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Riflessioni sotto la pioggia, ai “Masi da Mont” di Deggiano



Con il mio amico di tante avventure salgo ai “Masi da Mont” partendo da Deggiano, minuscola frazione del comune di Commezzadura.
E' una nuvolosa giornata di metà aprile che non promette niente di buono. Coraggiosamente ci avviamo ugualmente ma ben presto, come temevamo, dai nuvoloni che oscurano il cielo inizia a scendere una sottile pioggerella, una intermittente pioggerella che ci accompagnerà (e accompagnerà le nostre considerazioni) per l'intera mattinata.
No, non è davvero una bella giornata e ciò che, da subito, incontriamo lungo la salita nel bosco non contribuisce davvero a rincuorarci.


Numerosissime resinose giacciono sparse sul terreno, abbattute dall'uragano dello scorso ottobre. Sono soprattutto abeti (abeti rossi dalle radici troppo superficiali...) che il vento ha estirpato ma sono anche piante di larice che la bufera ha troncato a metà altezza non riuscendo a strapparle dal suolo. Una desolante visione fatta di conifere atterrate... un triste spettacolo enfatizzato anche dai tronchi e dai rami delle latifoglie spezzati dal peso della neve pesante abbondantemente caduta fuori stagione, solo qualche giorno prima.
Gli effetti del disastroso uragano di ottobre come quelli dell'intensa nevicata d'aprile (molta neve, arrivata dopo un inverno misero di precipitazioni) così evidenti lungo la strada sterrata che stiamo percorrendo ci inducono a riflettere su quanto sta accadendo a livello climatico. E' ormai convinzione comune ed è anche nostra opinione che il succedersi sempre più frequente di accadimenti meteorologicamente molto intensi dipenda dal cambiamento climatico in atto causato dal costante aumento della temperatura a livello globale, aumento di temperatura che sulle Alpi è più accentuato che altrove. Del resto l'ipotesi che il reiterarsi di fenomeni meteorologici estremi dipenda dall'aumento della temperatura connesso all'eccessiva concentrazione di gas serra in atmosfera (si dice che la quantità di CO2 non sia mai stata così elevata da almeno ottocentomila anni) trova sempre maggiori conferme anche a livello scientifico... ma purtroppo, nonostante questa quasi certezza, ben poco si fa, sia a livello individuale che pubblico, in economia, in politica, nell'amministrazione del bene comune... per limitare i danni causati dall'eccessiva immissione di gas serra. Dovunque sembra costantemente prevalere il mondo dei consumi incontrollati, il tornaconto contingente, sia personale che generale, legati ad un'economia lineare, ben poco sostenibile, che guarda solo all'oggi e che nulla è disposta a sacrificare per il domani... che si disinteressa del futuro o forse, ma solo a voler pensar bene, che non ha la piena consapevolezza di ciò che l'attende...


Superato il bosco, lasciata alle spalle la tristezza dei numerosi alberi schiantati, dimenticate le nostre elucubrazioni climatiche, raggiungiamo finalmente i prati che circondano i “Masi”e lì il panorama si apre. Si apre sul fondovalle e soprattutto si apre sul versante opposto, il versante ombroso della valle, il versante “urbanizzato”, oltremodo antropizzato dalla redditizia attività turistica invernale.
Da quassù è ben individuabile (ma lo era ancor più dal paese di Deggiano) la periferia di Dimaro colpita dall'alluvione, l'estesa zona che il fortunale di ottobre aveva sepolto con una “montagna” di detriti, sabbia, ghiaia e massi, trasportati a valle dalla furia delle acque del Rio Rotian. Ora l'area appare ben ripulita e a breve anche gli ultimi abitanti sfollati da mesi dovrebbero poter rientrare nelle loro case...... Così almeno mi è stato riferito come pure mi è stato detto, non ricordo da chi, che già in altri lontani tempi (nel 1882 ?) la zona in questione venne gravemente colpita da un analogo evento alluvionale. Se così fosse c'è da chiedersi se non sia oltremodo opportuno riflettere... e lungamente riflettere... prima di urbanizzare così intensamente aree che furono soggette, anche solo il un remoto passato, ad eventi così calamitosi.... Io e il mio amico ce lo chiediamo...
Come anche ci chiediamo se il cambio di destinazione di un suolo geologicamente fragile. come quello del piccolo bacino idrografico del Rio Rotian, cambio di destinazione da bosco a piste da sci, impianti di risalita, strade, rifugi, cortili ecc..  (a monte e lungo un versante del pericoloso rio) non sia stata una concausa dell'evento alluvionale o comunque un contributo all'aggressività del catastrofico e luttuoso fenomeno dello scorso ottobre. Solo vaghe ipotesi, le nostre, tutte da verificare e solo da chi è in grado di farlo... Probabilmente solo inutili considerazioni di fronte ad una accadimento meteorologico di una intensità tale da riuscire a creare in ogni caso gravissimi danni... ma resta comunque il fatto che solo il bosco, un bosco climax, naturale, misto e disetaneo, è in grado di assorbire e trattenere grandi quantità d'acqua restituendola in tempi molto lunghi, cosa che non possono certo fare i suoli lavorati, trasformati, calpestati, impermeabilizzati, in vari modi antropizzati.... E questo vale ovunque…


Ma è giunta l'ora di abbandonare (nuovamente) ogni gravosa considerazione e di soffermarci ad ammirare i “Masi da Mont”, le rustiche architetture del piccolo nucleo di vecchi fienili posti sulle pendici di Deggiano, dove il versante solatio della valle spiana aprendosi in slarghi decisamente meno ripidi. Del resto altro non ci resta da fare visto che la pioggerella, fattasi sempre più insistente, non ci consente di proseguire verso mete più ambiziose. Ci limitiamo così ad aggirarci a lungo, sui prati ancora privi d'erba, nei pressi dei masi dove un tempo non lontanissimo si accumulava il fieno raccolto nei dintorni ma anche sulle magre praterie al di sopra del limite della vegetazione arborea. Con quel fieno si alimentavano le vacche che quassù, nei ricoveri al piano terreno dei masi, venivano stallate in autunno, fino all'esaurimento delle scorte. Qui rimanevano da ottobre a dicembre, poi discendevano a valle rientrando nelle stalle del paese. I contadini ogni giorno salivano da Deggiano fin quassù, percorrendo una ripida mulattiera spesso innevata, per foraggiare il bestiame, pulire le stalle, cambiare lo strame, mungere le mucche... Calavano poi in paese portando sulle spalle i congiai, i contenitori metallici colmi di latte. Questo e molto altro mi racconta l'amico che mi accompagna...
Attorno ai masi si estendevano gli spazi fertili, un tempo falciati o intensamente coltivati, come del resto intensamente lavorato era l'intero versante, anche nelle sue zone molto più erte, tutte terrazzate, scolpite dai muretti a secco che sostenevano minuscoli campetti coltivare a grano, segale, orzo, patate... Prati e campi che si susseguivano ai campi e più in alto, a monte dei masi, ripidissimi pascoli alberati fino a raggiungere le rocce e le ultime praterie oltre il limite della vegetazione, praterie d'altura che pure venivano falciate almeno una volta l'anno per sfruttare anche la loro magra erba coriacea (erba visega).


Territori diversamente lavorati ma tutti sempre intensamente utilizzati. Territori che oggi sono abbandonati, territori dove il bosco sta decisamente avendo il sopravvento riconquistando dopo secoli, forse millenni, i terreni che l'uomo, con immense fatiche gli aveva strappato.
In pochi decenni l'economia della valle è totalmente mutata. La vecchia agricoltura di sussistenza un tempo praticata dalla quasi totalità della popolazione è del tutto scomparsa. Un cambiamento radicale che in pochissimo tempo ha rotto un equilibrio, ha rivoluzionato un modo di vivere fermo, sostanzialmente immobile da tempi immemorabili…
“Come sono cambiati i tempi!”: va ripetendo l'amico che mi accompagna... Lui quassù ha faticato, fin da bambino controllando le mucche al pascolo e più tardi coltivando campi e falciando prati.
Oggi la vita è sicuramente più facile, il lavoro è meno gravoso, il benessere è diffuso... ma non mancano le negatività.... Una trasformazione economica precipitosa, spesso caotica, basata su di un incontrollato sperpero di risorse, su di un consumismo esasperato sta avendo conseguenze disastrose sull'ambiente. Ed evidentemente non si parla solo dalla nostra piccola valle.... Inquinamento, plastica ovunque, spreco energetico, gas serra in abbondanza e conseguente cambiamento climatico di cui sono ormai evidenti i disastrosi effetti, verosimilmente solo i primi effetti... Con il mio amico li ho osservati da vicino questi effetti, le ho viste da vicino le possibili conseguenze... Le ho viste e soppesate a lungo... le ho viste sulla salita che porta ai “Masi da Mont” di Deggiano... e dall'alto, sul fondovalle alla periferia di Dimaro e lungo il corso del Rio Rotian.
Conseguenze probabili perché non esistono certezze ma la loro gravità ci induce ad essere molto cauti.


Da parecchio tempo non mi succedeva di vedere una “salamandra pezzata”.... Eccola qui... l'ho incontrata ai “Masi da Mont”. Avanzava lenta al bordo della strada sterrata, sul margine del prato fradicio di pioggia. Un avvistamento che, anche a detta del mio amico, si sta facendo sempre più raro... Comunque un “buon segno” che, nonostante tutto, fa ancora sperare.


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Al Lago delle Malghette



Quasi una gita “fuori porta”, oltre la “frontiera”, oltre i “margini” della Val di Sole... Ma quasi, solo quasi, perché a ben guardare la mia meta si trova sul confine che divide la Val di Sole dalla Val Rendena... Infatti come ho potuto appurare con una, a questo punto, “obbligatoria e diligente ricerca” (si fa per dire) il Lago delle Malghette e i suoi dintorni rientrano amministrativamente in due Comuni solandri, Dimaro e Commezzadura e in un Comune rendenese, il Comune di Sella Giudicarie (ex Breguzzo). Inoltre le carte topografiche mi rivelano (se mai ce ne fosse bisogno) che la conca del Lago delle Malghette, l'intero suo bacino idrografico, riversa le acque nel Torrente Meledrio affluente del Noce, per antonomasia "il" fiume solandro. Quindi tutto regolare e i “4 passi” che mi appresto a descrivere calcano, ancora una volta, una terra (in gran parte) “appartenente” alla Val di Sole... Tutto questo perché i “limiti” non vanno mai superati...
E dopo la indispensabile quanto banale premessa eccomi finalmente in cammino lungo la lunghissima, comoda ma noiosissima strada bianca, chiusa al traffico veicolare (escluse le serate estive, fino alla mezzanotte, perché i rustici ristoranti di montagna devono pur lavorare...) che, distaccandosi dalla strada statale poco prima di Passo Campo Carlo Magno, conduce nei pressi della ex Malga di Vigo, sulla brulla spianata di partenza degli impianti di risalita Express Genziana e delle Malghette (dove fervono i lavori di rifacimento della seggiovia e realizzazione di una nuova enigmatica costruzione) e d'arrivo delle relative piste da sci che collegano la val di Sole (Marilleva, Daolasa, Folgarida, con Campo Carlo Magno, Madonna di Campiglio, Pinzolo). Ma ora, finalmente, dopo l'interminabile e anonima sgambata nel folto del bosco, il panorama si apre sulle cime, al di là degli alberi che le celavano. Un ultimo sforzo su di un ripido, battuto sentiero e sbuco improvvisamente sulla riva del Lago delle Malghette accanto all'affollatissimo edificio adibito a bar e ristoro alpino.
E' l'ultimo giorno d'agosto, la stagione turistica estiva è agli sgoccioli, ma le sponde del lago sono ancora molto affollate di gitanti che affrontano volentieri la lunga passeggiata, anche in compagnia dei piccoli bimbi, pur di ammirare questo stupendo specchio d'acqua sullo sfondo delle dolomiti di Brenta. C'è chi, come me, ha raggiunto il lago da Campo Carlo Magno ma anche chi è calato dall'alto, seguendo il sentiero o magari la pista da sci, che scendono dalle creste del Monte Vigo, dagli alberghi detti rifugi Orso Bruno e Solander, raggiunti con telecabine o seggiovie dal fondovalle solandro. Costoro dovranno ben presto affrettarsi a risalire per fare ritorno nei centri abitati della Val di Sole prima della chiusura degli impianti a fune.
Avanzo lungo le rive e, curioso come sono, raggiungo la Malga di Piano di Commezzadura, posta poco a monte sul versante orografico sinistro del lago. Sono poche decine di metri ma manca un sentiero degno di questo nome; c'è solo una traccia, appena visibile, quello che rimane del vecchio percorso ora invaso da ortiche e altre erbacce. Una ennesima bella malga abbandonata e cadente... Sembra quasi che questi antichi edifici per sopravvivere debbano necessariamente essere trasformati in bar, balere, discoteche, tavole calde, ristoranti,... che, spesso travestiti di finta agreste rusticità, rievocano nell'architettura complessiva e negli arredi (quasi a commemorare, spudoratamente) la dura vita di un passato non molto lontano.
Proseguo il mio cammino attorno al lago cercando di evitare i percorsi più frequentati. Imbocco un sentierino poco battuto (scoprirò poi che sale fino ai “3 laghi”) che si diparte dal tracciato principale nel punto in cui un rio si riversa nel lago e lo seguo salendo tra abeti, larici e cembri per poche centinaia di metri. Superato il bosco esco come d'incanto in una vasta “plaga” pianeggiante e paludosa. E' una sorpresa, è davvero uno spettacolo inatteso... la vista si apre improvvisamente su di una zona molto particolare...
Un raro biotopo alpestre (siamo a circa 1950 m slm), una zona umida, una torbiera ricca di erbe palustri e di sfagni nella quale non è il caso di addentrarsi più di tanto. La costeggio a lungo rimanendo però sul bordo del bosco. Alcuni rii, profondi e ricchi di limpidissima acqua, l'attraversano sinuosi dividendosi e riunendosi in più rami. Dei piccoli salmerini alpini vi nuotano tranquilli ma al mio apparire subito si rifugiano con un guizzo nelle pozze scure lungo i margini infossati dei ruscelli. Bella e selvaggia questa località, un tempo molto lontano sicuramente coperta dalle acque di un vastissimo lago... bella, deserta e naturalisticamente interessante, certamente molto più pittoresca e varia del frequentatissimo lago sottostante....
E' ora di rientrare, Mi attende un lungo monotono cammino sulla strada bianca che porta a Campo Carlo Magno. Prima però ripercorro la sponda sinistra del lago ed è un vero piacere con il sole che inizia ad abbassarsi ravvivando di calde tonalità le biancastre Dolomiti di Brenta e il già rossastro Sasso Rosso. Una leggera brezza increspa le acque che sfavillano in controluce sullo sfondo scuro, già parzialmente in ombra, dei boschi e delle creste granitiche del gruppo Adamello Presanella. Gli ultimi gitanti stanno lasciando le rive del lago. Pian piano ritorna il silenzio e, con l'avvicinarsi della sera, cala sul lago una malinconica pace. Si prospettano magici momenti. E' un peccato dover scendere a valle proprio adesso...



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Ai piedi del Sasso Rosso: malghe Sadron e Selva Nera



Inaspettatamente bella la verde vallecola e suggestivo il minuscolo pianoro dove sorgono intorno ai 1500 m di altitudine Malga Sadron e Malga Selva Nera. Sono spazi aperti, pascoli quasi pianeggianti a monte di ripide selve e ai piedi di impervie pareti... ai piedi delle rocce verticali della Cima Nana e del Sasso Rosso alle estreme propaggini settentrionali del gruppo dolomitico di Brenta che delimita la media e bassa Val di Sole.
Se non si conosce bene la zona è opportuno raggiungere le due malghe seguendo la comoda strada forestale, chiusa al traffico veicolare, che si imbocca alla base del versante boscoso nei pressi della discarica comprensoriale e della grande cava di ghiaia e sabbia nella zona di Monclassico e di Carciato (naturalmente esistono mulattiere e sentieri alternative alla strada, percorsi più diretti ma la segnaletica lungo questi tracciati lascia molto a desiderare...). La strada è lunga ma è agevole e sale con pendenza costante e non eccessiva attraversando alte e fitte fustaie di abete rosso, abete bianco e faggio...
...e dopo aver percorso un lungo e noioso tratto di questa strada nella selva impenetrabile alla vista, all'improvviso dalle punte degli abeti emergono la cresta e le cime della catena montuosa del Brenta. Ai suoi piedi, poco più avanti, il bosco si dirada e cede spazio ai pascoli. Anche l'edificio di Malga Sadron inizia a poco a poco ad apparire ed è evidente che ormai è raggiungibile in tempi brevissimi...
Siamo finalmente arrivati alla prima delle due malghe...
La malga è aperta, monticata, ricca di acque e attorniata da prati ben curati e bei boschi di abete rosso. Ampio il panorama che si gode sul versante soleggiato della media Val di Sole e sui monti che si elevano dalla Val di Rabbi. Imponenti i dirupi rocciosi del Brenta che si innalzano scoscesi dai pascoli e dalle ultime boscaglie che delimitano la piccola vallecola della malga...
...ma la strada prosegue nei prati e subito si infila nel bosco fitto... sale a tratti ripida e sconnessa e raggiunge in breve Malga Selva Nera di Carciato, la seconda malga. Qui la vista si apre verso la Val Rendena, verso Campo Carlo Magno... e proprio dirimpetto, sul versante opposto della Val Meledrio, appare l'architettonicamente e urbanisticamente balordo insediamento turistico di Folgarida, nato dal nulla poche decine dianni fa con i suoi brutti condomini, gli impianti a fune e le piste da sci a sfregiare i bei boschi dei monti Vigo e Spolverino.
Malga Selva Nera non è monticata ma comunque, nell'insieme, è ben conservata, con l'abitazione dei pastori di fattura abbastanza recente e, seppure chiusa, apparentemente in ottimo stato. Un piccolo locale dell'edificio è destinato a bivacco aperto a tutti... Minuscolo bivacco con due letti a castello, cucina a legna, tavolino, sedie e divanetto, acqua fresca all'esterno, alla fontana...
Qui nei pressi dei fabbricati e accanto alla fontana, pascolano le robuste bovine della vicina Malga Sadron... ma brucano anche nei prati a valle della malga che confinano con l'abisso... con la parete rocciosa verticale che precipita nella Val Meledrio poco a monte di Dimaro.
Da Malga Selva Nera si potrebbe scendere a valle per la stradina che porta a Carciato ma poiché l'automobile è parcheggiata in tutt'altra zona è preferibile ritornare sui propri passi percorrendo la stessa via della salita. Si ha così l'opportunità di ammirare nuovamente nella luce intensa del primo pomeriggio il bel pascolo di Malga Sardon con le mucche che scese dai pascoli alti si avvicinano ora agli edifici per abbeverarsi alla grande fontana.
Prima di riprendere tranquillamente il cammino verso valle ci si può intrattenere con il cordiale conduttore della malga che, nonostante la stagione turistica sia ormai avanzata, è sorprendentemente l'unica presenza umana in questa località... peccato, perchè Malga Sadron è una località davvero suggestiva e meriterebbe una ben maggiore frequentazione...


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Il dosso di Santa Brigida e l'ospizio che non c'è


L'ospizio perduto, in Val Meledrio sul dosso di Santa Brigida.

L'ospizio scomparso ma che per secoli ospitò i viandanti che attraversavano la “selva” ai piedi del passo di Campo Carlo Magno passando dalla Val di Sole alla Val Rendena o viceversa.

L'ospizio e la chiesetta, probabilmente risalenti al XII secolo ma sicuramente presenti all'inizio del XV secolo, furono abbandonati verso la metà del '700 quando la comunità dei frati che da sempre accoglieva e rifocillava i pellegrini fu sciolta per sempre.


L'ospizio e la cappella di Santa Brigida sono stati stati totalmente cancellati dal tempo ma non dimenticati dagli abitanti del posto... Dopo i primi rinvenimenti risalenti agli anni '80, i recenti scavi archeologici (2010 - 2011) hanno portato alla luce le tracce delle fondazione del presbiterio dell'edificio di culto ma anche le povere ossa di sei salme inumate lungo una delle pareti perimetrali. Le strutture emergenti dal terreno oggi visibili non sono quelle originarie bensì il risultato dell'azione di restauro e valorizzazione dell'area con la ricostruzione appena accennata di basse murature nell'intento di preservare le poche tracce delle fondazioni sottostanti. E l'ospizio? Dove sorgeva l'ospizio? Sembra accertato che l'ospizio si trovasse dove ora si elevano i resti di una vecchia stalla sul retro della “Malga del Doss”, l'unico edificio attualmente agibile della zona.


L'ospizio e la cappella di Santa Brigida che fino a pochi anni fa vivevano nella tradizione popolare che li voleva proprio lassù quasi sulla cima al dosso in Val Meledrio oggi non si sono nuovamente materializzati, non sono certo ricomparsi ma almeno la loro presenza è stata sicuramente confermata e la loro corretta localizzazione definitivamente accertata.


Risalgo con il mio amico la Val Meledrio in un minacciosamente nuvoloso pomeriggio di settembre con l'intenzione di raggiungere la Malga di Presson. Abbiamo imboccato la “Via dell'imperatore” (la via che Francesco Giuseppe e la moglie Sissi percorrevano alla fine dell'800 per recarsi in vacanza a Campiglio) all'altezza del primo tornante della moderna statale che porta in Val Rendena poco oltre la ristrutturata Segheria Veneziana alla periferia di Dimaro. Siamo sul percorso dell'Ecomuseo della Val  Meledrio e raggiungiamo ben presto la Fosinace e la Calcara di cui ho già raccontato in un altro mio post.


Poco più avanti appare la nuova centrale idroelettrica. I lavori di costruzione dell'edificio sembrano quasi terminati mentre si deve ancora completare la condotta forzata che scende ripidissima dal colle di Santa Brigida. Che dire?Sicuramente positivo l'utilizzo dell'energia rinnovabile, non inquinante e non “effetto serra” delle acque dei nostri monti e anche apprezzabile lo sforzo di inserire questo nuovo edificio nel contesto ambientale cercando di limitarne l'impatto ma... ma siamo sulla “Via dell'Imperatore”.


La nuova centrale non potrà certamente essere una nuova tappa del percorso del tanto decantato “Ecomuseo della Val Meledrio”... ai miei lettori la valutazione dell'inserimento di questa opera nel paesaggio circostante. A mio avviso forse si potevano studiare altre soluzioni interrando l'impianto o localizzandolo diversamente, o altro... Così discutendo con il mio amico proseguo sulla strada che ora si è fatta più ripida e sale a tornanti mentre dal cielo iniziano a cadere le prime gocce di pioggia. Raggiungiamo in fretta la Malga del Doss ed esploriamo velocemente la zona: i muri in elevazione della chiesetta ricostruiti sui resti delle fondazioni originarie, i ruderi della vecchia stalla dove si suppone ci fosse l'ospizio dei monaci, la nuova piccola malga...


In realtà non c'è molto da vedere. Ci chiediamo a cosa servano, o siano serviti gli assurdi, alti pali piantati a contorno dei resti del presbiterio della cappella... e tutta la ghiaia grossolana riversata sulla pavimentazione della chiesa... Chissà... Il panorama poi non è entusiasmante, la zona è selvaggia, stretta tra gli scoscesi versanti dolomitici del Brenta settentrionale da un lato e le ripide foreste di conifere delle estreme propaggini nord orientali della Presanella dall'altro. La vista è limitata dal bosco che cresce bello e rigoglioso e che ha da tempo conquistato, probabilmente con l'aiuto dall'uomo, quella che un tempo doveva essere una collina interamente coperta dal pascolo.

Non ci resta che sognare immaginando di trovarci di fronte all'antico ospizio che non c'è, alla chiesetta di Santa Brigida che non c'è, accolti dai fraticelli pronti a rifocillarci e ad ospitarci nel loro eremo collocato fuori dal mondo, quassù quasi in cima al dosso di Santa Brigida... La poesia , il fascino del luogo sono tutti qui, nella nostra fantasiosa ricostruzione mentale del tempo che fu... Ma bando alle ricostruzioni fantasiose... un tuono ci richiama alla realtà... scende la pioggia e velocemente anche noi scendiamo sul fondovalle e via quasi correndo verso casa...




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Segherie veneziane

In Val di Rabbi, a Malè, a Dimaro e a Ortisè

Le segherie veneziane si diffusero nel territorio trentino intorno al XIII secolo introdotte dalla confinante Serenissima Repubblica di Venezia (da qui il nome di “segheria veneziana”). Con l’introduzione di queste segherie la forza muscolare di due o tre uomini venne sostituita dalla forza dell’acqua ed un solo lavorante fu sufficiente per condurre a termine tutte le fasi di segagione del tronco.
Le segherie a ruota idraulica erano numerose anche in Val di Sole grazie alla presenza di molti torrenti e rivi adatti a fornire l'energia necessaria per lavorare i tronchi degli abeti e dei larici dei boschi della valle trasformandoli  facilmente in assi e travi da opera. Questa attività produttiva fu mantenuta fino agli inizi degli anni ’60.


Oggi sono ben poche le segherie veneziane rimaste in valle... Alcune molto vecchie sono state restaurate e riattivate, altre totalmente ricostruite ma la loro destinazione principale non è più quella produttiva di un tempo... Per la lavorazione del legname sono state sostituite da alcune, grandi ed efficienti segherie elettriche e le segherie veneziane possono così godere di una seconda vita del tutto diversa. Convertite a musei monotematici sono destinate a contribuire alla qualificazione e valorizzazione del patrimonio etnografico della valle. Rappresentano la memoria di altre epoche, di un diverso modo di vivere... Ma non solo. Possono essere considerate l'icona di un’abilità costruttiva artigianale ormai lontana nel tempo e in gran parte scomparsa... Sono dei minuscoli capolavori di ingegneria meccanica perfetti nei loro meccanismi di funzionamento. Per questi motivi le segherie veneziane della valle meritano veramente una visita da parte dei residenti e di chi in valle soggiorna.


In Val di Rabbi le segherie idrauliche presenti sono di origine relativamente recente (XVIII secolo). A cura degli operatori del Parco nazionale dello Stelvio è stato predisposto il “Percorso delle segherie” (dalla Segheria dei Braghje, a Rabbi Fonti alla Segheria dei Bègoi poco oltre il parcheggio Plan)  finalizzato non solo all’osservazione di questi piccoli gioielli meccanici ma anche alla conoscenza naturalistica dell’ambiente montano, del rapporto uomo-bosco e dei principi base della selvicoltura.


A Malè, a pochi minuti a piedi dal centro dell’abitato, sulla strada verso la Località Regazzini, appena dopo il ponte sul Fiume Noce si trova la “Segheria ai Molini”Venne costruita nel 1774 ed è stata impiegata nel taglio del legname a fini produttivi fino al 1978. Questa segheria è mantenuta in efficienza a cura dell’Amministrazione Comunale ed è possibile visitarla durante il periodo estivo assistendo a dimostrazioni guidate del suo funzionamento.


La segheria di Dimaro è posta al termine dell’abitato a fianco della strada statale che sale a Madonna di Campiglio. Le sue origini risalgano agli inizi dell’800 ed è  rimasta operativa fino al 1960. Recentemente è stata totalmente restaurata rendendola agibile e funzionante. E’ possibile visitarla attraverso un percorso didattico-espositivo appositamente predisposto. La segheria è sede di un punto informativo del Parco Adamello Brenta..


Si sono da poco conclusi i lavori di ricostruzione (a cura del Comune di Mezzana) della segheria del piccolo centro abitato di Ortisè. Posta a valle della strada provinciale che porta alla frazione di Menas, accanto al ponte sul Rio Valletta fa bella mostra di sé con il suo edificio tutto nuovo e i suoi ricostruiti meccanismi, ruota idraulica, manovellismo in legno…... Veramente un’opera di notevole interesse che merita attenzione e che vale la pena di conoscere e visitare.

Queste le segherie veneziane rimaste in valle.
Sembra ieri quando, monello di sette, otto anni, mi divertivo con altri monelli a “viaggiare” sul carrello che si avvicinava pericolosamente alla lama delle segherie veneziane del paese. Si prendeva posto  accanto al tronco (o sul tronco o dietro… non ricordo più…) che avanzando lentamente veniva segato in assi o travi da lavoro… Quanto si arrabbiava il “segantino” con noi piccoli discoli senza paura! 


Sembra ieri…. ma molti anni sono ormai trascorsi e le quattro segherie del paese della mia fanciullezza non esistono più… Soltanto di una rimane il vecchio edificio svuotato però di tutti i meccanismi e privato dei canali in legno dove l’acqua scorreva per precipitare sulla ruota idraulica. Al posto delle altre tre segherie veneziane oggi si trova l’ufficio di informazione turistica, la scuole nuova e una casa di vacanzieri. Bisogna proprio dire che i tempi sono cambiati…  L’ansia di modernità degli anni 60’ ha improvvisamente e rapidamente dismesso e poi rimosso le segherie come pure le ultime officine con i magli dove si lavorava il ferro. Segherie e magli che nei miei ricordi accompagnavano la vita operosa del paese diffondendo i loro ronzanti e martellanti rumori (o canti?). Se si fossero conservate oggi costituirebbero un patrimonio non solo storico e culturale ma anche economico, un motivo di interesse e di richiamo turistico… certo...ma si può sempre sostenere che.. “del senno di poi……”


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La “Fosinace” e la “Calcara” in Val Meledrio

E’ questa una breve passeggiata lungo la parte iniziale della “Via dell’Imperatore” in val Meledrio alla scoperta dei resti di un antico opificio per la forgiatura di manufatti in ferro e di una altrettanto antica fornace per la produzione della calce.


La “Via dell’Imperatore” prima della costruzione della statale 239 consentiva la risalita da Dimaro a Madonna di Campiglio. Per questa strada era transitato nel 1894 l’Imperatore d’Austria e Ungheria Francesco Giuseppe in occasione di uno dei suoi soggiorni a Campiglio, seguito pochi giorni dopo dalla moglie Sissi. Si raccontano, tra storia e leggenda, anche i passaggi di altri personaggi illustri, come Carlo Magno e forse Federico Barbarossa.
La “Via dell’Imperatore” si diparte dal primo tornante della strada per Campo Carlo Magno poco oltre  la ristrutturata “Segheria Veneziana”, alla periferia di Dimaro. Attraverso una valle selvaggia, fresca e silenziosa, ricca di  fitte abetaie e ripidi ghiaioni, ai piedi delle pareti del gruppo del Brenta, la “Via” conduce ad alcune delle tappe dell’itinerario “Ecomuseo Val Meledrio” tra le quali  appunto la “Fosinace” la “Calcara”, oggetto di questo post.
Alle "Fosinace",  che si raggiungono  dopo  pochi minuti di comodo cammino, veniva lavorato il ferro, risorsa economica primaria nel periodo medioevale.


Qui si trova un maglio (originariamente erano tre) perfettamente conservato e ristrutturato e si entra in contatto con la realtà industriale di un lontano passato quando sfruttando l’energia dell’acqua si lavorava il ferro (estratto principalmente dalle miniere di Comasine in Val di Peio) per realizzare  utensili di uso comune prevalentemente connessi alle attività agricole e di lavorazione del legname
Proseguendo, in poco più di un quarto d’ora, si raggiunge la “Calcara”, antica fornace per la produzione della calce. La struttura della calcara è circolare, scavata nel terreno e le pareti sono rivestite con pietre di granito, particolarmente resistenti alle alte temperature che si raggiungevano nel processo di cottura. In questa "brochure" viene descritto il procedimento, assai laborioso e complesso, di produzione della calce viva.


Più avanti sulla “Via dell’Imperatore” si può raggiunge il "Doss di Santa Brigida", dove, in seguito a scavi archeologici, sono stati rinvenuti i resti dell’omonimo Ospizio, antico ricovero per i viandanti e i pellegrini. Ne parlerò eventualmente in un altro post.
Un’ultima annotazione. Poche decine di metri oltre la “Calcara” è in costruzione l’edificio di una centrale idroelettrica di cui nello slideshow  si possono vedere alcune immagini. E’ risaputo che le centrali idroelettriche sfruttano una fonte rinnovabile di energia e sono da incentivare in alternativa alle centrali termiche a combustibile fossile o nucleare, per gli arciconosciuti motivi che non è il caso qui di ricordare. Non va comunque dimenticato che anche la produzione di energia  idroelettrica ha un effetto negativo sull’ambiente, ne modifica l’equilibrio con effetti più o meno consistenti e non sempre prevedibili. Questi  impianti vengono o quanto meno dovrebbero essere  realizzati solo dopo attente valutazioni sul loro impatto.  


Dal punto di vista strettamente paesaggistico è evidente che l’edificio in questione rappresenta un elemento avulso dal contesto della valle e non si potrà certo pubblicizzarlo come una nuova tappa nel giustamente decantato “Ecomuseo Val Meledrio”…  E’ mia modesta opinione che si poteva fare di meglio… (magari… se fattibile una centrale in caverna), inserendo la costruzione in modo meno impattante nel prezioso ambiente circostante.  Chi mi segue, sulla base delle mie fotografie, potrà comunque dare una sua valutazione…. sulle modalità d'innesto dell'edificio lungo la "Via dell'Imperatore"


Riprendo infine dalla “brochure dell’Ecomuseo Val Meledrio”  il simpatico racconto dei tre magli:
…è un’antica storia che i nonni di un tempo raccontavano ai bambini a proposito dei tre magli. Il primo maglio di grandi dimensioni aveva la funzione di sagomare i pezzi di ferro più grossi. I suoi colpi erano lenti e cadenzati. Il suo suono era cupo e grave. Ritmicamente sembrava dicesse: ”DEBITÓN... DEBITÓN... DEBITÓN...(grosso debito)”. Di fronte un maglio un poco più piccolo. Con colpi un poco più veloci. Con un suono più dolce e metallico. Sembrava rispondere: “ ... pagheren! ...pagheren! ...pagheren! (pagheremo!)”. A lato il più piccolo dei tre magli batteva sulla sua incudine con colpi veloci e quasi stridenti e diceva a sua volta: “Con che?! Con che?! Con che?! (Con cosa?!)“. Probabilmente questa storia, oltre al tentativo di quietare ed addormentare i numerosi bimbi, aveva lo scopo di rimarcare la durezza del lavoro del fabbro battiferro e i suoi scarsi guadagni.
Mio padre mi raccontava, in un ormai lontano passato, una analoga storiella relativa ai magli in funzione in quel di Fucine. Se ben ricordo le voci dei tre magli (o erano addirittura cinque?) localizzati in edifici diversi del paese, recitavano così:
“Et pagà? Et pagà? Et pagà? Et pagà?...” (Hai pagato?)
“Pagheron, Pagheron, Pagheron, Pagheron…” (Pagherò)
“Con che po’? Con che po’? Con che po’?...” (Con cosa?)

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