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Ritorno al passato - Donald e i due armigeri della Casa del Dazio di Fucine



4 passi, o meglio 2 passi. Sì, solo due passi per le vie di Fucine di Ossana. Due passi che, gira e rigira, mi portano di fronte alla “Casa del Dazio” a quella antica casa, il “loco del dacio”, per merci transitanti da e per la Val Camonica. Un edificio di cui solo nel 1622 si ha notizia, molto più tardi delle altre due Case del Dazio solandre, quella di Vermiglio e quella di Dimaro, delle quali già si conosceva l'esistenza rispettivamente nel 1331 e nel 1387.  

 

Non è certamente la prima volta che vengo a trovarmi davanti a quell'imponente fabbricato, a quella che fu la sua torre e, ciò che più interessa, ai suoi affreschi. Affreschi realizzati nel 1671 su commissione del daziario Carlo Busetti, che ancora oggi, ben restaurati, decorano il prospetto principale: due armigeri a guardia dell'ingresso principale, una soprastante meridiana, lo stemma del principe vescovo Alfonso Thun, figure dei santi, San Carlo Borromeo, Antonio da Padova, Francesco D'Assisi...


Dicevo che non è la prima volta che passo da quelle parti, che mi soffermo davanti a quell'interessante facciata, ma, in questa occasione, oltre ad ammirarne, come sempre, i dipinti, non ho potuto evitare che la mia fantasia vagasse senza alcun controllo.

I due armigeri, un alabardiere e un picchiere, in cui nella mia mente si personificavano due dei rozzi bravi di don Rodrigo, di manzoniana memoria, subito assunsero i lineamenti di un personaggio contemporaneo, di quel potente soggetto che quotidianamente appare in ogni telegiornale, ma che io non apprezzo per nulla e che mi sento tranquillamente di etichettare (ma credo di non essere il solo) come un grande arrogante, un prepotente impulsivo, e, speriamo proprio di no, anche un pericoloso irresponsabile. Mi riferisco al novello presidente USA, che quotidianamente si dedica (a proposito del “loco del dacio”) all'imposizione di nuovi dazi, distribuiti selettivamente a più o meno a tutte le nazioni del globo terracqueo... Un presidente che, va detto, è stato comunque democraticamente eletto... eletto però, a parer mio, sull'onda di un populismo fomentato ad arte dai mass media di varia natura in grado di inibire la residuale capacità critica dell'elettore medio. Temo (o meglio spero) che quell'elettore medio debba ben presto ricredersi...  


I due bravi al servizio del signorotto locale assunsero quindi, nella mia testa, la fisionomia di Donald Trump... Due sgherri pronti ad intervenire contro chi non dovesse versare il dovuto tributo. Sicuramente una decisa retrocessione per il Presidente americano, che nel “ritorno al passato”  avrebbe, eventualmente, dovuto assumere ben altra collocazione, ben altra importanza. Avrebbe dovuto incarnarsi quantomeno nella figura di un signorotto locale (di un Don Rodrigo, di un Innominato... ma anche di più...) e non limitarsi ad impersonare la modesta figura della guardia o del gabelliere. Il ruolo che gli spettava avrebbe dovuto essere molto più importante; non gli spettava il ruolo di chi i dazi li riscuote ma di chi i dazi gli impone. Un ruolo di prestigio, quindi, incontestabile e soprattutto coerente con il "seicento", con l'andazzo di quei lontani tempi... ... ma certamente non altrettanto coerente con l'attualità, con la complessità del presente, dove, purtroppo, il nostro Donald è realmente collocato e, volenti o nolenti, opera concretamente, giorno dopo giorno creando non pochi problemi.

Ed è proprio così. Oggi, nel 2025, ci ritroviamo non alle prese con uno dei molti prepotenti signorotti del 1600, ma con un individuo potentissimo, il capo di quella che è ancora ritenuta (non si sa fino a quando) la maggiore potenza economica mondiale. Ci ritroviamo con un certo Donald che utilizza gli stessi sistemi di un feudatario di qualche secolo fa. Un Donald che impone imperterrito balzelli a destra e a manca, persistendo ad interpretare, noncurante (o inconsapevole) delle diversità epocali, il ruolo di un esoso gabelliere d'altri tempi. Il tutto con medioevale prepotenza, con grinta e risolutezza (forse solo apparente, visti i continui ripensamenti), creando caos, incertezza nel mondo economico, con esiti difficilmente prevedibili sia nella loro efficacia che nelle loro conseguenze...

Ma... ... Non è da escludere che, in realtà, tutto questo polverone creato ad arte dal nostro Donald e dai suoi sostenitori, dentro e fuori patria, non serva a mascherare manovre ben più azzardate e pericolose per l'attuale equilibrio mondiale o per quel che rimane delle nostre democrazie liberali. Ma qui mi fermo. 


In conclusione una irreale visione dalla quale non sono riuscito a sottrarmi. Tant'è vero che, completati i miei 2 passi e ritornato davanti al computer, ho deciso, un po' per passatempo, un po' per burla, un po' per alleggerire, di materializzare la mia fantasia con la realizzazione di due fotomontaggi. Fotomontaggi che non sono risultati un granché, ma tant'è... L' apparizione di fronte alla Casa del Dazio di Fucine era senza alcun dubbio meno banale nella sostanza e anche, ma direi soprattutto molto più elegante dei due lavori che giocosamente (anche se alquanto faticosamente) ho portato a termine... in qualche modo.




L’enigma dei larici secolari della Val Comasine

 

La Val Comasine è una piccola valle sospesa, che, in alto, si arrampica sul versante settentrionale del monte Boai e in basso si allunga al di sopra del centro turistico di Pejo Terme. E’ un sito paesaggisticamente attraente, importante dal punto di vista naturalistico, geologico, geomorfologico e particolarmente interessante dal punto di vista storico.

Dell’umana colonizzazione di questo alpestre territorio quasi nulla si sa, ma si suppone che sia stata molto remota, che si perda nella notte dei tempi. Della sua storia relativamente più recente, del suo utilizzo più vicino a noi (trattasi comunque di parecchi secoli), molto è stato invece recentemente svelato. Lo ha svelato una perspicace e laboriosissima ricercatrice, la professoressa Christa Backmeroff, che ne ha ricostruito il passato attraverso le analisi dendrocronologiche da lei effettuate sui larici e sulle antiche ceppaie del suo bosco nonché sui resti di carbone di legna reperiti in alcune carbonaie abbandonate da secoli.


Non è certamente questa la sede più adatta per ripercorrere il lungo e approfondito percorso di ricerca portato a termine dalla professoressa Backmeroff  (si possono trovare tutte le informazioni del caso navigando in Internet). Mi limiterò quindi a riferire quanto è stato “scoperto” e, in estrema sintesi, come lo si è “scoperto”.

Quanto si è scoperto, o meglio cosa si è scoperto? Si è sostanzialmente “scoperto” che, in un lontano passato (ma ben collocato nel tempo) tutta la vegetazione arborea che rivestiva la Val Comasine… è stata totalmente eliminata in un relativamente breve lasso temporale. Questo l'accadimento che è stato accertato con certezza. In Val Comasine vennero abbattuti tutti gli alberi, tutte le conifere, tutti i larici, per ricavarne carbone di legna. Carbone indispensabile per la fusione (nei forni di fondovalle) del minerale ferroso allora estratto in grande quantità dai versanti del monte Boai.

Come la Professoressa ci ha rivelato le prove di quella devastazione, sono tutt’ora presenti… Sono un’impronta del passato tutt’ora presente che bisogna però saper vedere e soprattutto interpretare. A prima vista sembra incredibile ma il “segno” di quanto avvenuto alcuni secoli fa sta semplicemente nella presenza di quel centinaio di mastodontici larici secolari che sovrastano nettamente tutte le altre conifere nel bosco della valle.



Sembrava un enigma, una presenza inspiegabile… “Dei larici secolari, sparsi qua là all’interno di un bosco molto, ma molto più recente…”

Un giallo che è stato brillantemente risolto. Risolto dalla “nostra” dendrocronologa... Come? Inizialmente datando l’età dei 125 grandi larici.

E i vecchi larici sono risultati tutti coetanei... avendo tutti un’età compresa tra i 600 e 650 anni (risalivano al 1400-1450) mentre gli altri larici del bosco erano molto più giovani nati al massimo 150 anni fa.

Quindi... inevitabile chiedersi ora perché i vecchi larici erano tutti coetanei (nati tutti assieme), perché non esistevano anche larici più vecchi. La risposta è arrivata dall’analisi dendrocronologica dei frammenti di carbone rinvenuti in antiche carbonaie che ha permesso di accertare che la loro età era anteriore all’inizio del Quattrocento spingendosi per alcuni fino all’anno mille. Gli alberi nati prima dei nostri larici monumentali erano stati tutti trasformati in carbone.

L’enigma era in gran parte risolto: attorno al 1450 l’intero bosco era stato completamente tagliato per ricavarne carbone di legna. Vennero risparmiati dall’abbattimento solo alcuni giovanissimi alberelli, irrilevanti per la produzione del carbone… Quei minuscoli larici coetanei di allora sono i patriarchi di oggi, quei grandi larici che emergono dai boschi della Val Comasine...



Rimaneva un ultimo interrogativo. Per quale motivo non si trovavano alberi di età intermedia? Erano presenti solo alberi antichi e alberi relativamente giovani. Probabilmente la ragione stava nel fatto che l’area sottoposta a taglio raso nel 1400 era stata successivamente sfruttata come pascolo impedendo fino a 150 anni fa la ricrescita del bosco.

Il fatto che, nel 1400 (periodo di maggiore sfruttamento delle miniere di ferro), per fare carbone ci si sia spinti fio a 2200 metri di quota, a parecchi chilometri dal fondovalle (dove si fondeva il ferro), conferma quanto altri ricercatori avevano già ipotizzato, cioè che nell’intera valle i boschi più comodi, più vicini ai centri abitati erano già stati tutti totalmente abbattuti. Una totale devastazione della copertura arborea dei versanti della valle con tutte le conseguenze del caso… valanghe, dissesti idrogeologici, mancanza di legname de costruzione e di legna da ardere... Un disastro ambientale che come purtroppo quasi sempre accade è finito nel dimenticatoio ma che invece, soprattutto ora che è stato storicamente riportato alla luce, dovrebbe aiutarci a riflettere maggiormente sulle conseguenze negative che ogni intervento non ben ponderato può avere sull’ambiente e conseguentemente ripercuotersi pure su di noi umani… basti pensare alla ormai accertata origine antropica del cambiamento climatico (immissione di gas serra nell’atmosfera) e quindi all’accentuarsi nel numero e nell’intensità dei disastrosi eventi meteorologici estremi o, per rimanere nel nostro ambito, all’attuale gestione del turismo invernale basato quasi esclusivamente sul luna park dello sci con siti eccessivamente urbanizzati o comunque oltremisura antropizzati con inevitabili ripercussioni di compromissione ambientale… ...


Ma veniamo al resoconto della mia escursione in Val Comasine.

Raggiunto (salendo per la strada forestale dall’abitato di Comasine) ed esplorato per bene il “Camp” mi appresto a discendere alla Malga di Comasine, posta più in basso sul versante opposto.



Sono stato tentato d’imboccare il sentiero denominato “sentiero dell’antico bosco di larice”, che scende ripido fino ai ruderi della “Malga Vecia”, ma vi ho rinunciato avendolo già percorso in passato. Proseguo quindi sulla strada forestale.




Il “sentiero dell’antico bosco di larice” è una stretta pista realizzata a fini didattici, lunga più di 4 chilometri, appositamente predisposta per una visita completa dell’antico bosco, dei suoi 130 larici secolari, delle carbonaie e di ciò che di interessante offre la zona. E’ costellato di pannelli che forniscono dettagliate informazioni rispondendo agli interrogativi o alle curiosità del visitatore, turista o valligiano che sia.




Il pannello più grande, un panello d’introduzione che presenta la Val Comasine nei suoi vari aspetti, storico, geologico, forestale, geomorfologico, ecc. è posto proprio al bordo del “Camp”, all’inizio della discesa verso il fondovalle, sia che si prosegua sul sentiero che sulla strada forestale. Impossibile non vederlo e non attardarsi a consultarlo. 

  


Lungo la discesa incontro i primi imponenti larici secolari, alcuni posti sul bordo della strada altri più distanti, cresciuti lungo il versante, un versante ripidissimo, a volte roccioso e geologicamente parecchio interessante.




Raggiunto il fondovalle decido di seguire verso il basso il corso del rio che discende serpeggiando sul pascolo. Raggiungo così un recinto di grandi pietre che corona un piccolo dosso… Un altro enigma della Val Comasine… della sua funzione infatti nulla si sa: la sua origine potrebbe forse risalire a tempi molto, ma molto lontani…




Poco sotto è visibile la Malga Vecia, o meglio i suoi ruderi. Sono posti a lato del sentiero che discendendo porta al Belvedere di Pejo Terme.




Risalgo e raggiungo la Malga di Val Comasine. Recentemente ristrutturata, in estate viene monticata e vi si possono acquistare i suoi buoni prodotti caseari.

Una breve sosta e proseguo in salita, sempre su strada forestale, fino ad arrivare alla Malga Mason, una vecchia struttura non più utilizzata. Lungo il percorso incontro altri numerosi larici secolari e a lato della strada una antica carbonaia la cui origine e funzione è ben illustrata in alcuni pannelli a ciò predisposti.




Altra sosta e ritorno alla Malga di Val Comasine e successivamente al Camp e poi giù e ancora giù fino all’abitato di Comasine.



Trovi tutte le foto in Google Foto

C'era una volta...


 

C’era una volta… No, non si tratta dell’incipit di una favola per bimbi… Quello che qui si racconta non è una fantasiosa fiaba a lieto fine e nemmeno una antica leggenda ambientata ai piedi del Castello di San Michele… qui si racconta di eventi davvero accaduti... in particolare qui si racconta di come si sia intervenuti trasfigurando un sito da me (e non solo) assai amato. Si parla quindi di veri accadimenti, si parla di fatti concreti... di come ciò che c’era una volta sia stato, via via, in pochissimo tempo mutato nella sua destinazione d’uso, decisamente alterato nella sua sembianza.


La località di cui si racconta è quella della “Bacheta” , un’ampia striscia di terreno che si allunga dalla periferia di Ossana quasi a picco sul torrente Vermigliana, in alto sopra l’abitato di Fucine. Fino ad alcuni anni fa questo sito era attraversato per la sua intera lunghezza da una stretta stradina, il “sentiero del Sant” (così io l’ho sempre chiamata), una stradina che ora è stato allargata e ben asfaltata ricavandone il tratto iniziale della pista ciclabile che sale a Vermiglio (e che in futuro dovrebbe raggiungere il Passo del Tonale)

La “Bacheta” era una località in via di naturale imboschimento, di naturalizzazione spontanea... Ricordo che la zona a cavallo dei decenni 50’- 60’ del secolo scorso, era ancora in piccola parte coltivata. Qualche raro campo di patate ma soprattutto dei ripidi lembi di prato falciabile, il tutto nell’ambito di un’economia rurale di sola sussistenza giunta ormai agli sgoccioli. Con il sopraggiungere del benessere il sito è stato totalmente abbandonato e a poco a poco si è inselvatichito… Sono attecchiti in grande numero i noccioli ma anche i pioppi tremuli, qualche acero, qualche betulla, ontano e sorbo degli uccellatori... e al limitare del bosco, qualche larice e numerosi abeti rossi; alcune conifere già presenti si sono fatte imponenti, davvero maestose... Percorrere i vari tratti della stretta stradina del Sant, inizialmente nell’ombra oscura delle conifere, più avanti nella luce radente del sole al tramonto sprofondati in un tunnel di fronde luccicanti (dove a fine estate scoiattoli e ghiandaie erano di casa), era diventato, fino a pochissimi anni fa, un salutare e coinvolgente svago per i valligiani e soprattutto per molti turisti… ora purtroppo non lo è più, almeno non lo è come lo era allora...


..ma ora non c’è più.

Si è fatta pulizia. Tecnici ed operai del Servizio forestale della Provincia, ben forniti di motoseghe, trattori, autocarri e macchine operatrici di diversa tipologia e potenza, hanno lavorato alacremente per più mesi durante due successive stagioni estive per abbattere la boscaglia ripulendo totalmente l’intera zona da alberi d’alto fusto, dal ceduo e dai cespugli, quelli che furono prati, pascoli e campi coltivati e che abbandonati durante gli ultimi decenni si erano fittamente rimboschiti. Hanno eliminato le ceppaie e le radici ma anche massi e macigni, hanno spianato e livellato il terreno, allargato stradine e i sentieri, restaurato e ricostruito alcuni muretti a secco e infine seminato il tutto a prato… Un’impresa non da poco e sicuramente anche parecchio costosa.

Quindi, come in altre zone della valle, anche a Ossana, nei pressi del castello di S. Michele, si è voluto ripristinare quell’antico paesaggio rurale che il progresso aveva annullato. Una modernità che si era ben poco interessata all’agricoltura di montagna, all’incentivazione di una innovativa alpicoltura, rivolta com’era (e come è), all’incentivazione di un’economia e quindi di attività imprenditoriali legate, quasi esclusivamente, al turismo, ad un turismo in buona parte povero, un turismo di massa legato alle tendenze del momento.

Ma ne è valsa la pena?

Se è vero che il taglio del bosco ha dischiuso il panorama sulla valle di Peio, sulle sue alte cime che la coronano, e soprattutto sul bel castello di Ossana prima completamente celato dalla vegetazione (permettendomi tra l’altro di fotografarlo da punti di vista finora impossibili), è pure vero che se prima della drastica deforestazione il camminare sul viottolo del Sant era decisamente gradevole, era una piacevole passeggiata nell’ombra del bosco, con il ripristino del paesaggio rurale la situazione è decisamente cambiata. Dalla primavera all’autunno si avanzava sotto il sole cocente tra terre artificialmente inerbite, prive d’alberi, di bosco e di sottobosco, di un sia pur minimo interesse naturalistico.

Ma poi per quale ragione abbattere un bosco? Un bosco distante dalle case e che quindi non dava alcun fastidio? Per recuperare alla coltivazione delle superfici produttive abbandonate da decenni? Ma quali superfici produttive… solo prati magri e ripidi pascoli di limitata estensione. Per movimentare un panorama fattosi troppo uniforme con l’espansione della boscaglia? Non direi proprio visto il risultato (apertura del panorama sul castello esclusa). Solo per questi motivi si è distrutta una piccola foresta in formazione, un seppure minuscolo polmone verde in grado comunque di incamerare CO2 seppur in una infinitesima proporzione? Se l’apporto di quel bosco alla mitigazione del cambiamento climatico era sostanzialmente nullo non lo era comunque sul piano simbolico (o se vogliamo... educativo). Non è certamente un bell’esempio da mostrare ai bimbi che partecipano alla festa degli alberi e che vengono educati al rispetto per la natura e resi consapevoli rispetto all’importanza del bosco nella lotta al riscaldamento globale. A distruggere i boschi già ci pensano le tempeste di vento e la pullulazione del bostrico (figlie del clima che muta per cause antropiche)… non è il caso di aggiungervi altre distruzioni soprattutto se ben poco motivate. Di fronte a questo intervento non si può quindi che rimanere perplessi, disorientati come lo è stata buona parte della popolazione (locale e non) che non ha compreso le ragioni di un’operazione molto costosa e per molti versi ambientalmente e pure paesaggisticamente ben poco giustificabile.



Invece ora c’è...

Ma non finisce qui. Oltre ad aver fatto pulizia, ad aver ripristinato l’antico paesaggio rurale, il viottolo della “Bacheta” è stato convertito in pista ciclopedonale, o meglio, sostanzialmente, in pista ciclabile al servizio di un turismo sempre più intraprendente nel profittare e soprattutto promuovere le mode, le tendenze del momento. L’attesa e ben predisposta  ciliegina su di una torta già ben servita...

Un lungo e lento lavorio ha, a poco a poco, trasformato una antica mulattiera in un’ampia strada, protetta a monte e sostenuta a valle da muri a secco ma anche in calcestruzzo armato (artificiosamente mascherato da pietre a mo’ di muro a secco). Un lavorio che si è da poco sostanzialmente concluso con l’asfaltatura dell’intero tracciato, con la posa di uno spesso strato bituminoso che si estende ben oltre il “sentiero del Sant” raggiungendo i laghetti di San Leonardo di Vermiglio. Ora manca solo il fiore all’occhiello a cui comunque si sta già lavorando: mancano le staccionate a protezione dei ciclisti nei punti più esposti e manca il dovuto ultimo tocco di colore: manca la segnaletica stradale orizzontale con i suoi contrasti cromatici, manca il bianco e il giallo delle sue linee e dei suoi geroglifici tracciati sul nero del manto stradale. Manca quest’ultimo tocco per completare definitivamente la decorazione dell’alpestre paesaggio.

Questo è ciò che ora c’è in località “Bacheta”. Un serpenteggiante nastro nero, bollente in estate, inquietante, inquinante e costoso, su cui si cammina male e che, e questo è ciò che più pesa, non contribuisce sicuramente con il suo innaturale “cittadino” apporto a migliorare il paesaggio montano ed in particolare ad abbellire il panorama che è stato da poco aperto sul Castello di San Michele




Che dire?

A questo punto mi chiedo (e chiedo pure a chi mi legge) se quel nero manto di asfalto fosse davvero indispensabile: non ci si poteva limitare ad aprire una pista per amanti della bici, più stretta, meno impattante, più adatta ad un contesto montano, e soprattutto non asfaltata, con un piano stradale sterrato, ben compatto, stabilizzato e durevole negli anni?




Vedi in Google Foto cosa c’è ora 


Neve di metà aprile sul castello di Ossana

 

Anche quest’anno la neve non si è sottratta all’appuntamento che da sempre ha con il mese di aprile. Questa consuetudine che per quanto ricordo si ripete senza interruzioni di sorta da molto tempo è stata così riconfermata anche quest’anno dopo una stagione invernale poverissima di precipitazioni (ricca solo di costosa e inquinante neve artificiale) e nonostante il perdurare della siccità anche in primavera .



La neve del cuculo, la Kuksneea degli scritti di Mario Rigoni Stern. ha fatto la sua comparsa dopo Pasqua, verso la metà del mese, di primo pomeriggio, quando, dopo una nottata e una mattinata di pioggia più o meno forte, la temperatura si è abbassata… In verità non ha nevicato a lungo ma a tratti la neve è scesa con grande intensità e i fiocchi spesso si sono fatti giganteschi e fittiQuesto anche se il cuculo non era ancora arrivato, o almeno ancora non si era sentito cantare.



La breve immacolata bufera ha investito un’Alta Val di Sole disidratata, secca e arida, creando spessi depositi di neve sulle cime ma anche un sottile manto immacolato sul fondovalle (al di sopra dei 900-1000 metri) dove, seppure a fatica, si è accumulata nonostante il terreno inzuppato di pioggia, imbiancando le scure e bagnate strade del paese, i rossastri tetti delle case, i rami dei fruttiferi ancora nudi, il riarso brunastro dei prati e il verde intenso degli abeti al margine dei versanti boscosi…



Fitti fiocchi di neve pesante precipitavano frenetici dal cielo plumbeo e ammassandosi sulla campagna inglobavano rapidamente i primi fiori. Nascondevano le primule e le violette, coprivano i crochi dalle corolle bianche o violacee ben serrate e, al limitare del bosco, le infiorescenze dei saliconi e dei noccioli, i boccioli del biancospino e i vigorosi gambi degli anemoni triloba qua e là ancora in fiore.



Sparuti e coraggiosissimo uccellini, passeri, fringuelli, cinciallegre, codirossi e pettirossi, svolazzavano qua e là nella tempesta cercando riparo tra la fitta ramaglia dei cespugli del mio giardino o, ancora meglio, ai loro piedi dove la neve non si era depositata e qualche seme commestibile o qualche minuscolo insetto era ancora individuabile e ricuperabile.



Camminando nei dintorni del paese si riusciva a stento e solo a tratti ad intravedere l'imponente sagoma del solitario torrione dell'antico maniero di San Michele, immerso nella nebbia o reso evanescente allo sguardo dal turbinare della neve che cadeva sempre più rapida e più fitta. Una vista singolare, un panorama suggestivo, anche se non unico... perché di quel panorama, durante il mese d’aprile, ho sempre potuto godere anche in passato.



Così è stato… di quel suggestivo panorama ho potuto godere anche nel 2023, ma, a differenza di altre occasioni, quest'anno ho accolto la Kuksneea in modo del tutto diverso… La neve d’aprile oltre che “bella” è stata anche un vero “regalo del cielo”, una inattesa e positiva sorpresa sgusciata da un uovo pasquale... scesa sulla terra per elargire un po’ di acquosità alla secchezza che perdura ormai da tempo quasi immemorabile...



Una nevicata inaspettata, un “regalo del cielo” … Una bianca bufera di neve bella da vedere ma soprattutto estremamente necessaria per attenuare, pur nella sua pochezza, le preoccupazioni dovute al protrarsi di una lunghissima e perdurante siccità.     Ma poi? Poi si vedrà… Nel proseguo vedremo che altro ci attende, che altro ci riserva questo clima che abbiamo fatto “impazzire”.



Un clima “impazzito”? Tutti lo vediamo, lo constatiamo, di anno in anno, per non dire di giorno in giorno e tutti parliamo e... sparliamo dichiarando che sono gli effetti del “riscaldamento globale”… ma poi poco facciamo concretamente, per cercare di attenuare, per quel poco che ci compete, il “cambiamento”. Un cambiamento climatico che in tempi relativamente brevi potrebbe rivelarsi disastroso per ciascuno di noi...



Purtroppo finora sono ben pochi coloro che agiscono... sia a livello individuale, limitando le proprie negatività nella generare gas serra, che, soprattutto, a livello collettivo, cercando di incidere sulle scelte che contano, in economia, in politica, nella gestione del bene comune... Ovunque sembra costantemente prevalere il mondo dei consumi incontrollati, il tornaconto contingente, sia personale che generale, legati ad un'economia ben poco sostenibile che guarda solo all'oggi e che nulla è disposta a sacrificare per il domani... che si disinteressa del futuro o forse, ma solo a voler pensar bene, che non ha la consapevolezza di ciò che l'attende e che quindi ci attende...




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