Una minuscola cascata nei dintorni di Vermiglio









Mi rivolgo a te, caro pensionato e pure a te, turista in vacanzia in quel di Vermiglio e a te autoctono lavoratore in ferie e a te che, chiunque tu sia, ti sei stufato di recarti ogni giorno ai “Laghetti”, mi rivolgo proprio a te che ti annoi non riuscendo a trovare valide alternative a questa consuetudine, a questo ormai metodico intermezzo quotidiano.




In effetti, a ben guardare, Vermiglio, ultimo bel paese della Val di Sole prima del Passo del Tonale, non ti offre molto. Non offre molto a chi, come te, vuole svagarsi facendo due passi nei dintorni del paese, due passi in tutta tranquillità, senza affaticarsi troppo. Sì, perché quassù, mentre per le escursioni impegnative c'è solo l'imbarazzo della scelta per chi, come te, si accontenta o è costretto ad accontentarsi di brevi e possibilmente pianeggianti percorsi, c'è ben poco.




Potresti imboccare la via delle Pendege che dalla frazione di Cortina degrada lentamente verso Fucine tagliando il versante solatio della valle ma lì, in questo periodo, fa veramente troppo caldo. Magari, sempre partendo da Cortina, potresti salire ai masi di Dasarè per godere dell'ampio panorama o partendo da Pizzano arrancare verso la Cà del Mosa e magari più si verso le Valli Verniana o Saviana, ma queste salite, seppur relativamente brevi, sono sicuramente troppo erte e faticose per te...




E allora? Non ti resta che dirigerti al solito posto, ritornare ancora una volta ai bei “Laghetti”, che, alimentati dalle gelide acque del Rio San Leonardo e ben ombreggiati da alte conifere ti offrono sempre e comunque la giusta frescura. E se poi ti annoi o i frenetici giochi dei ragazzini ti disturbano, puoi sempre procedere oltre, seguendo le comode stradine che, al di là del torrente Vermigliana. risalgono la valle verso Volpaia o la discendono in direzione della Poia di Cortina e quindi del lontanissimo Spiaz dei Spini.



Ma, ascolta me: almeno per una volta, potresti anche tentare la salita alla piccola cascatella del rio che scende da Masi di Palù. E' poco distante dai “Laghetti” e pur non costituendo una meta di grande interesse potrebbe comunque essere un buon diversivo al tuo solito tram tram quotidiano. La puoi raggiungere attraversando il ponte appena a valle dell'ultimo laghetto. Poi dovrai proseguire, per poche centinaia di metri, sulla strada bianca, in leggera discesa, fino a raggiungere il prossimo ponte. Ti informo che trovi sul tratto iniziale della stradina per la Poia di Cortina di cui ti ho già detto.



Invece della stradina puoi prendere lo stretto sentierino che si snoda lungo le sponde del Vermigliana, è più fresco e panoramico e termina proprio in corrispondenza del ponte di cui ti ho appena detto. Qui, comunque giunto, devi imboccare l'evidente sentiero che sale ripidissimo sul versante del monte. Non spaventarti, fatti coraggio. Sono solo poche decine di metri, non più di un centinaio di metri che puoi affrontare in tutta tranquillità, lentamente, riposandoti di tanto in tanto. La vista della cascatella che ti appare quasi subito, al termine della salita, meritava questa piccola, grande sfacchinata.


Sei arrivato. Mai avresti immaginato che nei pressi del parco dei “Laghetti” ci fosse un sito così selvaggio con un salto d'acqua tanto minuscolo quanto suggestivo . Un ponte appena a valle della cascatella ti permette di osservarla al meglio, da varie angolazioni. Lo puoi attraversare e volendo puoi anche proseguire oltre, sul sentierino che da qui si diparte e che dovrebbe ricondurti a valle seguendo un percorso diverso da quello che hai finora, in parte faticosamente, affrontato. Se sei audace, se sei in cerca di avventure, se ami scoprire cose nuove prova a seguirlo... Non ti so dire cosa incontrerai. Io non sono coraggioso, non l'ho mai percorso, solitamente preferisco calcare strade già battute, strade ben conosciute...



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4 passi tra le mura del castello di San Michele






Quattro passi... ma solo quando ne vale la pena. Sì, solo quando ne vale la pena perché dopo le “obbligatorie” prime visite risalenti qualche anno fa, al periodo dell'iniziale apertura al pubblico del castello e dopo la quasi “obbligatoria” consultazione di volumi e pubblicazioni varie per approfondire la storia e le modalità di recupero di ciò che del castello è rimasto, da qualche anno oltrepasso poco quello che fu il suo ponte levatoio. Vi accedo solo in particolari circostanze, solo in occasione di mostre o eventi che, a ragion veduta, ritengo mi possano interessare.


Le mie visite al castello non sono quindi molto numerose, avvengono solo di tanto in tanto. Devo dire però che ultimamente la mia frequentazione è si è fatta più costante. Questo perché durante le due ultime stagioni estive, ho piacevolmente assistito ad un utilizzo più consono dei suoi spazi. Ora, a mio giudizio, il bel maniero non è quasi più sede della banale fruizione che inizialmente l'ha fin troppo caratterizzato quasi fosse un monumento tuttofare adatto per ogni occasione e per ogni stagione. Il nuovo criterio d'utilizzo, basato in buona parte sullo sviluppo di precise tematiche, opportunamente scelte di anno in anno, mi è parso positivo, una buona cosa, un buon miglioramento.





L'estate scorsa, con una serie di interessanti appuntamenti (tra i quali eccellevano una coinvolgente rappresentazione teatrale e due interessanti tavole rotonde), si è reso omaggio, a 450 anni dalla sua morte, a Jacopo Aconcio ingegnere e filosofo nato a Ossana proprio ai piedi del San Michele.



Gli appuntamenti di questa estate 2018, che hanno come scenario privilegiato il castello ma non solo, prendono invece spunto da una ricorrenza celebrata un po' ovunque: il “centenario della grande guerra”. Gli eventi in programma ad Ossana vanno però oltre la mera celebrazione della ricorrenza: sono eventi molto diversi tra di loro, sono spettacoli teatrali, letture, concerti, mostre, incontri con giornalisti di guerra... Il tutto nel ricordo delle dolorose vicende locali, per riflettere sulle sofferenze che la guerra comporta, per tutti, militari e popolazione civile, nell'auspicio di un futuro solo di pace.





Lodevoli iniziative, quelle portate avanti nel corso delle due ultime stagioni estive, culturalmente apprezzabili e attrattive sia per la popolazione locale che per la popolazione turistica. Una fruizione intelligente non solo del castello di San Michele, anche di altri ambienti chiusi e spazi aperti all'interno dell'abitato.
Non cosi purtroppo, a mio avviso, l'utilizzo che del bel castello viene fatto durante la stagione invernale. Si insiste, ormai da parecchi anni, a convertire le antiche mura del maniero in uno scenografico fondale per il mercatino natalizio. E questo per l'intero periodo natalizio, giorno dopo giorno... Si tratta di un mercatino piacevole da visitare ma che dovrebbe trovare una collocazione più adatta. Come già scrissi dueo tre anni fa, è mia opinione “...che non sia opportuno banalizzare la fruizione di un bene comune di notevole interesse con trovate di grande richiamo ma non consone al luogo, con l’unico obiettivo di attrarre un numero sempre maggiore di persone (quando,oltretutto, in paese scarseggiano le strutture pubbliche e private per l’accoglienza…). Non contano solo i numeri (la “quantità” è importante ma spesso da sola non fa “qualità”)… ...




La invernale rassegna dei presepi che si tiene in paese con annesso mercatino natalizio (ripeto, a pare mio fuori luogo nel bel castello), sta assumendo dimensioni eccessive per non dire elefantiache, certamente non commisurate alle potenzialità ricettive del paese ospitante. Ciò nonostante, si persiste nell'enfatizzare l'offerta con nuovi e creativi espedienti cercando così , di anno in anno, di attrarre sempre più visitatori.




A quanto pare il nuovo espediente, la creativa novità del prossimo Natale sarà il “Volo”, il volo sul paese in compagnia di Babbo Natale. Un volo naturalmente solo virtuale, un viaggio fantastico sulla slitta di Babbo Natale. La slitta virtuale sarà trainata dalle renne, partirà dalla Lapponia, sorvolerà l'intera Europa e arriverà sui nostri monti, volerà sulla Val Piana, sul bel maniero e infine atterrerà sulla piazza della chiesa parrocchiale..... così almeno ho letto da qualche parte.




Un'idea che non mi sorprende conoscendo la locale propensione i per i voli pindarici in particolare per i voli in zipline e per altri creativi progetti di valorizzazione turistica all'insegna (o con la copertura) di una supposta sostenibilità ambientale. (Progetti riguardanti in particolare la Val Piana e di cui si è letto ultimamente, Mi chiedo dove ci potrebbero portare, passo dopo passo, in un futuro più o meno prossimo).

Una realizzazione, quella del volo virtuale su Ossana, che se ben costruita, risulterà certamente efficace nella logica unidirezionale dei “grandi numeri”, logica che indirizza il tutto, che, ormai da parecchio tempo, governa quella che fu un'iniziale umile e tranquilla rassegna di presepi. Devo comunque ammettere (anche se con un certo sforzo da parte mia) che questa iniziativa potrebbe anche essere in grado di coinvolgermi emotivamente: portare un pizzico di fantasy in Val di Sole non guasta, potrebbe anche essere un simpatico evento... se non fosse che forse con i denari necessari per l'acquisto del software e dell'hardware necessario per far volare il visitatore curioso, me compreso, si sarebbero potute fare cosette più utili, concrete e durature...

Sì, perché esistono delle priorità, priorità che naturalmente dipendono sempre e comunque da valutazioni molto soggettive... Priorità soggettive dicevo, priorità che spesso si potrebbero risolvere con dei minuscoli interventi di conservazione, manutenzione, abbellimento... Interventi che molte persone in paese auspicano e che ognuna di loro saprebbero ben indicare regalandone la ricetta... ma queste persone, ben si sa, non vedono lontano, non hanno “visione”, non riescono a cogliere l'importanza di progetti e di realizzazioni di ampio respiro, di interventi che guardano al futuro, allo “sviluppo” turistico del loro paese, sviluppo ormai alle porte... Probabilmente quelle persone hanno una mentalità troppo ristretta...

Anche a parer mio, quei denari (pochi in verità) si sarebbero potuti impiegare diversamente pur investendoli sempre nell'ambito dell'incentivazione dell'offerta turistica. Ad esempio, sempre a mio parere, si sarebbero, potuti impiegare per realizzare alcuni plastici o comunque delle rappresentazioni tridimensionali (virtuali o meno) del probabile aspetto del castello di San Michele nelle diverse epoche. Un importante sussidio per le visite guidate. Un impiego destinato ad una utilizzo duraturo, un aiuto ad un turismo non legato alla curiosità del momento. Un utilizzo del denaro pubblico nella logica di un'offerta turistica “senza tempo”, al di fuori delle mode e della corsa ai “grandi numeri” di visitatori che oggi ci sono ma che domani non si sa....


Ma forse con quei soldini si sarebbe anche potuto provvedere all'installazione nei padiglioni del castello, della piattaforma multimediale assegnata lo scorso anno dal FAI (concorso “I luoghi del cuore”), piattaforma studiata per presentare al visitatore le quattrocentesche opere della “Casa degli affreschi” nell'attesa che vengano programmati, intrapresi e portati a termine i lavori di consolidamento e restauro dell'edificio che li ospita rendendolo agibile al pubblico. Di questa piattaforma non ho più saputo nulla. Devo però ammettere di essermene completamente disinteressato e quindi quanto ho scritto lascia il tempo che trova.

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Fino a metà settembre, all'interno del castello di san Michele, si può visitare la mostra “Memorie vissute Val di Sole 1914-1918”. Si tratta di un'esposizione di materiali, documenti, ricostruzioni ed oggetti della vita quotidiana del periodo della grande guerra.



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In Val di Rabbi sulla “Via delle malghe”


A Malga Polinar e a Malga Stableti tra foreste di conifere e pascoli verdissimi.


Bella anche se non entusiasmante scarpinata di metà luglio tra i boschi e gli alpeggi del versante destro della Val di Rabbi alla scoperta delle antiche attività agro-silvo-pastorali di alta montagna ben integrate, quassù, con l'accoglienza dei turisti e degli escursionisti.

L'angusta Valle di Rabbi è ancora immersa nell'umida ombra del primo mattino quando la percorro in auto raggiungendo il suo centro principale, il paese di San Bernardo. Qui la valle si allarga, e il panorama si dischiude, si apre sui versanti coltivati , sui prati punteggiati da minuscole frazioni e da masi sparsi... Più in alto la vista si eleva sulle selve ancora tenebrose sovrastate dal cime e da creste appena sfiorate dal sole.
Di fronte al paese si adagia un ampio conoide di deiezione costellato di rustici fabbricati nel verde ombroso dell'erba bagnata. Al suo apice precipita un lungo, sottile, filo biancastro. Sembra investire le alte conifere del bosco che, lassù, è subentrato al prato. E' una spettacolare cascata, la cascata di Valorz, orlata da rocce tenebrose e sovrastata dal vallone che porta al Passo Valletta. Là, in alto, si distendono i bei laghi di Soprasasso, Lago Alto e Rotondo che raggiunsi in tempi molto lontani e il cui ricordo, con il trascorrere degli anni, si fa ormai sempre più flebile.



Questo ciò che mi appare scendendo dall'auto, un paesaggio magico nella tenue luce dell'alba, un paesaggio che incanta, un paesaggio perfetto, tanto perfetto da sembrare irreale... un paesaggio che, se fossimo in inverno, si potrebbe definire da presepe natalizio..
Ma è ora di procedere. Mi avvio, discendo, raggiungo e attraverso il torrente Rabbies poi, seguendo la segnaletica, inizio la salita. Imbocco il sentiero per il Soprasasso che “taglia”, ripidissimo, per i prati del conoide fino ad immettersi, raggiunto il bosco, nella strada forestale che porta alla cascata. Seguo questa via per alcune centinaia di metri e, raggiunto un parcheggio, imbocco la stradina che conduce a Malga Polinar. Bella, comoda e larga stradina... all'inizio. Ben presto la bella stradina si restringe e sale sempre più erta in un susseguirsi continuo di tornanti che tagliano un versante sempre più ripido. E quella che era una bella stradina si inerpica sempre più, si restringe sempre più, diventa un sentiero e quindi un sentierino, strettissimo e che non termina più... Mai mi sarei aspettato un simile tracciato. Arranco a fatica e il peso degli anni non agevola... si fa decisamente sentire. Poi finalmente il sentierino spiana, il bosco si apre e appare il pascolo di Malga Polinar.



In verità non è un bel pascolo. E' completamente invaso da alti e spinosi cardi infestanti. In compenso si schiude un ampio panorama che merita senza alcun dubbio una lunga sosta per ammirarlo ma anche per riuscire a determinare correttamente ciò che permette di scorgere. Sul versante opposto della valle si vedono molte malghe poste al centro di pascoli ritagliati all'interno delle foreste di conifere, ma pure qualcuna sulle alte praterie, poste oltre il limite della vegetazione arborea. Con l'aiuto della mia “Kompass” localizzo le malghe Terzolasa e Samocleva, e poi le due malghe Caldesa, bassa e alta, le Garbella, le Zoccolo e le Mandrie di Sopra e di Sotto... Quanto mi piacerebbe poterle raggiungere, trovare ancora il tempo e la forza indispensabili per percorrere interamente, la “Via della Malghe” della val di Rabbi, passando appunto, di malga in malga... Infine scorgo, minuscolo, il Rifugio al Lago Corvo, lassù in alto al Passo di Rabbi e non posso non sognare di raggiungerlo. Non posso non tentare di concretizzare il mio sogno programmando una futura escursione al bel lago alpino, un ritorno al rifugio... dopo quasi cinquant'anni dalla mia prima e unica ascesa, quando lassù pernottai con l'amico, oggi scomparso, e assieme a lui il giorno dopo raggiunsi il Rifugio Dorigoni e quindi Rabbi Fonti sotto una pioggia intensa e incessante. Fu una avventura impossibile da dimenticare.
Ma eccomi alla Malga Polinar. Bella malga, seminuova, ricostruita recentemente, voglio sperare nel rispetto dell'originario disegno (che non ho conosciuto) e delle antiche particolarità architettoniche tra le quali è senz'altro stata preservata la copertura del tetto in “scandole”.




Silenzio assoluto. E' ancora molto presto. Non si vede nessuno, non si vedono i gestori della malga (vista l'ora sono sicuramente al lavoro all'interno degli edifici) e pure nei paraggi non si vede anima viva. Nessuna presenza, nessun escursionista. Tutto tace. Solo di tanto in tanto sembra di udire un lontano scampanellio di animali al pascolo. Sembra provenire dai pascoli alti, a monte della malga, lassù verso le cime. Su di un cartello si legge che qui si possono acquistare i prodotti della caseificazione quindi le mucche ci devono pur essere, da qualche parte... Ma i cortili della malga sono molto puliti... fin troppo puliti, come se le mucche non esistessero, non “abitassero” più qui..
Riprendo il cammino questa volta su delle belle strade forestali che, a parte un brevissimo tratto di ripido sentiero, mi conducono fino alla Malga Stableti. Un tragitto comodo, quindi, in leggera discesa, ma molto lungo, interamente compresso nel bosco fitto e conseguentemente ben poco panoramico. Così mi devo accontentare, si fa per dire, dei bei fiori che crescono sui bordi della strada e della vista che talvolta, grazie a qualche canalone privo di piante, si apre verso il basso, sul fondovalle e sulle sue iniziali pendici punteggiate da masi sparsi e minuscoli aggregati di rustici edifici.



Ma eccomi a Malga Stableti, un edificio molto diverso dal precedente, più vecchio, direi antico nella sua struttura complessiva ma, purtroppo, con la copertura del tetto rifatta in lamiera e non in scandole come avrebbe richiesto il rispetto del paesaggio e della tradizionale architettura locale.
Dense volute di fumo escono dai camini della casera e dell'edificio principale di questa malga che si presenta al visitatore come un agriturismo, così almeno sta scritto da qualche parte. Anche qui la pulizia non manca ma non manca pure un certo disordine all'esterno dello stallone...
Questa malga si trova sul basso versante destro della Val Ceren, una valle stupenda che parzialmente rientra (con il suo versante sinistro) nel Parco dello Stelvio. E' una valle ricca di boschi ma soprattutto di alpeggi con delle numerose malghe che, in gran parte, sono state ricostruite o ristrutturate adeguandole ad ospitare visitatori ed escursionisti. Ma non mi dilungo oltre, della “Via delle malghe” in Val Cercen ho già scritto in un mio post di due anni fa.




Poco a valle della Malga Stableti, lungo il torrente Ragaiolo, si distende l'ampia area attrezzata per picnic del “Fontanon”. Qui non mancano i tavoli, le panche, le fontanelle, i focolari in pietra per barbecue e qui mi ristoro sostando lungamente. Poi, rifocillato, scendo a valle percorrendo la bella strada bianca che conduce a Rabbi Fonti. Ma, poco prima di arrivare al piccolo centro termale, lascio momentaneamente la comoda strada e scendendo per un ripido sentiero, raggiungo il tanto pubblicizzato ponte tibetano che scavalca la forra del Rio Ragaiolo dirimpetto ad una altissima cascata: un nastro bianco e sottile che precipita appena a monte della “favolosa”, metallica costruzione. E' una tecnologica realizzazione che, a parer mio, svilisce la suggestione di un paesaggio selvaggio inserendosi brutalmente in un sito naturalisticamente prezioso tanto da essere racchiuso all'interno del Parco Nazionale dello Stelvio. Ma si sa... per attrarre il turista, sempre molto curioso (ma forse, talvolta, anche poco consapevole) si fa questo e altro... Ciò che mi meraviglia è che, secondo quanto a suo tempo “raccontavano” i media, alla realizzazione dell'attrattivo, adrenalinico espediente ha contribuito economicamente anche l'Ente Parco... che, sempre a parer mio, dovrebbe occuparsi di ben altro... ma di questo ho già scritto alungo in un altro mio post e non voglio ripetermi.
Raggiunto il fondovalle, poco a monte delle teme di Rabbi, devo proseguire fino al paese di San Bernardo dove ho parcheggiato l'auto. Sono due o tre chilometri, forse di più, che potrei percorrere comodamente seduto su di un pullman ma preferisco fare un'ultima camminata. Le gambe reggono ancora e quindi imbocco la strada che costeggia il torrente Rabbies tenendosi sulla sua sponda destra... più avanti questa strada si farà stradina e a tratti pure uno stretto sentiero sull'orlo del torrente... ma di questa bella sgambata finale dirò in un prossima puntata... in un altro post.



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Alla scoperta delle miniere perdute

Sulla montagna di Comasine in Val di Pejo tra storia e natura

L'insieme della zona mineraria di Comasine è ben individuabile dalla strada provinciale della Val di Pejo: si estende sui due versanti della vallecola che scende dal Boai sulla destra della isolata chiesetta di Santa Lucia.

Ricordi. Ricordi molto lontani di quando, bambino e poi giovane adolescente, osservavo con interesse e una certa trepidazione la calata nella vallata di un pesante contenitore metallico dai monti di Comasine, i monti delle antiche miniere di ferro. Era il contenitore usato per il trasporto dei preziosi ciottoli scavati nelle rocce del Boai. Benna ben appesa al carrello che scorreva lento sulla fune portante della teleferica. Scavalcava la profonda incisione del Noce e raggiungeva la stazione di valle dove riversava il suo carico nella tramoggia metallica posta sul bordo della strada principale a poca distanza da Celledizzo. Era un carico gravoso, era ferro, magnetite estratta nelle profonde gallerie che perforavano i ripidi costoni del versante destro della Val di Pejo.




Io mi avvicinavo ai vent'anni, era il 1967, quando quelle miniere vennero dismesse, chiuse ed abbandonate definitivamente. Il carrello si fermò per sempre, l'acrobatica teleferica venne pian piano smantellare e, in seguito, con il sopraggiungere del cosiddetto “progresso”, con la rapida virata dell'economia della valle da agro-silvo-pastorale (ed estrattiva) a prevalentemente turistica, della antica zona mineraria di Comasine si sentì parlare sempre meno...
Alcuni anni dopo discendendo a rotta di collo dalla Val Comasine, tagliando per scorciatoie e sentierini appena visibili dopo aver conquistato la Cima Boai, mi ritrovai, in quella che fu una delle zone di estrazione del ferro. L'erto terreno era costellato da anomali rilievi e da strane depressioni, risultato, gli uni del deposito di materiale e le altre dell'imbocco, non più visibile, di una galleria o del suo cedimento oppure, forse, di uno scavo o sondaggio superficiale. Avevo, del tutto casualmente, “scoperto” uno dei siti minerari sulla montagna di Comasine. Non potevo certo riprendere la discesa senza un piccolo souvenir. Cercai frettolosamente, rovistai tra i pesanti sassi sparsi ovunque, trovai e raccolsi un piccola pietra luccicante di minerale ferroso... poi, esausto per la lunga camminata, mi feci coraggio e, dopo la breve pausa, ripresi la calata verso il fondovalle.
Da alcuni anni (in realtà da parecchi anni ma a me sembrano pochissimi, mi sembra solo ieri...) è possibile raggiungere la zona mineraria percorrendo in automobile (o a piedi cosa che sempre preferisco e consiglio) la comoda ma lunga e stretta strada forestale che sale alla malga di Val Comasine. La strada costeggia infatti e in parte mi sembra che attraversi quello che fu uno dei principali siti di estrazione del materiale ferroso, probabilmente quello stesso sito che molti anni fa “scoprii” del tutto involontariamente. Delle insolite cavità, degli inconsueti avvallamenti, delle inattese piazzole, degli strani depositi di materiale sassoso nel bosco fitto segnalano la presenza del bacino minerario. Questo ad iniziare dal tornante che precede di poche decine di metri il divieto di proseguire oltre con l'automobile, se non, durante la stagione estiva, per raggiungere la malga di Val Comasine e lì parcheggiare.
Qualche giorno fa ho voluto percorrere ancora una volta questa strada a monte di Comasine. Il sole illuminava appena il dintorni di Ossana, laggiù nel lontano fondovalle, quando mi lasciavo alle spalle la strada asfaltata e la chiesetta di S. Lucia che fu tanto cara ai minatori. Ancora un'oretta di cammino tra boschi e prati in fiore e mi ritrovai alla base della zona mineraria ben segnalata da un tabella illustrativa collocata qualche anno fa dall' Ecomuseo della Val di Pejo. Era mia intenzione esplorare il sito cercando di individuare l'entrata di qualche miniere ma la vista di un recentissimo crollo che aveva aperto una profonda voragine ai margini di un sentiero mi fecero desistere. La prudenza innanzitutto. Così mi limitai a seguire altre indicazioni poste recentemente che mi consentirono di raggiungere in piena sicurezza l'imbocco di due gallerie, quella della miniera S. Barbara (se non erro) e quella, posta poco più in alto di S. Luigi.



Era evidente che le due gallerie, in particolare la seconda, erano state oggetto di alcuni recenti lavori di ripristino. Questi interventi avrebbero dovuto consentire l'esplorazione dell'intera miniera e la sua riapertura al grande pubblico e alle scolaresche per delle visite guidate. Così evidentemente non è stato: i due imbocchi risultavano sbarrati da una solida inferriata. Mi è poi stato riferito che i lavori erano stati interrotti quasi subito per i crolli, per le difficoltà incontrate nel rendere sicuro l'accesso ai tunnel e quindi per i costi eccessivi che la riapertura della miniera avrebbe comportato.



Purtroppo, come già ho constatato in altre analoghe situazioni, i denari per finanziare progetti importanti di salvaguardia o il recupero del patrimonio storico, culturale e artistico locale non si trovano o comunque vengono centellinati mentre per interventi di altra natura (particolarmente interventi finalizzati all'incentivazione del turismo soprattutto invernale, interventi definiti “sostenibili” ma della cui reale sostenibilità, non solo ambientale, nutro spesso seri dubbi), si trovano immediatamente e solitamente sono molto copiosi...


Così facendo delle antiche miniere di Comasine scomparirà anche il ricordo. Tra qualche decennio chi si rammenterà più delle vecchie gallerie, chi saprà più indicare la loro ubicazione, determinare con certezza la loro entrata? Chi si rammenterà più dell'attività estrattiva e della fusione del minerale che contrassegnarono per secoli (sicuramente dal 1300 in poi) la vita dell'alta valle, il suo sviluppo demografico, economico e sociale. Chi saprà più individuare nell'attività di trasporto del minerale ferroso l'origine di toponimi quali la “Via delle Ferrére” o la “Strusa”, chi conoscerà l'origine del minuscolo aggregato di edifici denominato “Forno di Novale” (dove fino al 1954 ancora esisteva il vecchio altoforno)...


Chi mai saprà che la lavorazione del ferro fu la causa della nascita e dello sviluppo di un intero centro abitato, il paese di “Fucine”, la “Villa nova Fucinarum” sorta dal nulla sulle rive del torrente Vermigliana le cui acque fornirono per secoli la forza motrice ai magli delle sue officine? Chi potrà mai immaginare che il periodo di maggiore ricchezza e splendore del castello di San Michele a Ossana fa legato alla fusione e alla lavorazione del ferro estratto in quel di Comasine? Chi, camminando sui boscosi versanti della valle, saprà fornire una qualche spiegazione sull'origine delle “ajàl”, le numerose piazzole nere di carbone, che andrà via, via incontrando?


Ricordi, conoscenze, informazioni che si vanno e si andranno sempre più perdendo... e che se non fosse per la benemerita opera di una associazione che da alcuni anni opera in Val di Pejo e per l'attività di ricerca e divulgativa di qualche (o solo uno?) appassionato studioso già si sarebbero perse...
Io non sono certamente uno studioso e lungi da me l'idea di iniziare un'indagine sul campo o quantomeno una ricerca di quegli antichi documenti di cui qualcuno assicura la sopravvivenza ma che sono dispersi chissà dove. Documenti che potrebbero meglio chiarire le storiche vicende delle miniere di Comasine approfondendone gli aspetti più antichi e ancora nebulosi.

Sicuramente mi piace conoscere, approfondire... mi limito però a recepire le informazioni che altri hanno scoperto e divulgato. Sempre. Va comunque specificato che, al di là dello studio, quello che mi piace sopra ogni cosa è immaginare, fantasticare, perdermi con la fantasia nel passato risalendo mentalmente molto indietro nel tempo... sognare ad esempio l'alta valle tutta ammantata da foreste vergini (foreste, poi, molto più tardi, quasi interamente abbattute per ricavare il carbone indispensabile alla fusione del minerale ferroso). Immaginare una vallata colonizzata da pochi umani primitivi ma già in grado di estrarre e fondere il minerale ferroso.. per ricavarne armi e utensili... o semplicemente per barattarlo con altri beni...




Solo fantasticherie, le mie, solo bizzarre costruzioni mentali che si perdono in quel remoto periodo di cui nulla si conosce, di cui nulla o quasi nulla è rimasto o è stato finora rinvenuto. Sembra infatti impossibile, almeno per ora, datare scientificamente l'epoca nella quale l'uomo della Val di Sole iniziò ad estrarre il ferro sulla montagna di Comasine. Si può solo ipotizzare o, nel mio caso e solo nel mio caso. viaggiare piacevolmente e a lungo sulle onde dell'immaginazione... sulle ali della fantasia...


In rete si trova un prezioso documento dal titolo “Le miniere di Comasine - appunti” a cura di Romano Sonna. In rete c'è ben poco altro.


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