, il pioppo tremolo, il ciliegio, il frassino, il lampone, il sorbo degli uccellatori, il sorbo montano, la robinia, la rosa rubrifolia, la rosa dumalis, il crespino, il prugnolo, muschi e licheni presenti sui tronchi e sui rami. Essenze tutte segnalate con piccole tabelle (tabelle che andrebbero ripulite e in buona parte rinnovate…) ben integrate nell'ambiente circostante che ne consentono il riconoscimento. Senza considerare l'eventualità, non certo remota, di inbattersi in alcuni esemplari di fauna selvatica: dei cervi come è accaduto durante le mie precedenti passeggiate e dei cuccioli di volpe (che non mi è riuscito di fotografare) durante quast'ultimo sopraluogo. Un bel percorso quindi, una comoda e stimolante passeggiata che mi sento di consigliare vivamente.



Tutte le foto della mia passeggiata si trovano in

Google Foto


Un intero pomeriggio nei dintorni di Malga Giumela… ...

 … … quando il cervo bramisce



Il periodo più suggestivo per una escursione nel Parco Nazionale dello Stelvio cade sicuramente tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre quando i cervi sono “in amore”. Nei boschi e sugli alti pascoli della Val di Pejo e e della val di Rabbi si susseguono vigorosi i bramiti dei maschi dominanti intenti a proteggere le femmine raggruppate in un loro esclusivo harem imponendo la loro supremazia sui rivali in amore. 



La maestosità del cervo maschio non sta infatti solo nel suo incedere regale ma sta anche nella potenza del suo bramito che si diffonde a grande distanza, da un versante all'altro delle valli e che rappresenta, per il visitatore appassionato, uno dei momenti più suggestivi offerti dalla natura di questi territori. 



Fin troppo emozionante, impressionante, quasi traumatico trovarsi prima dell'alba, in una notte buia, senza luna, a poche decine di metri da uno o più possenti cervi maschi del tutto invisibili e in frenetica attività competitiva a suon di possenti bramiti... inevitabile una certa inquietudine, per non dire un vago senso di angoscia, un brivido di timore... se non di paura…



Ma, per quanto mi riguarda, queste sono storie d'altri tempi, di quando ero molto più giovane, più allenato alle levatacce e soprattutto quando la presenza del cervo nel Parco aveva raggiunto, in mancanza di predatori, una densità tale da renderlo visibilissimo, da incrociarlo facilmente ma anche tale da minare la normale crescita del bosco, la riproduzione delle essenze forestali, i raccolti delle campagne coltivate e soprattutto la salute, il benessere, della sua stessa popolazione. Credo che a quei tempi si fosse giunti a ritenere inevitabile un intervento di drastico prelievo venatorio... intervento poco consono in un parco e comunque, a mio parere, molto sgradevole anche se necessario... 



Poi la grande nevicata del 2008-2009 (e altre successive nevicate meno intense) ha risolto il problema. La natura stessa ha provveduto a ristabilire il giusto equilibrio eliminando la maggior parte dei cervi senza alcun artificioso intervento umano.



Oggi, pur essendo la presenza del cervo ben lontana da quella di alcuni anni fa, si riesce comunque ad osservarlo soprattutto in questo periodo quando è in amore e sulla montagna si diffonde il suo il bramito. Difficilmente si riesce invece ad assistere alle spettacolari esibizioni che, in altri tempi, coinvolgevano più esemplari, con inseguimenti ripetuti e scontri non solo vocali.



E così è stato anche quest’anno quando, raggiunta, in un primo pomeriggio di metà ottobre, Malga Giumela (sopra il lago artificiale di Pian Palù) e quindi il vicino Prà di Palù verso Frattasecca, ho dovuto accontentarmi di osservare da lontanissimo (da talmente distante che ho rinunciato a fotografare...) due o tre isolati esemplari che si aggiravano sugli alti versanti della Val dei Orsi sovrastanti il pianoro del Prà.



Non soddisfatto ho poi atteso a lungo, anche dopo il tramonto, ben nascosto in un rado lariceto, che il cervo uscisse all’aperto, abbandonando il bosco fitto. Invano. Quiete assoluta. Nessun bramito, nessun selvatico allo scoperto... nell’anfiteatro degli erbosi pendii che mi stava di fronte. Una assenza che mi è apparsa davvero incredibile viste le mie pluriennali positive uscite a caccia d’immagini anche in questo luogo… Del resto è risaputo che l’attività del cervo riprende verso sera, nel tardo pomeriggio, quando le ombre si allungano e la presenza umana si fa del tutto sporadica.




Un anomalo accadimento, un fatto inconsueto  come, vista l’ora, lo era stato, nel primissimo pomeriggio, l’udire, durante la mia salita alla Malga Giumela, il persistente e caparbio bramito proveniente dal bosco sovrastante lo stallone della malga (un bramito benaugurate per la mia “caccia” fotografica, “beffardamente” benaugurate con il senno di poi). Un bramito intenso e arrabbiato che segnalava la presenza di più cervi maschi sicuramente intenti a contendersi il dominio sulle femmine… 



Un bramito talmente forte da terrorizzare una ignara escursionista che, ritenendo i “mugghi” provenienti dal bosco frutto della presenza di un orso cattivo o di un toro infuriato, si era data alla fuga discendendo di corsa la stradina che io stavo faticosamente salendo. Altro non ho potuto o meglio dovuto fare se non tranquillizzarla e rasserenarla raccontandole a lungo degli amori del cervo.


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