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Ricordando Bartolomeo Bezzi a cento anni dalla morte

 

Cento anni sono trascorsi dalla morte di Bartolomeo Bezzi, il più grande pittore trentino dell’Ottocento, dopo l’incomparabile Segantini, e uno dei principali promotori dell’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia poi concretizzatasi nella Biennale.


Cento anni sono passati… ed è una anniversario che l’intera Val di Sole e in particolare il suo paese natale, Fucine di Ossana, non possono sicuramente scordarsi di celebrare.


La casa natale di Bartolomeo Bezzi a Fucine di Ossana

Di questo discorrevo, qualche tempo fa, con una mia amica... Si discorreva e soprattutto si auspicava…


Castel Caldes

Sono trascorse alcune settimane ed ecco che, proprio in questi giorni, sono venuto a conoscenza che al celebre artista verrà reso omaggio, qui, nella sua terra natale, con una mostra allestita nel castello di Caldes, una mostra commemorativa che sarà aperta al pubblico il 16 giugno.


A questo punto sono certo che a questo primo importante evento altri ne seguiranno, non solo nei principali centri del Trentino ma anche nel piccolo paese solandro dove Bartolomeo nacque nel lontano 1851.


Cataloghi delle mostre da me visitate: 1999 - Palazzo assessorile a Cles e 2003 - “Il fascino della natura” Palazzo Geremia a Trento. (Non ho il catalogo dell’esposizione dell'estate 1962 a Malè: avevo 14 anni e ricordo che la visitai con mio padre)

Da parte mia solo una semplice rievocazione: una personale rivisitazione di alcuni testi in mio possesso... e questo scritto, questo post, dopo quello, “La casa natale di Bartolomeo Bezzi"pubblicato nel 2015. Post a cui avevo allegato le immagini di alcuni quadri riguardanti panoramiche e scorci della Val di Sole. Riproduzioni fotografiche in gran parte riprese dai cataloghi di due mostre, da me visitate alcuni anni fa, riproduzioni di pitture e disegni solandri che ho pensato di aggiungere pure qui.  




Clicca su "Google Foto" per guardare alcune pitture e disegni della Val di Sole 

Quattro passi nel passato



In questo post non troverete, come da sempre accade, la cronaca (emozionalmente narrata) di una lunga escursione sulle terre alte o di una breve passeggiata sul fondovalle, e nemmeno il resoconto di una visita a qualche sito di particolare interesse artistico, culturale o storico. Troverete invece un invito, per non dire un'esortazione ad assistere, ogni volta che ne avrete l'occasione, a tutti quegli eventi (spettacoli teatrali ma anche conferenze, presentazioni di libri, di mostre, incontri vari...) che “raccontano” la storia di questa terra, che ne rievocano il passato, che ricordano imprese e vicissitudini della sua popolazione. E' chiaro che mi sto rivolgendo a voi, cari visitatori del mio blog, per assicurarvi che così facendo avrete modo di viaggiare, viaggiare più che piacevolmente, a ritroso nel tempo, avrete modo di fare “4 passi nel tempo che fu”, volando con la mente più che camminando... avrete modo di scoprire “cose nuove” sul questa Valle e, se in questa valle risiedete permanentemente, avrete modo di approfondire quanto già sapete sul vostro paese, sulle traversie dei suoi abitanti, sul come campavano i vostri avi. Il tutto in maniera estremamente immediata e gradevole...
Io i miei “4 passi nel passato” ho iniziato a farli da tempo e finora, ve lo assicuro, si sono rivelati una interessante oltre che simpatica esperienza, per cui, di “passi nel passato” ne farò sicuramente altri...
Ero presente alle dotte ma vivaci e chiare conferenze su Jacopo Aconcio (ingegnere e filosofo della scienza, promotore del confronto e della tolleranza religiosa) nato ad Ossana e morto a Londra, alla corte della regina Elisabetta 450 anni fa) e ho pure assistito, tra le mura del Castello di San Michele (come, successivamente, anche a teatro), allo spettacolo “Il sogno di Aconcio - tra dogma ed eresia” una recita importante, ottimamente costruita, di grande impatto sotto tutti i punto di vista.
Ho avuto modo di vedere (sotto la luna, nella corte del castello di San Michele) la bella rappresentazione “Le donne delle dighe”, messa in scena dall'associazione “Un paese tra le nuvole” e ben interpretata da attori dilettanti, su di un testo che ripercorre, grazie ad una approfondita ricerca storica, le vicissitudini della popolazione (soprattutto femminile) legati alla costruzione della diga di Pian Palù.
Ho pure partecipato all'incontro “Ossana – Cile e ritorno - tra musica e parole”, in occasione della presentazione del libro di Amelia Tonolli “Come una straniera”: storia dell'emigrazione in Cile di una famiglia trentina (emigrazione organizzata, o meglio disorganizzata dalle istituzioni che coinvolse anche numerose, povere famiglie solandre).
E infine come non ricordare la mia presenza ai percorsi teatrali dell'Ecomuseo della Val di Peio che, supportati da adeguate ricerche, ricostruivano degli accadimenti locali, più o meno lontani nel tempo. Ho assistito a ben tre rappresentazioni dell'Ecomuseo e, vi posso dire, miei cari lettori, che ne è valsa veramente la pena. Pur non trattandosi di spettacoli professionali, la loro qualità, a parer mio, è stata, senza alcun dubbio, più che apprezzabile e, quel che più conta, frutto di un grande impegno, frutto di un intenso lavoro comune. E' stata il risultato del coinvolgimento e della partecipazione della popolazione locale, sia nella ricognizione storica che nella preparazione logistica degli spettacoli. Così almeno mi è parso di intuire, ma ecco, cari lettori, i tre lavori a cui ho assistito. “Il mistero di Pegaia” è il primo, in ordine di tempo, ed è stato, senza dubbio, anche il più suggestivo: una rappresentazione notturna che si è svolta nei dintorni di Cogolo, ai piedi di una chiesetta, costruzione superstite di quello che fu l'antico (realtà o leggenda?) villaggio di Pegaia, villaggio che si dice sia scomparso nel nulla e di questo, per l'appunto, si racconta nello spettacolo.
A seguire, l'anno scorso, “Una comunità sul fronte” - La val di Peio e la grande guerra”: corteo storico e successiva interessantissima recita sullo sfondo del Forte Barbadifior in Val del Monte. Infine “Magòn – storie di paroloti e altri migranti della Val di Peio”: animazione teatrale recentemente messa in scena in una caratteristica piazzetta di Cogolo per ricordate le peripezie dei nostri “padri”, costretti dall'indigenza ad abbandonare stagionalmente la propria casa (“paroloti”: ramai in terra padana) o più tragicamente, dalla miseria più nera, ad emigrare definitivamente (padri, madri e figli) in paesi stranieri, lontani e sconosciuti, anche al di là dei mari. Dolenti ricordi che fanno riflettere sull'analoga situazione di chi oggi, costretto ad abbandonare la terra d'origine, arriva sulle coste del nostro paese. Di chi attraversa deserti e mari, del tutto “nudo”, privo anche della misera valigia di cartone o dello zaino dei nostri emigranti. Di chi, dopo inenarrabili traversie e se tutto va bene, riesce finalmente a sbarcare, ancora vivo. Di chi si presenta nella nostra ormai “ricca” valle in cerca di sostentamento e di una vita migliore...



Eccovi alcune immagini dello spettacolo teatrale “Magòn”. Ne potete vedere altre cliccando qui accanto, su Google Foto......


.....Nel salutarvi, vi invito nuovamente a fare “4 passi nel passato della nostra valle”: molti sono i modi per poterlo fare, per riuscire a “camminare” nel nostro passato. Quello che vi ho proposto e che ora vi ripropongo è decisamente piacevole: non perdetevi gli spettacoli teatrali sul “tempo che fu” presentati (o ripresentati) in valle, e non scordatevi che “non c'è futuro se si dimentica il passato...”




…...Chi era costui ?



Un irredentista poco conosciuto. 

                             Il suo nome è Mario Polisseni


Confesso la mia ignoranza... Quando la scorsa estate mi capitò tra le mani il libro, fresco di stampa, “Scandiano e la grande guerra” di Marco Montipò in cui si ricorda Mario Polisseni, giovane irredentista e volontario solandro, rimasi alquanto sorpreso, stupito. Ma chi era costui? Poi, pensandoci bene, mi rammentai di una conversazione tra un mio parente ed un amministratore comunale di Ossana, alla quale, casualmente, ebbi modo di assistere molti anni fa. I due parlarono della possibilità o meglio, se ben ricordo, dell'opportunità di rievocare la figura di un irredentista, (evidentemente Mario Polisseni), deceduto nelle file dell'esercito italiano, ponendo una semplice targa su quella che fu la sua casa natale, nella frazione di Cusiano (che, va ricordato, fu pure il paese d'origine di Ergisto Bezzi, personaggio di primo piano del Risorgimento italiano, garibaldino, volontario nell'impresa dei Mille). Poi più nulla. Di Mario Polisseni non sentii più parlare...


Oggi, a più di cento anni dalla scomparsa, la figura di questo sfortunato giovane viene “riesumata” ma (e mi viene da aggiungere un purtroppo) non da uno studioso di storia locale, solandro o trentino che sia, ma da un appassionato cultore della storia di Scandiano e dintorni in quel di Reggio Emilia: Marco Montipò. Nel suo libro racconta come, ai primi del novecento, sia stato il “destino” a condurre Domenico, padre di Mario, nella sua terra, a Scandiano, dove, superate le iniziali difficoltà, riuscì a stabilirsi definitivamente facendosi raggiungere dai figli Battista, Aurelio e Bortolo. Ma più che il “destino” fu la povertà, il bisogno, a spingere i maschi di quella, come di molte altre famiglie della valle, a cercare fortuna in pianura trasformandoli da contadini e piccoli allevatori a paroloti stagionali ed itineranti (ramai – calderai ambulanti invernali).


Alcuni di loro, e tra questi i Polisseni, si integrarono talmente bene nel nuovo ambiente da diventare, in poco tempo, immigrati stanziali. E fu così, che il giovane Mario, allo scoppio della guerra, trovò il modo lasciare la Val di Sole per trasferirsi a Scandiano accanto al padre e ai fratelli.
Alcuni mesi dopo l'entrata in guerra dell'Italia Mario, secondo quanto racconta il nostro autore, si presentò volontariamente al Comando militare per arruolarsi dando così concretezza al suo ideale di irredentista. A novembre, ad addestramento concluso, Mario fu inviato al fronte. La Strafeexpedition (spedizione punitiva) della tarda primavera del 1916 lo trovò a Cogni Zugna e a Passo Buole impegnato nei feroci combattimenti che bloccarono gli austriaci impedendo loro di sfondare il fronte e di dilagare in Pianura Padana.


Purtroppo però il sogno di Mario e la conseguente avventura irredentista terminò qui. Sul campo di battaglia fu colpito, non da una pallottola nemica o da una scheggia di granata ma da una grave malattia che lo condusse alla morte. A nulla valsero le cure e il lungo ricovero nell'Infermeria militare. Mario Polisseni venne sepolto nel cimitero militare di Ala accanto ai numerosi caduti negli aspri scontri di Passo Buole.
Questo in sintesi di quanto scrive il Montipò che, va detto, alla fine del corposo capitolo dedicato all'irredentista solandro, elenca pure le numerose targhe commemorative che riportano il suo nome. Si trovano in diverse località: più d'una si trova a Scandiano, altre a Reggio Emilia e nel suo Trentino, a Rovereto e a Trento...

A parer mio va soprattutto ricordata la lapide murata sul monumento ai caduti di Ossana. Su quella lapide il nome del giovane irredentista Mario Polisseni è accomunato, in ordine alfabetico, al nome di tutti quei suoi compaesani che arruolati, volenti o nolenti, nell'esercito austroungarico, persero la vita, nelle lontane terre della Galizia, combattendo sul fronte opposto o che perirono di malattia, di stenti o di prigionia.
Storie, molto diverse tra di loro ma che uniscono in un unico tragico finale i figli di un pacifico e in buona parte inconsapevole popolo di montagna. Vicende legate ad una guerra sanguinosissima, che pochi anni più tardi non mancò, come spesso accade, di innescarne una seconda... altrettanto cruenta.




Le pagine del libro “Scandiano e la grande guerra” che parlano di Mario Polisseni sono in “GoogleFoto

(Per gentile concessione dell'Autore)


Quando “el Nos l'é rabios”...

Quando il Noce è arrabbiato...




Quando il fiume Noce, i suoi affluenti principali, i torrenti Vermigliana, Meledrio Rabbies, e i numerosi rii che vi si riversano precipitando dai ripidi fianchi dei monti, si gonfiano oltremisura, per le piogge persistenti o per degli improvvisi e tempestosi temporali, per la nostra zona sono guai seri. E lo sono soprattutto quando i versanti, in particolare il morenico e instabile versante destro della valle, iniziano a franare, scavando profonde incisioni e riversando a valle enormi quantità di materiale, limo, sabbia e massi do ogni dimensione.... E i “guai” ci sono stati anche pochi giorni fa. Un nuovo disastroso evento si è infatti verificato, mi vien da dire per l'ennesima volta, nella Media Valle, a Dimaro, dove il Rio Rotian ha trascinato in paese i detriti franati nella parte alta del suo alveo provocando morte (una vittima), terrore, panico e angoscia ed ingentissimi danni materiali.
Ho scritto “per l'ennesima volta” perché nel corso dei secoli e dei decenni sono stati moltissimi gli accadimenti analoghi che hanno funestato il quieto vivere di questa operosa valle di montagna. Frugando qua e là tra i volumi e i volumetti della mia libreria ha rinvenuto alcuni scritti che riportano le date dei più disastrosi eventi alluvionali che colpirono la Val di Sole e in particolare l'Alta Valle, specificatamente la conca di Ossana con la sua frazione di Fucine.
Scrive Quirino Bezzi nel suo libretto “La Valle di Sole” (Ed. Artigianelli 1959) riferendosi alla zona di Fucine: “...Le vecchie case un tempo sorgevano sulla destra del torrente, ma questo, aiutato dalle frane della val Cavagna e della val Foresta scendenti dai piani della Selva di Barco, più volte le asportò, spesso cambiando di letto così come nel 1425 ((?)Nelle locali pergamene Fucine viene citato per la prima volta solo nel 1463 come “Villa Nova Fucinarum”), nel 1772, nel 1789, nel 1796 e nel 1846 quando l'impeto delle onde demolì la chiesa di S. Carlo, poi ricostruita nel centro del villaggio......”
Anche Giovanni Ciccolini nel suo prezioso volume “Ossana nelle sue memorie” (Tip. Ed. Solandra 1943 – riedizione del 1992 a cura del Centro Studi per la Val di Sole) cita le date delle più gravi inondazioni che funestarono la zona in questione: “Le nostre carte ricordano alcune inondazioni nell'Alta Valle, come quelle del 1578, 1665, 1757, 1772, 1778 (?), quella tremenda del 1789, causa la quale la nostra pieve ebbe in abbuono di fiorini 445,36 sull'imposta provinciale e l'ultima non meno disastrosa del 1850. (Il Brentari ricorda anche quelle del 1796 e del 15 agosto del 1846....”
Altro non ho trovato se non negli scritti di mio nonno (morto nel lontano 1966) raccolti in un tomo, per “solo uso familiare”, dal titolo “Memorie”. Il nonno nel capitolo “Alluvioni di Fucine ed Ossana” scrive: “….spiace che nessuno abbia lasciato memoria delle antiche alluvioni che danneggiarono e addirittura travolsero le poche case di cui il villaggio era costituito. Ho rinvenuto in un vecchio manuale, l'annotazione che qui riporto integralmente: <<negli anni 1772, 1778 e 1798 la furia distrusse quasi tutta la Villa (Fucine), lasciando intatta la chiesa ma ai quindici agosto 1846 travolse anche questa e l'inondazione del 1868 condusse parte delle sue rovine...>> Questo è tutto: per altre notizie non mi resta che rimettermi alla tradizione......”
Il nonno prosegue ricordando l'alluvione del 1882 e quella del 1886 che rammenta lucidamente (aveva allora otto anni) e racconta in una coinvolgente narrazione che ho ritenuto di riportare quasi per intero più sotto.... aggiungendovi i miei ricordi che, molto più recenti, risalgono alle alluvioni del 1960 e del 1966 e ad altri eventi di minore impatto.
Come si è visto eventi alluvionali più o meno disastrosi funestano da sempre la valle così come funestano molti altri territori per non dire l'intera superficie terrestre. Sono accadimenti inevitabili... i monti sono inesorabilmente destinati ad appiattirsi, a poco a poco, nel corso dei tempi, tempi lunghissimi. Le opere di sistemazione idraulica e forestale possono solo rallentare e contenere il processo cercando di salvaguardare il più possibile gli insediamenti umani.
Va riconosciuto che, da noi, gli interventi a salvaguardia dei centri abitati, delle vie di comunicazione, delle campagne non sono mancati e che molto si è fatto non solo in questi ultimi anni... non mancano di certo i muri di sponda, le arginature, le briglie, anche filtranti, i bacini di espansione e di deposito... le opere di consolidamento delle frane, i paravalanghe... ma evidentemente questo non basta. Non è possibile evitare che si verifichino comunque degli accadimenti calamitosi soprattutto di fronte al mutare delle condizioni climatiche, al cospetto di un cambiamento climatico che drammatizza lo scenario accentuando la frequenza e l'intensità degli eventi meteorologici estremi.
E' sotto gli occhi di tutti che la pioggia non scende più come un tempo quando solitamente le alluvioni venivano causate da piogge persistenti, non intensissime ma che non cessavano mai gonfiando rivi, torrenti e fiumi a poco a poco. Oggi i tempi si sono ridotti, piove a dirotto e le precipitazioni (le cosidette “bombe d'acqua”) sono spesso accompagnata da bufere di vento che spianano i boschi, tempeste (che qualcuno definisce tropicali) che mettono in crisi soprattutto i piccoli bacini idrografici gonfiando a dismisura rigagnoli e torrentelli provocando erosioni, frane per crollo e smottamenti. C'è molta più energia nell'atmosfera, energia che si scarica sulla terra producendo fortunali finora sconosciuti. C'è più calore e i ghiacciai si ritirano, scompaiono, il permafrost si squaglia e i vasti territori d'alta montagna diventano instabili, fragili...
Come affrontare la situazione? Non spetta certo a me stabilirlo elargendo ricette risolutive che, comunque, credo non esistano proprio. Rifletto, penso ed espongo il mio pensiero. Penso e auspico che si faccia molto di più a livello mondiale per contenere il cambiamento climatico, per limitare il riscaldamento globale evitando drasticamente l'immissione in atmosfera di ulteriori quantitativi di gas serra; penso e auspico che accanto alle istituzioni anche le singole persona si impegnino a fondo, che riflettano sulle loro abitudini consolidate cambiando, eventualmente, il loro stile di vita, anche nelle piccole cose di ogni giorno, rendendosi meno dipendenti dal consumismo imperante ed estremamente deleterio per l'ambiente.
Penso poi che si dovrebbe porre la massima attenzione prima di urbanizzare zone che un tempo, magari lontano, furono interessate da frane, alluvioni, valanghe... Gli eventi alluvionali tendono a ripetersi e prima o poi investiranno nuovamente le aree che già colpirono in passato.... Penso che siano da evitare gli insediamenti turistici in quota, i disboscamenti per piste da sci, impianti a fune, ecc. realizzati in zone geologicamente fragili... Penso che i nostri boschi vadano progressivamente trasformati, da boschi quasi esclusivamente di produzione a boschi più orientati alla protezione, da formazioni troppo spesso coetanee e pure (l'abete rosso! Così redditizio ma debole al vento!), a formazioni disetanee e miste. Che i nostri boschi, così antropizzati, vadano avvicinati alla conformazione delle foreste primigenie, le foreste naturali (andando ben oltre l'attuale pratica applicazione della “selvicoltura naturalistica”), molto più resistenti alle tempeste e con un suolo fertile e soffice in grado di assorbire e trattenere enormi quantitativi d'acqua.
Questo e altro ancora penso ma nulla suggerisco...


Dalle “Memorie” del nonno.

E' noto come Fucine, che sorge sugli antichi alvei dell'impetuoso torrente Vermigliana, in passato fosse più volte vittima del torrente stesso e come a tutt'oggi le persistenti piogge, che causano l'ingrossamento delle sue acque, costituiscano preoccupazione per gli abitanti del paese......
...la chiesetta dedicata a S.Carlo fu travolta dall'alluvione...... a questo proposito, si raccontava dagli anziani del paese, che la statua del santo era stata vista galleggiare ritta in piedi, per lungo tratto, sopra le furiose acque. Ciò appare ben poco credibile, ameno ché il patrono, prima di affogare, non avesse voluto salutare e per l'ultima volta, il paese che lo aveva un giorno così bene accolto.
Un'altra inondazione avvenne nel settembre-ottobre 1882 e cagionò danni alla campagna. A questa ne seguì un'altra nel 1885, della quale sono in grado di dare dettagliati particolari, essendo io allora in età di otto anni: quella drammatica notte è rimasta assai impressa nella mia memoria.
Da giorni la pioggia cadeva persistente; pioveva, pioveva e nessun indizio faceva sperare in un miglioramento. La gente cominciava a d allarmarsi soprattutto perché dalle due valli, Foresta e Cavagna, franava , di tanto in tanto, con impressionante fragore, terriccio e pietrame ma soprattutto massi di granito tondeggianti che sdrucciolando nel letto del torrente andavano formando un ingorgo con conseguente pericolo di fuoriuscita delle acque dall'alveo. Il torrente si ingrossa di ora in ora e il suo fragore per le acque dense, pesanti di fanghiglia e massi che trascina, è tale da mettere una buona dose di paura ad ogni persona. Il ciglio del torrente, costituito in parte da grosse, pesanti travature in legno connesse tra loro, chiamate comunemente “zattere”, minaccia di venir travolto.... la gente, sempre più allarmata, dà mano alle cose più necessarie, materassi, coperte, biancheria, vestiario e le trasporta al sicuro in casa Zanella che nella circostanza era diventata un generale asilo. Mi pare ancora da vedere quella povera gente accasciata dall'incubo e sotto il peso di pesanti casse o mentre sospinge carretti con voluminosi carichi, correre qua e là in preda al panico, nello sforzo di salvare il salvabile. E sono trascorsi ormai sessant'anni!
L'acqua cade a rovesci; il materiale che frana dalle due valli, con un rombo cupo e persistente fa vibrare le case, ingombra il torrente e dietro viene a formarsi un lago pesante. Gli uomini posti a guardia del torrente , vedendo che la diga formata dai detriti della montagna sta per essere travolta dalla spinta delle acque, corrono verso il paese invitando tutti a mettersi in salvo. L'allarme provoca ulteriore panico e confusione in un andirivieni, nel buio della notte, di uomini, donne, bambini, vecchi malaticci che si trascinano a stento sorretti da qualche famigliare, mamme con i piccoli in braccio invocanti Dio e la Vergine; ….. tutti cercano riparo chi in casa Oliva ma la maggior parte in casa Zanella che presenta migliore sicurezza. Gli animali erano stati condotti a Ossana ancora nel giorno precedente,tranne i cavalli dell'impresa Zorzi, rimasti nella stalla fino all'ultimo allarme quando vengono condotti nell'ampia cantina di casa Oliva. Verso mezzanotte, quando l'acqua, che già aveva invaso parte del paese, inizia a penetrare nello scantinato e tende a salire sempre più, i poveri cavalli vengono costretti, non senza difficoltà, a salire due scale per poter poi uscire sulla strada erariale......
L'oscurità è tale che non si scorge un palmo avanti il naso; continua a piovere dirottamente; Il cupo rombo proveniente dalle due valli si accentua sempre più..... Qualcuno ormai cede alla tensione nervosa e a stento si riesce a calmarlo. Si chiudono porte e scuri per sentire meno quel tonneggiare delle valli che franano.... Fu una nottataccia d'inferno più facile da immaginare che da descrivere.
Le guardie non stavano inoperose: con grandi lampade a petrolio percorrevano la strada principale fiancheggiante il torrente per dare eventuali nuovi allarmi e appena oltre il paese, difronte alla val Cavagna, avevano acceso un grande fuoco per rischiarare la zona e controllare l'eventuale formazione di una nuova diga che avrebbe potuto causare lo straripamento del torrente sulla strada e porre in pericolo anche le due case che ospitavano gli abitanti del paese. Per maggior sicurezza, si costruì un riparo con grosse travature in legno connesse tra la roccia e il cosiddetto “scagnel” costruito ancora ai tempi dei lavori stradali appositamente a questo scopo e che tuttora esiste (esiste pure oggi nel 2018).Ricordo che la mamma, che sapeva bene controllarsi, come al solito mi aveva accompagnato a letto assieme ai fratelli e ai cugini più piccoli di me. La mia testa era però piena degli avvenimenti del giorno e non mi riusciva di addormentarmi: mi rialzai e ridiscesi in cucina.... l mamma voleva ricondurmi a letto ma io tenni duro e rimasi alzato l'intera notte a vedere.... Era una pietosa confusione! Ad una certa ora arrivò una guardia annunciando che un secondo ramo del torrente era deviato verso il paese. Figuratevi la generale costernazione. Il grido fu unanime: “ Signore Dio salvate le nostre case!” Il timore aumenta e qualcuno già prende la via verso il Forno di Noval. I miei genitori, per precauzione, svegliarono i piccoli e li trasportarono nel vicino rustico, da dove, al bisogno, avrebbero potuto mettersi al sicuro nel bosco. Non si sentivano al sicuro nemmeno nella casa meno alla portata del torrente.
Fu la notte degli incubi! Dirò ancora che, mentre si sospirava l'approssimarsi dell'alba, tutti s'inginocchiarono ai piedi di un'immagine di Maria e con grande devozione venne recitato il Santo Rosario. Pregavano con grande fervore anche coloro che, durante il giorno, forse per spavalderia o per farsi coraggio, avevano combinato una mezza ubriacatura... ma noi uomini siamo così: nel momento del pericolo ricorriamo con fede al Signore. Trascorso questo ritorniamo alla nostra consueta fragilità.
Quando Dio volle si fece finalmente chiaro dopo una notte che era sembrata senza fine. Il cielo sembrava meno plumbeo e in qualche punto tendeva a schiarirsi per cui l'animo di tutti iniziò a sollevarsi. Pian piano, i più si avviarono alle loro case le quali, per grazia di Dio, erano ancora in piedi ma quale disastro in molte strade, prati, orti e frutteti! I due rami d'acqua fuoriusciti dall'alveo avevano trasformato ogni cosa in una morena scavando il terreno anche fino a due metri di profondità: l'angolo di fondazione di una casa del paese si presentava sospeso nel vuoto.......
Fra i commenti del giorno dopo, a pericolo scampato, gli uomini dicevano. “ Possiamo ringraziare Dio di averla scampata bella!”. “E sì” commentavano in risposta le donne “l'abbiamo scampata per miracolo e se le nostre case sono ancora in piedi, voi uomini lo dovete al signor Parroco che è un sant'uomo come ben pochi: noi ieri l'abbiamo visto sul prato del Sant che, con un crocefisso in mano, benediceva il Noce perché non portasse via le nostre case”. Erano le donne di un tempo che custodivano in cuore un forte sentimento religioso......
A questa alluvione, di buona memoria, altre ne seguirono, in media una ogni diedi anni, tutte con parecchia preoccupazione degli abitanti, molti dei quali, per precauzione, abbandonarono l'abitazione per per portarsi al sicuro in altre case o ad Ossana......
Pure Ossana nei tempi che furono ebbe la sua parte di inondazioni; ciò è confermato dalla attuale configurazione del paese dove le cantine sotterranee si contano a decine, profonde, un tempo ingombre del materiale franato dalla Val Salin......


E a questo punto ecco i miei ricordi... alcuni ancora nitidi, ben impressi nella mente come quelli dell'alluvione di fine agosto, inizio settembre del 1960 (avevo undici anni) quando il torrente Vermigliana, gonfio ed intasato dai detriti morenici franati dalla Val Furesta devastò la zona della Poia, poco a monte del paese, rendendola irriconoscibile.. Anche in quell'occasione ci fu un fuggi fuggi generale e gli abitanti del paese si rifugiarono nella poche case ritenute sicure portando con loro gli oggetti indispensabili e più preziosi. Il torrente uscito dagli argini, appena a valle del paese, si aprì una nuova via deviando nella campagna e demolendo un rustico e danneggiando irreparabilmente una periferica casa d'abitazione. Oggi sul fondo, ancora ben riconoscibile, di quell'alveo, scavato dalle acque allora fuoruscite dagli argini, fa bella mostra di sé una casa di vacanzieri e nei dintorni più prossimi sono sorte altre numerose case e un camping....
Ricordo poi l'alluvione del 1966, l'alluvione che sommerse Firenze e Trento ma che fortunatamente quassù non provocò grandissimi danni.. Rammento la grande nevicata di quell'inizio di novembre che imbiancò abbondantemente l'Alta Valle; ricordo il repentino squagliarsi della neve che contribuì non poco a ingrossare torrenti e fiumi facendoli poi esondare. Ricordo che, qualche giorno dopo il disastroso avvenimento, riuscii, con grande difficoltà a ritornare a Trento, dove studiavo, per “dare una mano”... con altri amici, contribuii a svuotare dal fango le cantine della casa di un compagno di classe.
Molti altri furono gli episodi alluvionali di minore entità che ricordo bene. Tra questi ho ben presente quello dell'estate del 1987 quando, durante la notte, gran parte del paese venne sgomberato. Turisti e residenti si dovettero rifugiare nelle poche zone sicure dell'abitato. Con le mie due gemelle di pochi mesi trovai calorosa e confortevole accoglienza in una delle poche case che sovrastano il paese.



Tutte le foto del Torrrente Vermigliana
(la mattina del 30 ottobre, dopo una notte di timore)
si trovano in “Google Foto


Plenilunio sul castello di San Michele a Ossana






Bello il castello di San Michele. Suggestivo visto da ovest verso est al sorgere della luna piena d'ottobre. L'ho ammirato e ho pure cercato di fotografarlo...
L'ho ammirato e a lungo considerato dal ponte della Poia e dai prati del Sant a monte di Fucine approfittando della nuova visuale aperta in quella zona dall'opera di ripristino dell'antico paesaggio rurale, senza gli alberi e i cespugli cresciuti su quei terreni da tempo abbandonati dall'agricoltura.
E, a parer mio, sta in questa visuale ampia e nuova, l'unico apprezzabile vantaggio dei lavori di deforestazione che hanno impegnato per tempi lunghissimi operai e tecnici dei Sevizi Forestali della Provincia. Non riesco a individuare altri benefici se non quello di aver dischiuso la scena non solo sul castello ma anche verso il Tonale, verso la Val di Pejo e sul paese sottostante...
Ma ne valeva veramente la pena?
Ora, che siamo ormai vicini alle festività natalizie, riprendo in mano i miei scatti cercando di ricavarne qualche immagine... appena decente. E' un lavoro di post-produzione quasi impossibile, lungo e complicato... ma che mi consente comunque di rivedere il castello di Ossana, anche se solo dalla mia scrivania nell'abitazione lontana dalla Val di Sole.
Così, seppure solo in fotografia, posso guardare e riconsiderare il castello di San Michele, un castello dominato dalla luna piena, alta nel cielo, un castello con la sua antica cinta muraria, i ruderi del palazzo e il suo massiccio mastio, tutti elegantemente rischiarati con raffinata misura dalla nuova illuminazione artificiale. Però, in altre mie immagini l'austero maniero appare ancora scuro. Lo vedo dominare il paesaggio nell'esile chiarore del crepuscolo, opaco e piatto, apparentemente abbandonato, apparentemente cadente...
Irrimediabilmente coinvolto mi ritornano alla mente la poetica descrizione del castello che il Ciccolini, a suo tempo, fece nel suo storico testo “Ossana nelle sue memorie”: <<che cosa resta dell'agguerrito Castello San Michele, che i Federici ricostruirono nella prima metà del quattrocento? Il mastio alto, severo e mesto come cippo funebre su d'una balza dirupata, che gli serve da piedistallo; ai suoi piedi il deserto maniero, rotto ai venti e alla neve.
Tutto intorno è scompiglio e rovina e le mura di cinta male proteggono dall'occhio del curioso, come dall'uragano, lo sfacelo di antiche grandezze. I merli sono caduti, si sfasciarono le stanze, franarono gli avvolti e sotto le macerie stanno confusi e affratellati i modiglioni della gronda e la botola della prigione, l'altare della cappella e la pietra che celava il trabocchetto. E dove sono i caminetti, gli alari, le mazze, i trofei, le stoviglie, i monili? Perché non si ode più il fragore dell'armi, il cigolio della saracinesca e del ponte levatoio e il desiato suono della diana? Perché non si diffondono nella quieta notte stellata, il rumore della danza, il canto del menestrello e le melodie del liuto e della mandola?......>>
Ma ora la situazione è cambiata, le rovine del castello sono state ben consolidate e restaurate. Gli scavi hanno permesso di aggiornare la storia del castello collocando la sua origine più indietro nel tempo. Si sono rinvenuti numerosi reperti che sarebbe bene sistemare (almeno in fotografia o in video) all'interno delle mura... Oggi è possibile salire in sicurezza in cima al mastio e godere di uno stupendo panorama...
Il Castello di Ossana fa ormai parte a pieno titolo del paesaggio culturale della Val di Sole e del Trentino, è inserito in un contesto ambientale di rara bellezza e dovrebbe rappresentare un tratto distintivo qualificante del territorio... ma è proprio cosi?
Ora che siamo vicini al Natale mi fa male pensare al glorioso castello di San Michele, il castello dei Fderici, ridotto ad una fiera (seppure non di paccottiglia ma di articoli di qualità prodotti artigianalmente in loco). Ci sono siti più consoni per ilbel mercatino di Natale di Ossana... anche in paese. A cosa sono serviti gli interventi di risanamento e ristrutturazione, gli investimenti di denaro pubblico, le competenze e l'ingegno, il lavoro intellettuale e manuale di grande spessore se poi l'ottimo risultato di questi investimenti, l'opera finita, viene ridotta ad uno scenografico piazzale per ospitare la babele delle bancarelle di un mercato che nulla ha a che vedere con il contesto che lo ospita?
Purtroppo è il segno dei tempi dove si opera ovunque, incessantemente e alacremente per attrarre il flusso turistico con investimenti ed espedienti di ogni genere, legati ai gusti, alle tendenze e alle mode del momento e che, troppo spesso, risultano deleteri se non distruttivi per l'ambiente delle nostre valli. La valorizzazione e promozione turistica dei patrimoni naturali, storici, artistici e culturali locali è relegata in subordine e in particolare talvolta capita che si contrabbandino per eventi a sfondo culturale iniziative del tutto estemporanee... e così per un turismo culturale coerente, per manifestazioni e attività di qualità (eventi significativi ma non di élite, adatti ad un pubblico ampio e vario) rimane ben poco spazio.
Fortunatamente per il nostro castello non sempre è Natale ! In altre stagioni, accanto a qualche incongruenza e agli appuntamenti banali, si sono visti anche avvenimenti importanti volti a valorizzare con coerenza questo bene comune. Uno per tutti, la rassegna di manifestazioni a ricordo di IacopoAcconcio, illustre concittadino di Ossana (ingegnere, filosofo, teologo, morto 450 anni fa alla corte della regina Elisabetta) che hanno avuto come scenario privilegiato il Castello di San Michele. E poi va ricordato che anche il FAI (Fondo Ambiente Italiano) si è ricordato del Castello di Ossana finanziando un'installazione multimediale che permetterà la fruizione virtuale della quattrocentesca “Casa degli Affreschi” posta nelle vicinanza del castello e tuttora inagibile a causa di gravi problemi strutturali.
“La Casa degli affreschi” si era ben classificata (al centesimo posto a livello nazionale e al primo in regione) nel concorso FAI del 2016 per la scelta dei “Luoghi del Cuore” ed è stata inserita tra i 24 siti da recuperare anche con il piccolo contributo del FAI. Va ricordato che l'attivazione al censimento era stata incentivata anche dal Comune di Ossana che ora a parer mio potrebbe approfittare dell'occasione per ampliare i contenuti della piattaforma multimediale di prossima installazione allargandoli alla presentazione delle origini, della storia, delle leggende, dei criteri di restauro.... del bel castello. Un altro bel passo verso una gestione meglio orientata... Ma è solo una mia idea, un emotivo suggerimento...


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Ossana, Jacopo Aconcio e Castel San Michele

Jacopo Aconcio, noto anche come Giacomo Aconzio, nacque a Ossana probabilmente verso la fine del 1400 o l'inizio del 1500 e morì a Londra alla corte della regina Elisabetta nel 1567, esattamente 450 anni fa. Oltre a questa ricorrenza, nel 2017 cade anche 500° anniversario della riforma protestante, riforma che molto pesò sulle vicende delle nostre terre con il Concilio che si tenne a Trento tra il 1545 e il 1563 e molto influì, direi in modo sostanziale, sul pensiero di Jacopo Aconcio.

Ma chi fu Jacopo Aconcio?

Jacopo Aconcio fu un personaggio eclettico, una figura affascinante, sicuramente uno dei più grandi trentini di tutti i tempi... fu segretario del Cardinal Madruzzo... fu notaio, ingegnere, filosofo, teologo... In definitiva Jacopo Aconcio fu una personalità complessa e versatile, ingiustamente (ma forse volutamente) poco ricordata e celebrata e conseguentemente poco conosciuta dal grande pubblico.
L'Aconcio fu soprattutto un convinto promotore del pacifico confronto di idee e della tolleranza religiosa. In odore di eresia, abbandonò il cattolico suolo italiano alla ricerca nelle confinanti terre riformate di una maggiore libertà intellettuale e di una visione religiosa meno dogmatica. E così durante gli agitati anni della riforma e della controriforma attraversò in lungo e in largo l'Europa intera operando come ingegnere (progettando bonifiche e fortificazioni esclusivamente difensive), acquisendo grande esperienza e ottenendo grande consideazione e apprezzamento da parte dei regnanti. Durante il suo peregrinare nei vari paesi europei inevitabilmente si scontrò o meglio si confrontò (da uomo di pace e pragmatico quale era), con le rigidità dottrinali che albergavano (e albergano tuttora) in tutte le "Chiese" nessuna esclusa. Rigidità dogmatiche. Verità imposte nate da umani esercizi speculativi o da singolari e univoche interpretazioni dei testi sacri e quindi fonte di contrapposizioni (e di odio) tra i credenti delle diverse fedi e non di pacifico confronto. Rigidità che conducevano (e ancora conducono) a complesse diatribe e talvolta a feroci controversie rendendo intollerante anche l'uomo più pio.

Semplificando e se ho ben compreso secondo l'Aconcio la salvezza è raggiungibile solo con una fede semplice, essenziale, che si rifà ai sostanziali insegnamenti del Cristo, che si ispira alla Sua testimonianza al di fuori dell'accetazione dei dogmi, delle sovrastrutture istituzionali da lui addirittura intese come creazioni “sataniche” di chi si ritiene depositario di verità assolute (Satanae stratagemata).
Oggi, a 450 anni dalla sua morte, Ossana, inaspettatamente, riscopre questi suo illustre concittadino e decide di "rendergli omaggio" con una lunga sequenza di appuntamenti culturali, rivolti ad un pubblico ampio e vario, che hanno come scenario privilegiato il Castello di San Michele.   Castello che sembra così, seppure lentamente, indirizzarsi verso un adeguato utilizzo dopo i lunghi e costosi lavori di consolidamento e restauro ed una iniziale, incerta e contradditoria conduzione non priva di banalizzazioni e incoerenze gestionali.
Sono spettacoli teatrali, concerti di musica rinascimentale, mostre d'arte, spettacoli di giocoleria, concorsi di scultura, un cortometraggio, un convegno... in onore di Jacopo Aconcio e del Rinascimento in Val di Sole.
Ossana e il suo castello nei miei ricordi

Il giro delle malghe sui monti di Ortisé e Menas

Cronaca di una giornata sugli alti versanti della Val di Sole



Interessante e panoramica escursione sui monti di Ortisé e di Menas alla scoperta delle antiche malghe e della loro attuale destinazione. Un lungo percorso ad anello tra prati, boschi e pascoli che si apre e si chiude alle porte del minuscolo paese di Menas.

Menas è un piccolo villaggio a 1517 m di altitudine abitato durante tutto l'anno da qualche coraggioso montanaro. Lo attraverso, in compagnia dell'amico di sempre, percorrendo la sua unica via, la strada che separa gli edifici, le poche abitazioni e i rustici masi che lo compongono. Strada che prosegue poi per la campagna, facendosi sempre più stretta, tagliando i prati e inoltrandosi a lungo nel bosco di conifere che copre i ripidi pendii della valle. Questa la parte iniziale del nostro giro, una comminata nel bosco su questa strada che si rivela comoda, quasi piana ma lunga. Un tracciato che supera due ampi valloni prima di biforcarsi permettendo di scegliere come proseguire: di discendere verso i Masi di Sopra dove oggi si vedono pascolare mucche e cavalli per poi eventualmente calare verso i Farini, Moresana, e giù, giù, verso il paese di Roncio, fin sul fondovalle, fino a Mezzana.... oppure, ed è quello che noi facciamo, salire verso la prima meta del nostro itinerario: la Malga del Monte bassa.


Iniziamo la salita per la ripida stradina e subito ci scontriamo con un branco di capre che, non accompagnato, scende verso valle. Buon segno. Vuol dire che quassù c'è  ancora vita, che la montagna non è stata ancora del tutto abbandonata. Proseguiamo nel bosco che ora si fa meno fitto.  E' un bosco di soli larici, che, molto radi, ombreggiano quello che si può considerare un pascolo alberato. Poco oltre, dove il versante spiana, appare il vero pascolo, un'ampia distesa di prati che circondano la malga. Prati verdi, brucarti da belle bovine di razze diverse... Prati verdi, erba verde ma che qua e là denota una crescita stentata: è l'effetto di un inverno gelido e a lungo privo di neve e di una primavera troppo asciutta, stagioni anomale, probabile conseguenza del cambiamento climatico in corso su scala mondiale. Comunque la Malga del Monte bassa (m 1699) è monticata e le mucche ma anche le galline, le oche, i gatti e i cani non mancano quassù e naturalmente non manca la famiglia  chi gestisce il tutto...


Riprendiamo la salita dirigendoci verso la Malga Del Monte alta (m 2106). La strada è ripida e inaspettatamente lunga... Fa caldo, un caldo afoso e la stanchezza inizia a farsi sentire. Le pause, sempre più frequenti ci permettono di ammirare il panorama che salendo si apre sempre di più. Il lungo solco vallivo e di fronte le montagne che, sul versante destro, lo sovrastano, cime del gruppi Presanella e Brenta... Così, osservando i monti, ricordiamo le  imprese del tempo che fu e scrutando le stazioni turistichein quota di Folgarida ma soprattutto di Marilleva, rammentiamo le ormai lontane e tribolate vicende che portarono alla loro discussa e contestata realizzazione. Ma eccoci, siamo arrivati alla malga... Malga dismessa, abbandonata e in cattive condizioni. Il tetto è stato rifatto, la copertura è in lamiera zincata per proteggere i cadenti edifici. La zona è bellissima, c'è molta erba, tanto foraggio, una risorsa un tempo sfruttata fino all'osso, una risorsa che oggi viena totalmente sprecata...


Ma oggi, si sa, l'economia gira in ben altro modo, gira sull'altro versante della valle, dove gli insediamenti turistici, gli impianti a fune e le piste da sci ricamano sempre più numerosi le instabili pendici boscose. Ora ci attende Malga Bronzolo (m 2084). E' ben visibile al di là di un ampia incisione e in linea d'aria non è molto distante ma per raggiungerla ci attende ancora una lungo cammino... Inizialmente si discende all'ombra degli antichi larici e tra le macchie di rododendri, poi, raggiunto il rivo che ha scavato il vallone, si risale lungo il versante opposto fino a sbucare sul pascolo della malga. E' questa una malga che già conosco, vi passai accanto due anni fa durante l'escursione al Lago di Ortisé. Ma ho anche ricordi che risalgono a tempi più lontani, quando molto più giovane, mi fermai nei pressi di questa malga per riposare e dissetarmi prima di raggiungere per il Passo Valletta gli stupendi laghi sottostanti sul versante della Val di Rabbi.


Rammento una malga cadente ben diversa da quella odierna che è stata ristrutturata e appare in buone condizioni. Ciò nonostante questo alpeggio non sembra sia più utilizzato dalle bovine locali... Le vaste praterie che circondano gli edifici e che li sovrastano sono di solito pascolate da pecore, probabilmente proveniente dalla pianura, che quassù vengono condotte durante l'estate. Ma è giunta l'ora di discendere a valle e ci avviamo verso Malga Stabli (m 1814) seguendo la strada bianca ed evitando le troppo ripide scorciatoie. Il percorso è bello, a tratti molto panoramico ed è comodo ma la stanchezza si fa comunque sentire... certo, non siamo più dei giovincelli e gli anni iniziano a pesare... In breve raggiungiamo comunque il piccolo edificio della malga che però, già lo sapevamo, malga non è, perché, ristrutturato, sostanzialmente ricostruito, ora è un accogliente bar-ristorante.


Questi posti, questi pendii sopra il paese di Ortisé sono davvero belli e attirano molte persone soprattutto in estate ma anche durante le altre stagioni, anche in inverno... E fin quassù, si può arrivare anche in automobile per eventualmente proseguire verso Malga Bronzolo (da dove noi siamo scesi) ma anche verso Malga Pozze, Malga del Monte, il Lago di Celentino la Malga Campo e pure oltre... godendo di spettacolari panorami...
Ultima tappa, ultima discesa, a piedi, non in automobile... Percorriamo a ritroso un tratto dell' “Alta Via degli Alpeggi” (che da Ortisé arriva fino a Celentino), via che qui segue la strada ma spesso devia per ripide scorciatoie che tagliano i tornanti. La discesa è finalmente terminata ed entriamo nel centro storico di Ortisé (m 1477). Ortisé è' un paese minuscolo ma molto noto per aver dato i natali al famoso micologo Giacomo Bresadola...


...e noi, di certo, non possiamo esimerci dal sostarvi brevemente per consultare la bacheca che ricorda questo ricercatore (la tavola fa parte, quale prima tappa, del “Percorso Bresadolano” che si snoda lungo l'intera valle e a cui magari vedrò di dedicare un mio futuro post) e per ammirarne il busto bronzeo posto all'esterno della chiesetta del paese. Poi raggiungiamo l'auto che ci attente lì vicino, poco prima del paese di Menas, chiudendo così il nostro lungo percorso ad anello.
Che dire... E' stata una giornata ben spesa che ci ha permesso di scoprire territori mai percorsi prima e di riscoprirne altri, in passato già visitati ma che nel frattempo hanno cambiato aspetto. Una escursione, un giro ad anello, che ci ha permesso di godere di un'ampia vista sulla valle, di osservarla, di considerarne le trasformazioni ambientali alla luce dei nostri ormai lontani ricordi... di discutere, di criticare, approvare e disapprovare... insomma di sentirci ancora interessati, e partecipi alla vita della Val di Sole...

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