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Terra di Galizia... terra anche solandra

 

Galizia, una terra martoriata dalla guerra che, tra l'altro, accoglie, da più di 100 anni, anche le spoglie di molti soldati solandri  



Così scrivevo durante l’estate del 2015 nel mio post Forte Barbadifior:

Esattamente cento anni fa il Regno d’Italia entrava nel conflitto europeo già in atto da quasi un anno dichiarando guerra all'Impero Austroungarico di cui il Trentino faceva parte. La trentina Val di Sole si trovava quindi, già da tempo, coinvolta nei tragici accadimenti  che stavano sconvolgendo l’Europa e stava già pagando il suo tributo con il sangue dei suoi uomini inviati, volenti o nolenti, a  combattere soprattutto in terra di Galizia.   Anche per ricordare a modo mio, questo evento, al di fuori delle retoriche celebrazioni che solitamente accompagnano questa come altre simili ricorrenze, ho pensato di salire, qualche giorno fa, al fortino Barbadifior a Peio Terme, per scambiare qualche considerazione con il mio amico su quei tristi tempi, e qualche impressione osservando e fotografando ciò che rimane di questa austroungarica struttura fortificata."


100 anni fa! Sono trascorsi più di cento anni, ma nulla è cambiato, non è finita… le guerre nel frattempo hanno continuato a “vincere”, in tutto il mondo, ora di qua, ora di . In questo periodo si combatte nuovamente anche in Galizia, proprio dove, durante il primo conflitto mondiale, persero la vita molti nostri valligiani. Da parecchi giorni quella che fu la Galizia occidentale, la terra di Leopoli, ora facente parte dello Stato ucraino, stanno piovendo le bombe mentre nella Galizia orientale, in terra polacca, si stanno ammassando donne e bambini in fuga dalla guerra. Tragici avvenimenti che stiamo seguendo con trepidazione, che ci angosciano, ma che stanno lì, irremovibili... stanno lì a confermare per l'ennesima volta come l’uomo compia sempre gli stessi errori, a sancire come il passato, tutte le immani tragedie del XX secolo, gli abbiano insegnato ben poco, nulla sostanzialmente. Qualche potente di turno riesce sempre a “regalarci” dei nuovi orrori. Oggi ne “beneficia” anche la Galizia ucraina, la regione dove riposano tanti solandri. La Galizia... quella terra martoriata che fu teatro di cruenti combattimenti tra le forze della Russia zarista e gli Imperi centrali durante la grande guerra e di altrettanto orribili eventi durante il secondo conflitto mondiale, sanguinose battaglie e sterminio nazista della popolazione ebraica.


Ma ritorniamo a noi, alla nostra Val di Sole dove ancora sono ben visibili i segni della grande guerra: i ruderi delle fortificazioni e delle caserme sul fronte del Tonale e della Val di Peio, i resti dei villaggi militari in alta quota, le caverne scavate nella roccia, le trincee e i rimasugli dei reticolati, le bombe che emergono dai ghiacciai in disfacimento… e gli ex cimiteri militari sul colle di San Rocco a Peio Paese e a Ossana. Tracce consistenti, ben visibili, che dovrebbero farci riflettere sugli orrori dalla guerra, sulle morti, sulle distruzioni, sulle sofferenze della popolazione...

Le sofferenze della popolazione”, di una popolazione involontariamente coinvolta nei tragici eventi della guerra, oggi in Ucraina (e nella sua Galizia), ieri, 100 anni fa, in Val di Sole. “Sofferenze” di cui tentai  di raccontare” e di documentare, a modo mio, in un post di tre anni fa (Visita al Forte Barbadifior nel centenario della grande guerra), post che ripropongo qui sotto in alcune sue parti.




[...] ritorno sull'altura del forte Barbadifior in occasione della coinvolgente rappresentazione teatrale che si è tenuta proprio lassù a due passi dalla piccola fortezza. “Una Comunità sul fronte – La Val di Peio e la Grande Guerra”, questo il titolo della rappresentazione: un “percorso partecipato dell'Ecomuseo della Val di Pejo” sempre attento al recupero della storia locale, ma non solo, anche delle tradizioni, degli antichi mestieri che si vanno rapidamente dissolvendo, travolti dalla “modernità”, dallo “sviluppo”, dal “progresso” che pur portando un certo benessere sta bruscamente e totalmente affossando anche il ricordo della civiltà che ci ha preceduto disperdendone anche i suoi più genuini valori.



La rappresentazione rievoca le peripezie e le sofferenze della popolazione della Val di Peio suo malgrado coinvolta nei tristi avvenimenti bellici della prima guerra mondiale e in particolare racconta di come la gente di Peio Paese, riuscì, a costo di immensi sacrifici, ad evitare l'evacuazione dal proprio paese, vicinissimo al fronte, e l'internamento nei campi di concentramento situati in terre lontane e sconosciute.



Altre foto della rappresentazione teatrale in “Google Foto

Così non fu per la popolazione di un altro paese della Val di Sole, un paese ancora più prossimo alla linea del fronte, il paese di Vermiglio. Mio nonno, allora aggregato negli Standschütser dovette assistere alla drammatica partenza di quella popolazione verso il campo di Mitterndorf e, molti anni dopo, ricordandola ancora lucidamente, la descrisse in un capitolo delle sue “Memorie”, capitolo che, in buona parte, riporto più sotto....

"... ...Il comando militare... emanò un ordine tassativo alla popolazione delle tre frazioni di Vermiglio, di lasciare i paesi entro le successive quarantotto ore. Non si facevano eccezioni né per infermi , né vecchi, né bambini: tutti dovevano partire a scanso di dover usare mezzi coercitivi.
Ognuno può immaginare la disperazione di quella povera gente: abbandonare così immediatamente il paese dov'erano nati; dove tra stenti e sudori, avevano costruito la loro casa tra mille difficoltà, abbandonare questa, il bestiame, la campagna, granaglie, mobilio, biancheria, ogni loro avere; lasciare tutto in mano ai vandali, ai ladri... ai tedeschi: ah, era tremendamente penoso! Bisognava però sottomettersi. Chi vide e visse la disperazione, le lacrime, i pianti di quella povera gente, durante quei due giorni, non poté certo non piangere con loro. Così accadde anche a me e non vorrei certo rivivere quel dì. Era un interrotto correre da una parte all'altra con mobili, biancheria, mangiativa ed altro, per nascondere nelle cantine,nei sotterranei... ma a che scopo? Per porre questa loro roba in balia dell'umidità... dei topi... dei vandali soprattutto. Questi infatti, non appena la gente se ne fu andata, cominciarono a forzare le porte per arrangiarsi a loro piacimento e fra questi non mancarono anche coloro che erano stati assegnati al buon ordine cioè alcuni gendarmi.
Per chi sale la nostra caserma era sulla destra della strada principale, mentre quella dei gendarmi era posta a sinistra, quasi di fronte. Sulla strada già stava una successione di piccoli carri a due ruote (broz) aggiogati a delle vacche, su cui stavano dei vecchi impossibilitati ad andare a piedi, perché ammalati. Dietro seguivano i nipotini, quali a piedi,quali in braccio alle loro mamme, che non cessavano di piangere e di stringere al seno i loro bambini. Era una scena talmente commovente che Redolfi e io, mentre stavamo al balcone ad osservare, non potevamo fare a meno di commiserare quegli infelici e piangere con loro. Quando la lunga fila di quei poveri carriaggi, di quei vecchi ammalati, bambini e mamme, stava lentamente avviandosi verso un loro destino incerto ed ignoto e quella faticosa lentezza sembrava ostentata e probabilmente voluta, come di chi non riesce a distogliere lo sguardo, i pensieri, il cuore dalle cose che gli li sono state immensamente care, ecco improvvisamente uscire dalla caserma, come forsennato e con la sciabola sguainata, il summenzionato gendarme e lo sentiamo gridare come inferocito: “Via di qui: spioni, ladri, figure sporche di vermigliani! Avete fatto la spia, per troppo tempo!Via, via se non volete provare l'acciaio della mia sciabola!”
Quella povera gente intanto si avviava verso il suo fatale destino, senza reazioni, senza parole ma con una enorme amarezza in cuore. Io e il collega Redolfi, assistemmo angosciati a quel tristissimo esodo mandando in cuor nostro un mondo di imprecazioni al gendarme inumano. A poco a poco la colonna di profughi scomparve alla nostra vista, ma la mia mente ebbe presente per giorni l'immagine di quei poveri migranti che con i loro piccoli involti, contenenti lo stretto necessario, se ne andavano verso Vienna, nel campo di concentramento di Mitterndorf … Le infinite miserie per fame, malattie e maltrattamenti furono tali che ben cinquecento e più non fecero più ritorno e quando finalmente dopo oltre tre anni venne il giorno tanto atteso della pace, quelli di Cortina e Pizzano trovarono le loro case semidistrutte dalle fiamme... ..."

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Questo forte è ancora là, in alto sopra la valle, minuscolo ma ben individuabile, a ricordo del doloroso periodo bellico, quasi ad ammonirci sulla necessità di vigilare, di scegliere con molta cautela i “potenti” che ci governano, di evitare i “falsi profeti”... E’ ancora là per esortarci a ricercare sempre e irriducibilmente soluzioni pacifiche alle contese per non trovarci travolti da tragedie simili a quella che ci coinvolse cento anni fa.




Malga Paludei e il suo bivacco

 

Malga Paludei è la meta principale di questa mia settembrina “scarpinata”, una escursione in Val di Peio nel Parco Nazionale dello Stelvio (verso la testata della Val del Monte) su di un percorso ad anello (il giro “alto” del bacino idroelettrico di Pian Palù che oltre alla malga Paludei tocca altre tre malghe, Giumela, Palù e Celentino), agevole e non lunghissimo ma che richiede una giornata intera soprattutto nel caso che al seguito ci siano bimbi piccoli, diciamo in età scolare.




Lasciata l’auto al Fontanino di Peio (m 1660 slm) si sale al lago sulla strada bianca in sponda idrografica sinistra; raggiunto lo specchio d’acqua la salita va proseguita, sempre su strada sterrata, fino a malga Giumela (m 1950 slm) dove si imbocca, sulla sinistra, una larga mulattiera che, tagliando a mezza costa (cento, duecento metri sopra il lago) formazioni più o meno fitte di abete rosso e larice, porta a malga Paludei (m 2130 slm). Il tutto più o meno in due ore, forse tre per le persone anziane o con dei bambini piccoli.




Al ritorno da malga Paludei si scende a malga Palù (m 1830 slm) percorrendo un sentiero piuttosto ripido ma ben segnato. Si prosegue quindi su di una stradina sterrata che costeggia la sponda del lago (destra idrografica). Raggiunta la diga si può scegliere se attraversare sullo sbarramento (possibile solo in estate?) e imboccare quindi la strada bianca già percorsa in salita o se scendere, partendo poco più in alto, dalla malga di Celentino (m 1830 slm), per l’erto ma largo e facile sentiero in sponda destra fino al punto di partenza (ritorno in due, tre ore).




Questa è zona frequentatissima durante la stagione estiva. Se si ama la tranquillità, se si amano osservare la flora e la fauna del Parco conviene scegliere la stagione primaverile o quella autunnale. In quei periodi sarà più facile osservare, anche non distaccandosi dal tracciato canonico, qualche scoiattolo, delle nocciolaie, un picchio, cince, rampichini, scriccioli, pettirossi e molti altri piccoli uccelli, e magari con un po’ più di fortuna un’aquila, una volpe, un capriolo, un camoscio, qualche cervo… Se poi, abbandonando la stradina tra la malga Giumela e i Paludei, si imbocca il sentiero che sale al Lagostel o semplicemente qualche “traccia” o sentierino non segnato che porta più in alto, lassù dove il bosco si dirada e lascia spazio alle alte praterie, si possono osservare, soprattutto all’alba, dei branchi di cerve con i piccoli al pascolo e, a fine settembre inizio ottobre, udire il bramito del cervo maschio e magari coglierlo intento a difendere il suo harem, il gruppo di femmine che ha radunato con tanta fatica.




Il percorso è paesaggisticamente attraente, attraenta ovunque. E' sempre in vista delle frastagliate creste rocciose che racchiudono la conca di Pian Palù (coperta d’acqua negli anni ‘50). La zona decisamente più panoramica è comunque quella dei Paludei dove, con il dissolversi del bosco nel pascolo della malga, lo sguardo si apre e può spaziare liberamente sui contrafforti rocciosi che racchiudono le estreme propaggini della Val del Monte, verso il passo Sforzellina, dove, ai piedi del Corno dei Tre Signori, ha origine il fiume Noce.




Ma, oltre all’ampio scenario, ciò che colpisce in quest’ultimo tratto della stradina, prima di raggiungere i rustici edifici della malga, è la grande croce che, posta sulla sommità di una piccola altura, ricorda che anche questa località, più di cento anni fa, fu teatro di scontri tra gli austroungarici e gli italiani. Siamo infatti al cospetto di cime e crinali su cui, durante la grande guerra, si arroccarono le truppe avversarie. Oltre al Redival, all’Ercavallo, alla Sforzellina anche cime ben più elevate vennero più o meno permanentemente presidiate da militari di entrambe le fazioni: tra le cime Villacorna, Mantello e Giumela si combatté, durante gli ultimissimi mesi di guerra, la battaglia più alta dell’interoconflitto per il possesso della vetta del San Matteo (m 3678 slm) che domina la zona.





Anche a malga Paludei ci fu qualche bellicoso scontro. Durante la guerra, questa malga, che oggi, ben ristrutturata e consolidata, è adibita a bivacco, (duplice bivacco: il primo, con sei posti letto senza materasso, occupa una porzione dello stallone ed è  aperto a chiunque, il secondo, ricavato nel casolare dei pastori, è “privato” e sempre chiuso) fu utilizzata dagli austroungarici come avamposto per il controllo della testata della Val del Monte, lungo la via che i “regnicoli” avrebbero potuto seguire per scendere dal Passo Sforzellina verso Peio. Oggi, a malga Paludei come nei suoi dintorni più prossimi, non ci si imbatte in resti significativi che possano testimoniare ciò che qui accadde durante la grande guerra, però quel triste periodo viene comunque ricordato da una scritta incisa su di una piastra di pietra posta ai piedi della grande croce (dove a suo tempo vennero sepolti militari austriaci e italiani). 




Sulla lastra si riassume quanto, nel 1965, un anziano austriaco, in “pellegrinaggio” a malga Paludei dove aveva combattuto durante la prima guerra mondiale, disse ad un giovane pastore del luogo: “Io venuto qui prima di morire, perché qui ho imparato tante cose, ho conosciuto la guerra, ho imparato che è meglio amarsi che uccidersi; sono venuto per salutare i miei amici, per pregare per loro ed anche per i nemici, per dire a mio figlio di non dimenticare mai questo... Devi sempre ricordarlo ai tuoi figli e anche tu, pampino, ricorda; quando tu grande, non dimentica di dire ai tuoi pampini.
Un vecchi soldato austroungarico

Unacroce per non dimenticare clicca o tocca e trovi i dettagli di questa storia.


In Google Foto trovi tutte le foto dell’escursione

e quelle degli interni del bivacco ai Paludei



Alla Malga di Strino e ai Forti del Tonale: breve escursione di metà agosto

 

La Val di Strino è sempre incantevole, lo è anche in piena estate anche se la sua bellezza non è certamente comparabile a quella primaverile o a quella d’inizio autunno quando viene  esaltata da una varietà cromatica del tutto assente negli altri periodi dell’anno, una varietà cromatica che talvolta viene affinata dal depositarsi, qua e là, di un soffice velo di neve, frutto di una leggera nevicata tardiva o precoce che sia.

In primavera una estesa gamma di verdi tonalità, tenere e morbide, punteggiata ovunque da una variopinta fioritura, si contrappone all’attuale estiva monotonia della valle, dei suoi pascoli e dei suoi boschi uniformati da una sola intensa verde colorazione. Colorazione piatta che solo più avanti, in ottobre, si rianimerà, riacquisterà vivacità, con il virare della colorazione della vegetazione, tutta, sia erbacea che arborea, verso quell’ampia molteplicità di calde tonalità tipiche dell’autunno.

Per questo motivo, per l’assai difforme presentarsi dell’ambiente, il ripetersi delle mie “puntate” in Val di Strino (di cui più volte ho raccontato in questo blog) riguarda principalmente, se non esclusivamente, le stagioni intermedie, che, come detto, naturalisticamente e paesaggisticamente sono decisamente più accattivanti.

Quest'anno, essendo stato costretto ad interrompere, per vari motivi, la tradizionale successione primaverile delle mie salite, ho voluto ammirare comunque la bella Val di Strino (e alcuni suoi siti limitrofi), raggiungendola appena possibile, in pieno agosto, quando inevitabilmante il suo fascino  era ormai in buona parte svanito. Ambiente sicuramente meno attraente, quindi, durante questa mia escursione, ma nel complesso comunque gradevole e meritevole d'essere apprezzato e ricordato. Le mie foto (sia quelle postate qui sotto che quelle accessibili in Google Foto) lo avvalorano.



Raggiunto di buon mattino, in compagnia di alcuni amici, (dopo una mezz'oretta di salita sulla comoda austroungarica strada militare) l’imbocco della valle, si sosta brevemente sui primi bassi pascoli ancora verdissimi, per ammirare le creste che serrano la piccola valle e, sul versante opposto, oltre il solco dell’Alta Val di Sole, la cima della Presanella con le frastagliate vette che la circondano.



I prati più bassi, come del resto tutta la Val di Strino, sono popolati da numerose colonie di marmotte. Le marmotte sono animali sempre vigili e diffidenti, ma talvolta, gli individui più giovani e curiosi si lasciano avvicinare pur rimanendo timorosi sul bordo della tana, un pertugio questo, contornato da ortiche e cardi in fiore, pronto a nasconderli e a proteggerli.



Alla malga (circa 45 minuti di cammino) non manca una chiacchierata con il malgaro e con i lavoranti intenti alla preparazione della cagliata, poi, con l’arrivo dei primi escursionisti, molte le informazioni e indicazioni che forniamo sui sentieri da seguire per arrivare alla Città Morta, ai Laghetti di Strino, alla Bocchetta di Strino e alla Cima Redival. Quindi, riposati e ristorati, imbocchiamo il ripido sentiero per il Forte Zaccarana lungo il quale incontriamo altri gitanti... gitanti sempre più numerosi.



Al forte troviamo una moltitudine di turisti, turisti saliti in gran parte dal Passo del Tonale per un ripido sentiero. E’ mezzogiorno, l’ora del pranzo, del pranzo al sacco… Le panche con tavolo e lo stesso prato antistante la fortezza pullulano di persone: risulta difficoltoso scattare anche una sola foto ai ruderi del Zaccarana, ai suoi dintorni come pure all’ampio panorama che si gode da quassù senza includervi qualche umana presenza.



Percorrendo la strada militare (45 minuti) discendiamo fino alle Caserme di Strino e a seguire, percorrendo per un breve tratto (15 minuti) l’antica strada del Tonale (ridotta ad una pista per mountain bike e quad), raggiungiamo i resti di Forte Mero. Folla ovunque, ressa di ferragosto. Quando si provvederà a destagionalizzare l’attività turistica tagliando queste punte di così massiccia e impattante presenza ?



Sulla via del ritorno (un’ora sempre sulla strada militare austroungarica) ci attardiamo nuovamente sui prati bassi della Val di Strino per osservare ancora una volta le marmotte e, nella bella luce del pomeriggio, i monti del Gruppo Presanella…

Val di Strino e Forti del Tonale in veste ferragostana... troppe le persone ma i paesaggi sono sempre suggestivi, l'ambiente è attraente anche se non paragonabile a quello della primavera e dell'autunno... un ambiente quello delle stagioni intermedie, che ho "raccontato" molte volte nei miei post: "I laghetti di Strino" - "Val di Strino:il bacio della marmotta" - "Il regno delle marmotte" - "Sui pascoli della Val di Strino" - "La città morta" - "Nevicata tardiva a Malga Strino" - "Anemoni primaverili a Malga Strino" - "Il risveglio delle marmotte sui monti di Vermiglio" - "Stambecchi in Val di Strino" - "A malga Strino con la neve di novembre" - "Sui pascoli di Malga Strino a fine primavera" ......

A differenza delle bellissime stagioni intermedie, stagioni “turisticamente morte”, a ferragosto non manca di certo la presenza umana... i gitanti e gli escursionisti sono moltissimi, decisamente numerosissimi. La presenza dei turisti non guasta sicuramente, anzi, ma a fine luglio ed in agosto diviene spropositata, diventa talmente massiccia da  incidere negativamente su di un ambiente fragile come lo è quello montano…

Va comunque detto che, rispetto ad alcuni anni fa, la “folla” ferragostana (“folla” che oggi, per come la nostra società è “male” organizzata, purtroppo non può godere delle ferie in altri periodi dell’anno) appare decisamente più educata e rispettosa. Il “mazzolin di fior” non lo raccoglia più nessuno, e tutti si portano a casa gli avanzi del pranzo, le cartacce, le bottigliette, i fazzoletti… Così è, così generalmente è: infatti raramente si rinvengono rifiuti abbandonati lungo i sentieri o nelle piazzole da picnic… Questo al contrario di quanto accade talvolta di vedere all’interno del bosco, in quelle particelle dove sono stati tagliati i larici ed gli abeti... Più disciplinati e riguardoso gli ospiti di qualche residente? Non lo si può di certo affermare, non si può certo generalizzare, ma vedere, ad esempio, sulle strade forestali chiuse al traffico veicolare (l’ho osservato durante questa uscita, tra il Tonale e Malga Strino), sfrecciare i quad (traffico incentivato oltre che consentito?) non può che destare delle perplessità sui comportamenti dei “locali”... Molto altro si potrebbe aggiungere, e di ben altra consistenza (non solo, per quanto riguarda la zona del Passo) sullo scarso rispetto del “locale” per il proprio ambiente, per il proprio patrimonio naturale che ben poco protegge e che, al contrario,  tende, sempre di più, a snaturare ed intaccare... Troppo spesso, per non dire sempre, l’interesse immediato, il "tutto subito", prevale su ogni altra considerazione… In gioco c'e sempre l’interesse, l’interesse grande e quello più piccolo, l'interesse individuale come, apparentemente, quello collettivo... Uno pseudointeresse che abbaglia, che accorcia la vista, che non permette di vedere lontano, che fa diventare ciechi... 


Tutte le foto sono in “Google Photo


Le Caserme di Strino, Forte Mero e molto altro sulla antica via del Tonale

 

No, non l’ho percorso tutta l’antica strada che da Vermiglio sale all’Ospizio di San Bartolomeo, ne ho percorso solo l’ultimo tratto che ho intercettato salendo per la strada militare che staccandosi dalla statale porta nella Valle di Strino raggiungendo, più avanti, l’austroungarico Forte Zaccarana. All’ inizio della Valle di Strino la strada militare e la vecchia strada del Tonale si sovrappongono, sembrano proseguire accomunate (così almeno mi è parso) per un lungo tratto in direzione del Zaccarana. Solo all’altezza di un ampio tornante, nei pressi delle Caserme di Strino, i due tracciati si separano, si ridividono prendendo direzioni diverse: la via per il Tonale prosegue più pianeggiante sulla sinistra, raggiunge subito forte Mero e prosegue poi, tra boschi e pascoli, fino al suddetto Ospizio di San Bartolomeo poco a monte del Passo.

Le fotografie raccontano meglio delle parole la mia escursione, escursione relativamente breve (una mattinata intera) ma coinvolgente per i panorami sulla Val di Strino e sulle cime del gruppo Adamello-Presanella. Escursione soprattutto curiosa alla vista dei i ruderi (Caserme di Strino e Forte Mero) risalenti alla grande guerra ma anche meditabonda e preoccupata davanti alla natura “snaturata” da un turismo troppo invadente al Passo del Tonale e nei suoi dintorni.

Questo il racconto della la mia escursione… con le immancabili mie “riflessioni”.
Lasciati alle spalle i pascoli della Val di Strino, dopo una breve ma ripida salita raggiungo quello che dopo un secolo resta del “Villaggio militare delle Caserme di Strino”.
Ciò che resta è un insieme di ruderi, è solo il relitto di quella che, durante la grande guerra, fu una importante base di appoggio dei vicini forti Mero e Zaccarana e delle postazioni fortificate sulla linea del fuoco. Qui, al riparo dai tiri dell’artiglieria “regnicola”, erano acquartierati i reparti che si avvicendavano al fronte e qui venivano pure curati i feriti e i congelati. A guerra finita i “recuperanti” asportarono dal villaggio tutto ciò che poteva essere utile nella ricostruzione del paese di Vermiglio distrutto dai bombardamenti e dagli incendi decretando così l’inizio del disfacimento dei tre edifici militari. Poi, con il trascorrere dei decenni, le intemperie e l’avanzare del bosco completarono l’opera di distruzione delle caserme… infine subentrò l’ oblio, i larici e gli abeti recuperarono il terreno perduto colonizzando e nascondendo le macerie. Solo recentemente (trascorsi 100 anni dalla terribile guerra) le rovine delle caserme sono state recuperate. Il degrado è stato arrestato, i ruderi consolidati e il sito, nel suo insieme, reso nuovamente leggibile, nonostante tutto… e lo si può constatare visionando le numerose fotografie che ho postato in Google Foto.
Sulla vecchia strada del Tonale, poco oltre le Caserme di Strino, si trova Forte Mero. Con il suo intonaco mimeticamente pitturato fa bella mostra di sé al margine di una verdissima radura erbosa. Fino a pochi anni fa la forma del forte era solo parzialmente riconoscibile compressa e mascherata com’era da un informe cumulo di grossi blocchi di calcestruzzo staccati dall’edificio dall'opera di demolizione dei “recuperanti”. Oggi, dopo i recenti lavori di recupero, la conformazione del forte è più riconoscibile, ben individuabile nella sua modesta sembianza di fortezza minore (niente a che vedere con il soprastante Forte Zaccarana), strategicamente impiegata solo per sbarrare l’accesso alla valle lungo l’antica strada del Tonale. Con la sua struttura tozza e la forma sommariamente quadrangolare il Forte ricorda i Blockhaus ottocenteschi: difesa ravvicinata e osservazione delle linee nemiche sul Presena, i compiti assegnati al Forte Mero.
Vicinissima al forte (troppo vicina… ad una edificio di importanza storica) è stata realizzata una piazzola attrezzata come area di sosta e picnic. Comodamente seduto su di una panca di quest’area osservo una marmotta che si crogiola al sole. E’ distesa su un grosso masso di conglomerato cementizio, uno tra i tanti che si trovano sparsi sopra la fortezza La osservo e la fotografo a lungo, fino a quando l’irrompere sul prato antistante il forte di un folto gruppo di giovani maschi in sella alle loro mountain bike non la spaventano costringendola a rintanarsi. Peccato.
Chi percorre in bike queste strade di montagna dovrebbe avere l’accortezza di non abbandonarle e, nel caso, di avvicinarsi ai “monumenti” storici (ammesso che possano interessare) con cautela e con il dovuto rispetto. Chi percorre il bellissimo anello per bike, che dalla conca di Ossana sale al Tonale sulla destra orografica della valle per ridiscendere lungo il versante opposto (costeggiando il Forte Mero dove mi trovo) dovrebbe avere il buon senso di non lasciare il tracciato canonico abbandonandosi a scorribande sugli stretti sentieri di montagna o ad acrobatiche esibizioni da riprendere, “da dietro e da davanti”, con più droni… Sì, perché, il gruppo di giovani maschi in moutain bike calato su Forte Mero a questo si è dedicato… dopo avermi chiesto, in verità molto gentilmente, di sgomberare il campo…
Abbandonati (senza alcun rimpianto) gli “sportivi” intenti alle riprese video delle loro acrobatiche “entrate” sulla radura del Forte Mero riprendo il mio cammino sull’antica via del Tonale. La strada attraversa un bosco di conifere e poi, subito dopo, si immerge in estese praterie di alta montagna. Sono pascoli, pascoli estesi che salgono su in alto, fino a raggiungere il Forte Zaccarana, pascoli che si arrampicano fino ai piedi delle rocce, fino sotto la cima del Monte Tonale Orientale. Un tempo, non lontanissimo, molti di questi pascoli venivano sistematicamente falciati, ora vi brucano, numerosissime, le mucche.
La vista, dalla antica strada, è aperta, il bosco non la ostacola. Il panorama sul gruppo montuoso della Presanella è vasto e bellissimo. Per ammirarlo mi fermo spesso, riposo, respiro a fondo, e rinfrancato, riprendo più speditamente il mio cammino verso l’Ospizio di San Bartolomeo. Ma l’Ospizio (ora elegante hotel) non lo raggiungo. Mi fermo poco prima, dove si stacca la strada che sale alla Malga Valbiolo (ora ristrutturata a ristorante). Una panchina, posta al margine dell’antica via, mi consente di rilassarmi, di osservare e di meditare…
Davanti allo spettacolo della montagna piegata ad un’attività turistica troppo invadente non resta che fermarsi, non vale la pena procedere oltre, meglio sedersi e riflettere. Verso il Passo si scorge ben poco che valga la pena d’essere ammirato e in qualche modo apprezzato. Ciò che attrae l’attenzione, sconcertando, sono le mastodontiche torri ai piedi dei bei Monticelli... ciò che impressiona, sconfortando, è l’agglomerato di architetture, le più svariate, che “adornano” il Passo, congruo preambolo all’intreccio di funi e tralicci che lo sovrastano avvolgendo i pendii della Cima Cadì.
E nella vicina Valbiolo? Non la scorgo. Potrei avvicinarmi ma già so cosa vi troverò… Il ricordo della bellezza di questa valle alpestre, della sua natura intatta, e la vista di come ora è ridotta potrebbe essere troppo avvilente…

Mi chiedo fino a che punto sia corretto promuovere con ben orchestrate campagne pubblicitarie all’insegna dell’immersione in una natura incontaminata, un territorio come questo dove la natura viene sistematicamente “snaturata”. Quanto sia giusto presentare come “ambientalmente sostenibili” interventi che sfregiano la montagna riempiendola oltre misura di impianti di risalita, di piste da sci ben livellate e artificialmente rinverdite, di bacini di deposito d’acqua per l’innevamento artificiale, di stradine serpentinose scolpite sui pendii per le acrobazie dei bikers (sostenendo magari che tutto ciò contribuisce alla difesa del territorio dal dissesto idrogeologico - a questo proposito si pensi ai dissesti a valle di Marilleva e di Folgarida, all’impermeabilizzazione del terreno, ai tempi di corrivazione abbreviati…). Questo purtroppo accade e il Tonale con la sua Valbiolo e tutto il resto ne è un esempio eclatante… Si sostiene (per convinzione o per interesse di varia natura) che nel settore turistico il cambiamento continuo, l’innovazione, l’adeguamento alle mode del momento e soprattutto la loro incentivazione sono necessari e positivi per lo sviluppo di una stazione turistica moderna e ben radicata sul territorio. Si tratta di incentivare il cosiddetto “Progresso” fonte di benefici per tutti, di benessere, di lavoro generalizzato e duraturo. Mi chiedo se nelle attuali modalità di approccio al turismo si possa veramente intravedere un vero progresso, un progresso che duri nel tempo o se si stiano invece gettando le basi per un non lontanissimo “Regresso”.
Progresso? Sì, anche progresso, perché no, ma solo se gli interventi sul territorio (piste da sci e bike, impianti di risalita, bacini per innevamento, mastodontici condomini o alberghi…) risultano realmente sostenibili, se sono contenuti in ambiti accettabili, realmente compatibili con la fragilità dell’ambiente montano, se il territorio viene utilizzato con attenzione, responsabilità e misura, viene “piegato” alle esigenze umane con lungimiranza, considerando non solo il tornaconto dell’oggi ma anche a quello del domani… in caso contrario in un futuro non lontanissimo, visto anche il cambiamento climatico in atto, avremo solo regresso, ci troveremo davanti ad un ambiente compromesso, abbandonato, poco attraente e quindi poco attrattivo, povero e improduttivo. La mia sensazione è che quassù, al Passo del Tonale, e in particolare in Valbiolo e perché no, anche sul ghiacciaio Presena coperto “per disperazione” con teli riflettenti, si sia andati oltre la soglia della sostenibilità per non dire del buon senso... Non è questo il turismo lungimirante che mi piacerebbe vedere, il turismo in grado di “ripensare la montagna”, di valorizzarla rispettandola, di porsi obiettivi a lungo termine uscendo dagli schemi consolidati, schemi in buona parte destinati a soccombere con il riscaldamento globale. Questo è un turismo troppo legato alle mode, alla stagionalità, un turismo senza “visione” che investe molto ma vive alla giornata , che pensa solo all’oggi, solo alle entrate immediate… Davanti al, per molti aspetti, desolante spettacolo di questo turismo (oggi ricco ma domani chissà) il mio pensiero va al sempre maggior numero di visitatori, escursionisti e villeggianti che la Val di Rabbi riesce a conquistare. La sua attività turistica si amplia sempre di più. Eppure in Val di Rabbi si opera senza clamore, senza tralicci e funi, senza acrobatiche piste per bike incise sui versanti Ci si limita quasi esclusivamente a conservare accuratamente il territorio, si coniuga il rustico aspetto dell'ambiente con la valorizzazione delle attività agricole, forestali e artigianali. Ciò dimostra che la bellezza di un territorio ancora ampiamente integro, curato e protetto uniti alla riscoperta della cultura locale, delle tradizioni, della gastronomia delle attività agrosilvopastorali sono attrattive per molte persone che in futuro, con l'irreversibile innalzamento della temperatura, potrebbero diventare anche molte di più distribuendosi in ogni periodo dell'anno anche durante le stagioni "morte". Ma tutto questo, al Passo del Tonale (ma non solo lì) viene probabilmente considerato un insieme di banalità, una modalità turistica tipica di località meno fortunate, meno moderne, meno evolute ed attrezzate, una "cosa" poco seria, ingenua, povera che non si confà a quella imprenditorialità ricca che orienta l'attività turistica in quella zona.



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