Pegaia e il villaggio che non c'è... tra storia e leggenda





"Pegaia": questo il nome di una località della Val di Pejo, alla periferia di Cogolo, nei pressi della centrale idroelettrica di Pont, sulla strada che sale in Val de La Mare. E' un sito oggetto di interrogativi mai risolti. Sembra (anzi è quasi certo) che fino al 1300 vi sorgesse un piccolo nucleo di abitazioni di cui però in seguito non si ebbero più notizie. Una inquietante sparizione. Un mistero. Un villaggio perso nel nulla. Ma quali le eventuali tragiche cause della scomparsa? Una frana, una valanga, un'alluvione, un incendio? Sarà realtà o sarà solo leggenda?



Ciò che di Pegaia si è sicuramente conservato nei secoli è la riminiscenza  popolare, il ricordo, vero o presunto, dei suoi morti che ha trasformato Pegaia in un luogo pieno di suggestione, di enigmi e... di devozione... infatti nei suoi prati pianeggianti si trova una chiesetta dedicata ai Santi Bartolomeo, Paolo e Tommaso con un gigantesco San Cristoforo affrescato sulla facciata prospiciente la strada quasi a proteggere il viaggio dei pellegrini e, ai tempi nostri, gli escursionisti diretti sui monti di Malgamare.




La chiesa venne consacrata il 22 agosto 1522 a seguito dei lavori di ricostruzione e ampliamento che la tradizione locale attribuisce ai minatori colà rifugiatisi per sfuggire al contagio di una epidemia di peste. Ma la sua origine è molto più antica, si perde neli secoli... forse un tempo fu solo un capitello, chi lo sa... poi più avanti fu una minuscola cappella, l'unico edificio che sopravisse all'evento catastrofico che distrusse l'antico nucleo abitato che la ospitava.


Ancora più avanti la costruzione subì altri interventi... si ricordano i restauri nel 1850 e gli altri, relativamente recenti, lavori di consolidamento del 1967: lavori sui muri perimetrali e sul piccolo campanile che riebbe anche la sua minuscola campana (venne prelevata dalla chiesa di Pejo Terme). Sicuramente furono moltissime le vicende che nel tempo in qualche modo coinvolsero Pegaia e la sua chiesa. A me piace ricordare che durante la prima guerra mondiale la chiesa, adibita ad “ufficio di magazzino”, ospitò per più di un mese, era il giugno del 1918, mio nonno (così il nonno racconta nelle sue“Memorie”) che aggregato agli Standschützen lì lavorò come contabile “alloggiato nel solaio” della chiesetta.








Pegaia, agosto 2017. Nel giorno in cui ricorreva l'anniversario della consacrazione della chiesetta  ho potuto assistere, sui prati di Pegaia, allo spettacolo teatrale “Il mistero di Pegaia” messo in scena su iniziativa dell'Ecomuseo della Val di Pejo, . 
Bel lavoro, coinvolgete...
Nel buio della notte senza luna gli attori e le comparse si muovevano nel tempo, tra i luoghi della valle, raccontando ciò che si sa e ciò che si suppone, ciò che è storia e ciò che è memoria popolare.
Suggestione e senso del mistero non sono mancati in quella serata... serata che si è poi ripetuta al chiuso, durante il periodo natalizio, nel teatro di Pejo Terme.
Bello sarebbe se venisse nuovamente replicata, la prossima estate, davanti alla chiesetta di Pegaia, nel suo palcoscenico naturale. Sarebbe un'ottima cosa...  









Tutte le foto in "Google Foto"



Capodanno con la luna piena...

...sul castello di San Michele e sui presepi di Ossana             





La luna era già alta nel cielo al mio rientro da un infruttuoso tentativo di fotografare qualche capriolo al margine del bosco. Navigando nella neve ero riuscito ad avvicinarmi ad un esemplare intento a brucare le infiorescenze dei noccioli selvatici ma all'ultimo momento il cervide mi aveva individuato e, scrocchiando, si era dileguato nel cespuglieto. Non avevo isistito per non spaventarlo ulteriormente e, vista l'ora ormai tarda, mi ero incamminato verso casa. Mentre, deluso, attraversavo il ponte che scavalca il torrente Vermigliana poco a monte di Fucine, mi colpì la vista del castello di San Michele debolmente rischiarato dalle luci appena accese... Mi chiesi: “Perché non tentare qualche scatto all'antico maniero accarezzato dalla luna piena di capodanno?”

Si stava facendo buio e per fotografare sarebbero occorsi dei tempi di esposizione molto lunghi nonostante la presenza del candido manto riflettente. Per stabilizzare la reflex avevo con me solo un leggerissimo cavalletto. Non potevo comunque perdere questa favorevole occasione... E' un'opportunità rara quella di immortalare il bel castello immerso in un ambiente innevato illuminato della luna. Provai a piantare il cavalletto, ben chiuso, nello spesso manto immacolato. L'insieme sostegno e fotocamera era sufficientemente stabile. Sì. Si poteva fare... certo con qualche difficoltà, con attenzione e delicatezza...
Iniziai così il mio percorso fotografico... Alcuni scatti nei dintorni del ponte e poi imboccai la stradina del Sant che conduce ai piedi del San Michele seguendo il corso del torrente ma molto, molto più in alto.


Fortunatamente qualcuno era già transitato, con gli sci e con le “ciaspole”, tracciando un sentierino ben pressato, percorribile senza problemi nel mare di neve fresca e inconsistente. Così, foto dopo foto mi avvicinai a Ossana mentre si faceva sempre più scuro.
Il panorama era coinvolgente. Il cielo era sereno e la notte rischiarata da una luna particolarmente brillante. Il castello era pieno di luce, i paesi ai sui piedi sfavillanti di festosi bagliori natalizi e il bianco tappeto che mi assediava rifletteva con i suoi minuscoli cristalli ghiacciati il pallido chiarore lunare... “Molto bello” mi dissi... e prosegui fiducioso il mio percorso, scatto dopo scatto...

Poi, però, il via vai incessante di pedoni e automezzi sulla ormai vicinissima strada provinciale che da Fucine sale a Ossana, strada ingombra di automobili allineate in lunghissima fila sul marciapiede, mi distolsero per qualche minuto dal mio impegno di fotografo dilettante... “Malefatte” della “Mostra dei presepi” pensai e i dubbi e le perplessità su questa iniziativa, in verità già da tempo ben presenti nella mia mente, riaffiorarono all'improvviso. Così, riprendendo meccanicamente a fotografare, pensai e ripensai a questa manifestazione che da molti anni si tiene ai piedi del castello, negli avvolti e negli angoli più pittoreschi del centro storico di Ossana. Un'esposizione che richiama una grande moltitudine di visitatori vivacizzando la sonnacchiosa vita del paese ma creando anche non indifferenti disagi...



E così, tra uno scatto e l'altro, mi tornò alla mente, sicuramente a sproposito, la celebre frase erroneamente attribuita al Machiavelli, frase che nel tempo è diventata sinonimo di utilitarismo e opportunismo: “il fine giustifica i mezzi”. Frase che però mi sembrò più consono declinare in forma interrogativa: “il fine giustifica i mezzi?”. “Le finalità di questa manifestazione giustificano l'impegno profuso per la sua preparazione e conduzione? Vale veramente la pena spendere tante energie?” Questo mi chiesi mentre avanzavo sempre più nella neve...


Organizzare e portare a termine una rassegna di grande richiamo non è cosa da poco. Richiede entusiasmo, capacità, impegno, buona volontà... ma anche investimenti in lavoro più o meno qualificato (non solo lavoro di volontariato), in attrezzature, in materiali, ecc. ecc... Si deve pubblicizzare l'avvenimento sui media, allestire il percorso di visita con i presepi sulle proprietà private, programmare e predisporre le manifestazioni collaterali, organizzare il mercatino di Natale, aprire alle visite (e purtroppo anche al mercatino) il bel castello in pieno inverno, predisporre e curare i servizi indispensabili (sicurezza, servizi igienici, circolazione e parcheggi...) e chissà quanto altro va ancora fatto...




”Certo... ma tutto questo a che pro? Con quale obiettivo?” Erano proprio le aleatorie finalità di cotanta impresa che mi rendevano perplesso su di una manifestazione che di anno in anno si stava facendo sempre più elefantiaca.
Ricordai (e perché no... con una certa nostalgia, un certo rimpianto...) le prime edizioni della rassegna, ricordai i bei presepi negli antichi scantinati del paese, le lanterne che segnavano il percorso, la musica natalizia che aleggiava leggera sulle vie semibuie... gli ospiti e i valligiani che si spostavano da presepe a presepe, di avvolto in avvolto, sotto la neve, tranquilli e in numero non spropositato... Era una manifestazione bella, semplice, commisurata alle caratteristiche e potenzialità del paese, che coinvolgeva le persone e le associazioni e istituzioni locali nell'allestimento dei presepi e che richiamava pure molti visitatori, ma in numero adeguato, non eccessivo...

Poi, con gli anni, lentamente ma inesorabilmente la “cosa” prese campo, iniziò ad ingigantirsi, probabilmente gonfiata a dismisura anche dall'interesse economico e quindi dalla promozione di chi si trovava ben al di là dei confini comunali. I presepi vennero ben numerati e aumentarono a vista d'occhio... quasi fosse predominante la quantità sulla qualità, quasi si trattasse di una competizione "all'ingrasso", con un inesistente avversario...
Arrivò pure, sull'onda delle mode, il mercatino di Natale... il commercio accanto al “bambinello” e quando il castello di San Michele, dopo i lavori di consolidamento condotti dalla Provincia, venne consegnato al Comune, si pensò subito di sfruttarlo come sede scenograficamentecoinvolgente per le casette del mercato... 



E così le cose iniziarono a cambiare... Tantissima gente, troppa a mio avviso...disagi, confusione, ospiti in fila per adocchiare, intralciandosi, i bei presepi e... automobili in ogni dove. E iniziò la conta dei “grandi numeri”, quasi fosse l'unico metro di valutazione del successo dell'iniziativa... Di anno in anno bisognava superarsi stabilendo un nuovo record di presenze... ospiti come numeri. E anche presepi come numeri: era assolutamente indispensabile aumentarne il numero fino a ridurre Ossana, durante quest'ultima edizione, ad un abitato "presepioso", il paese più “presepioso” d'Italia.

Ma, foto dopo foto, scatto dopo scatto al bel castello, continuai, perso nella neve, il mio cammino e la mia riflessione e mi chiesi se Ossana dovesse necessariamente essere il paese che vanta più presepi che abitanti, in tutta Italia per non dire nel mondo intero.... Mi domandai che senso avesse tutto questo clamore. E mi inalberai pure... ma con chi? Con me stesso... ero solo.
“A questo ci siamo ridotti?” mi chiesi. Bisogna assolutamente acquisire visibilità nazionale ed internazionale con simili trucchetti? E' proprio indispensabile comparire in tutti i telegiornali e figurare in un popolare gioco a premi su Raiuno.? Ma soprattutto a che scopo tutta questa notorietà, qual'è il suo fine ultimo? 



Ma siamo seri... qual'è l'obiettivo che si vuole raggiungere? E' un obiettivo di sola immagine? No, non è possibile. Nella mente degli organizzatori ci devono essere di sicuro ben altre finalità, ben più qualificanti e sostanziose che vanno sicuramente al di là della notorietà, al di là dell'immagine... L'immagine non può essere certamente considerata il fine ultimo di questa impresa ma solo un "mezzo", uno studiato e indispensabile passaggio intermedio per il conseguimento di obiettivi più avanzati e ben più concreti.

Non mi sembra però che al grande battage pubblicitario che ha trascinato un imponente numero di visitatori a Ossana sia finora seguito qualcosa di consistente sul piano dello sviluppo turistico al quale probabilmente mirano gli organizzatori. I risultati “veri” mancano, e quindi inevitabilmente, volenti o nolenti, resta solo l'immagine di un piccolo paese “presepioso” creata da una ben orchestrata promozione pubblicitaria, un'immagine che resta fine a se stessa... Non si assiste infatti alla nascita di nuove imprese turistiche, nemmeno minuscole... non si crea lavoro produttivo... si può dire che finora nulla si è visto, tutto è fermo, immobile o quasi... solo i pochissimi che nel paese e nei dintorni già operano nel settore probabilmente riescono a trarre qualche modesto vantaggio dall'esposizione dei ben 890 presepi....
“Il fine giustifica i mezzi?” (e le conseguenze?). Finora no. Non mi sembra. Mezzi importanti, per ottenere risultati di sola "immagine" senza riuscire a modificare la "sostanza"... se non, forse, in qualche misura, a livello dell'intera valle ma certamente non per il paese che organizza la rassegna. Solo immagine, circo mediatico (ma "chi si accontenta gode" così si dice...) confusione e disagi, non proprio trascurabili...
Su questo riflettevo riprendendo, foto dopo foto, scatto dopo scatto, la luna piena di capodanno che si levava sempre più alta sul bel castello... meditavo senza però perdere di vista l'incessante andirivieni degli ospiti.
Si era fatto tardi, stavo ritornando sui miei passi, era ora di cena... Pensai a tutta la gente che a quest'ora si aggirava in paese cercando affannosamente un inesistente locale dove riposare, riscaldarsi e “farsi” una birra e una bella pizza capricciosa... ricerca inutile (alla faccia degli 890 presepi...).



E mi dissi che forse questa rassegna doveva essere ripensata, che il buon senso doveva suggerire una retromarcia, un misurato ritorno alle origini... Un ridimensionamento commisurato all'abitato e alle sue risorse, senza velleità... un ritorno alle origini per donare la giusta soddisfazione a chi espone il proprio presepe e... per permettere a chi si reca a Ossana di poter ammirare e apprezzare le opere esposte con la necessaria tranquillità. Una bella rassegna in un contesto quieto, senza il supplemento commerciale del mercatino artigianale (comunque bello e che potrebbe trovare la sua giusta collocazione in altri siti della valle).




Un'esposizione semplice, umile come lo è il presepe, accompagnata da poche, coerenti e ben studiate manifestazioni collaterali, in un'atmosfera distesa, di serenità e di pace, nel clima tranquillo che dovrebbe accompagnare ospiti e valligiani durante le feste di fine anno. Un'esposizione senza secondi scopi, un avvenimento all'insegna di un autentico spirito natalizio, una manifestazione priva di numeri, senza pretese,... fine a se stessa...




Tutte le foto in “Google Foto



Il "Percorso Bresadolano"


Pochi sanno che il “prete dei funghi” il micologo Giacomo Bresadola, uno dei personaggi più illustr1 della Val di Sole”, ha un “percorso” a lui dedicato che tocca alcune delle località "segnate", in modi diversi, del suo passaggio. Il percorso, denominato appunto “Percorso Bresadolano”, realizzato su iniziativa del “Centro Studi della Val di Sole”, consta di cinque tappe che si snodano lungo la valle. In ognuna delle cinque località è stato posto un pannello illustrativo che oltre a descrivere la stazione stessa, rimanda alle diverse fasi della vita del genio solandro, al suo lavoro e ai suoi studi.
Il percorso inizia nella media-bassa valle e la risale toccando via via gli altri siti. Forse, nel numerare e illustrare le tappe, sarebbe stato più opportuno seguire una successione temporale iniziando dal piccolo paese di alta montagna che gli diede i natali.
Dopo aver girovagato in lungo e in largo per la valle alla ricerca dei cinque siti che compongono il "Percorso" sarà bene visitare anche il Museo della Civiltà Solandra a Malè, capoluogo nella Val di Sole. Vi si trova infatti un intero settore dedicato a Giacomo Bresadola con una raccolta di preziosi cimeli, oggetti personali, tavole acquerellate... (tutto quanto non è andato disperso nei musei di tutto il mondo ma è rimasto in valle) assieme ad un'edizione originale del suo capolavoro “Iconographia Mycologica” e ad un allestimento multimediale a lui dedicato.



Busto bronzeo posto a ridosso della 
chiesetta di Ortisè, paese natale dell'illustre
“curato di montagna”


Giacomo Bresadola nacque ad Ortisè, minuscolo paese posto ad alta quota sul versante solatio della valle, il 14 febbraio 1847, primo di dodici fratelli. A Ortisè frequentò i primi tre anni della scuola popolare e continuò poi i suoi studi a Cloz, in Val di Non, presso uno zio, parroco in quel paese. A causa della difficile convivenza con lo zio venne ben presto mandato a Montichiari, nel bresciano, dove il padre lavorava come ramaio e qui completò le scuole elementari. Proseguì gli studi a Rovereto ma l'indirizzo tecnico-commerciale scelto dal padre non gli si confaceva e, pur avendo conseguito ottimi risultati, passò al ginnasio a Trento. Fu in questo periodo che nacque in lui la vocazione sacerdotale e a diciannove anni intraprese gli studi teologici. Nel 1870 venne consacrato sacerdote. Come cooperatore operò a Baselga di Pinè, Roncegno e Malè e nel 1877 fu nominato curato di Magras ed Arnago. Qui trovò il tempo di dedicarsi alla botanica interessandosi soprattutto di micologia. I suoi studi e le sue prime pubblicazioni attirarono ben presto l'attenzione dei micologi di tutto il mondo. Iniziò a classificare funghi che nessuno fino ad allora aveva descritto e denominato. Apprezzamenti e... i funghi essiccati da studiare arrivarono da paesi sempre più lontani e numerosi. Nel frattempo il vescovo lo aveva nominato amministratore della mensa vescovile e aveva quindi lasciato la sua parrocchia trasferendosi a Trento in un minuscolo appartamento dove abitò fino alla morte



Riproduzione di un disegno
acquarellato autografo
dell'illustre micologo  


La piccola città divenne ben presto uno dei centri mondiali di studi micologici. Musei e istituti universitari inviarono intere raccolte di funghi perché Giacomo Bresadola li classificasse e se ancora sconosciuti li denominasse. Qui il sacerdote allestì preziose e ricche collezioni micologiche non solo per città italiane come Trento, Padova e Torino ma anche straniere, Stoccolma. Leida, Parigi, New York, Whashington, Cincinnati, Berlino,Leningrado, Uppsala... Senza mai allontanarsi dalla regione, in un viaggio ideale attraversò tutto il mondo, classificando funghi provenienti da tutti i paesi. Fondò la più importante scuola micologica mai esistita con oltre 400 allievi, la maggior parte di fama mondiale, disseminati ai quattro angoli della terra. Nel 1927 venne dato alle stampe il primo volume della sua opera principale. L “Iconographia Mycologica”. Molti dei ventisei volumi di cui si compone l'opera purtroppo uscirono postumi... Morì il 9 giugno 1929.


Sintesi della presentazione di Federica Costanzi
nel “Cofanetto” di riproduzioni dei disegni di Giacomo Bresadola
realizzato a cura del Centro Studi per la Val di Sole




Il Passo del Tonale e la sua torbiera


Un'isola di natura protetta in un contesto fin troppo antropizzato


Tutti conoscono le drammatiche vicende della prima guerra mondiale che cento anni fa ebbe tra le sue cruente arene anche il Passo del Tonale e i monti che lo attorniano. Così come moltissimi sono al corrente che per secoli e secoli i viandanti che attraversavano il Passo potevano trovare accoglienza e rifugio per la notte in un antico ospizio che ancora esiste ma ben camuffato in un elegante hotel alla moda. E sicuramente molti hanno anche sentito raccontare dei sabba, degli incontri tra streghe e stregoni che al buio, sui prati del Tonale, si davano a sfrenate orge con il diavolo, scatenando sulla valle temporali e tempeste. Nessuno sarebbe mai transitato sul Passo nel tardo pomeriggio e men che meno di notte. Sono leggende di matrice ancestrale e folclorica... ma resta il fatto che tra il 1400 e il 1600, molte donne, accusate di stregoneria, subirono processi e torture che spesso si conclusero con il supplizio purificante del rogo.




Ma veniamo ai giorni nostri... Oggi il Passo del Tonale è il regno dello sci ai piedi, è una delle stazioni turistiche invernali più note e frequentate dell'arco alpino... è una conosciutissima ma antropizzatissima e ambientalmente oltremodo deturpata località per vacanze e di fine settimana all'insegna del luna park dello sci. E così anche nella nostra modernissima epoca il bel Passo del Tonale continua ad avere, come in passato, le sue tribolazioni... pur possedendo, inaspettatamente, anche un'isola di benessere e di tranquillità complessivamente intatta, un prezioso gioiello...



Chi di voi sa che al Tonale oltre agli alberghi, ai negozi ai ristoranti e bar, alle torri, alle piste da sci, agli infiniti impianti di risalita, al caos di un turismo troppo invadente... si trova anche un silenzioso e prezioso biotopo protetto? Non ditemi che non lo sapevate... E' una piccola porzione dell'ambiente fisico del Passo, un luogo di particolare interesse naturalistico dove prospera una biocenosi, una comunità di organismi vegetali ed animali che fanno parte di un ecosistema di notevole pregio, un ecosistema che, in altri ormai lontani e più fortunati tempi, si è deciso di salvaguardare dall'invadenza dell'uomo.


E' una torbiera che si estende su due aree, una a monte (in parte occupata da altiporto e altre struttura e quindi distrutta) e una a valle dell'ultimo tratto di strada statale che sale al passo. Fa parte delle Oasi naturali protette istituite in Trentino con L.P. n. 14 del 23-06-1986 e della Rete Natura 2000, nome con cui l'Unione Europea designa un sistema di aree destinato alla tutela di habitat e di specie animali e vegetali ritenute meritevoli di protezione. La località è ricca di micro-situazioni ambientali. Vi si trovano zone molto asciutte, laghetti in miniatura (crateri creati probabilmente dall'esplosione di bombe durante la prima guerra), acque correnti più o meno veloci e acque tranquille...


Alla diversità di situazioni ambientali corrisponde una grande varietà di associazioni e di specie vegetali molto diffuse nelle regioni artiche ma rare sulle Alpi. Sono dei “relitti glaciali”, piante che colonizzarono il territorio migrando a sud durante le glaciazioni e che successivamente si estinsero, con l'aumentare della temperatura, tranne che in piccole aree dal clima rigido come quella in questione. L'origine della torbiera va ricercata nella grande quantità di acqua di risorgiva che ha occupato la zona permettendo lo sviluppo della vegetazione palustre che nel tempo ha formato il deposito di torba sul quale si estende il biotopo.




E' insomma un'area di grande valore ambientale che ho visitato, nella sua parte bassa, in una serena mattinata di ottobre inoltrato. Non era certamente quello il periodo più adatto per inoltrarsi lungo il sentierino che permette di ispezionare il biotopo. Sentierino che ho imboccato in prossimità del depuratore e che sale in leggera pendenza fino alle “maestose” torri bianche che da più di quarantanni (se ben ricordo) “ingentiliscono” il Passo.

L'autunno non è la stagione migliore per osservare gli animali e i vegetali che popolano la zona. Impossibile incontrare la biscia del collare ormai in ibernazione o le libellule, il rospo, la Rana temporaria, il tritone alpestre e il ditisco nei laghetti congelati... e nemmeno le specie di piante rare che vegetano nel biotopo, come le carnivore Drosera rutundifolia e Piguicola alpina o la grande varietà di stupende orchidee... Ma avrò altre occasioni durante la prossima bella stagione... Nella radente luce di ottobre mi sono dovuto accontentare, si fa per dire, del coinvolgente aspetto autunnale del biotopo, aspetto che richiamava alla memoria la tundra artica che avevo visto in qualche documentario televisivo.


Verso la fine del percorso ho raggiunto un fabbricato simil-rustico adibito a punto informativo che vista al stagione era chiuso e non ho quindi potuto visitare. In quest'ultima zona il percorso era costellato da piccole tabelle ben conficcate nel terreno (metalliche, bianche, alquanto squallide) che riportavano edificanti aforismi e poetici versi di vari autori richiamando alla contemplazione e alla salvaguardia della natura. Tra questi anche il Cantico delle creature di San Franceso al quale il Papa si è ispirato per intitolare la sua enciclica ambientalista “Laudato sii”, testo che tutti, credenti e non, farebbero bene a leggere e meditare...






Le belle scritte che via via leggevo mi apparivano sempre più provocatorie ma insieme anche contraddittorie considerando il degrado ambientale che imperava, nei pressi del biotopo... “Qui “chi di dovere” applica due pesi e due misure”... mi venne da pensare...




Non potendo osservare le piccole cose, la flora e la fauna che caratterizzavano il luogo, alzavo continuamente lo sguardo verso il Passo e mi deprimevo sempre più. Sul confine occidentale svettavano i grattacieli che davano un buon apporto all'accozzaglia architettonica e urbanistica del Passo. Più a monte tralicci e funi in grande quantità invadevano i versanti delle cime Bleis e Cadì e non mancavano certamente sui pendii della Valbiolo fin quasi al passo dei Contrabbandieri.





Grandi toppe di pascolo artificialmente seminato costellavano la montagna. Erano le piste, che ben ripulite, spianate, lisciate e rinverdite, apparivano in netto contrasto cromatico con la rimanente, originaria cotica erbosa. Poi, qua e là apparivano isole e strisce di terra nuda, frutto degli scavi effettuati per la posa delle tubazioni degli impianti di innevamento “programmato” e chissà che altro...

Riflettevo mettendomi nei panni di un fantomatico escursionista in difficoltà: “Povero, escursionista... ignaro della normativa che regola la protezione della flora in Trentino, hai ingenuamente raccolto un “mazzolin di fiori” nei prati del Tonale e ora potresti incorrere in severe sanzioni. Hai sbagliato, per te non ci sono giustificazioni... e non permetterti di contestare la giusta punizione a chi di dovere. Non mostrargli, a tua difesa, lo sfacelo ambientale, la distruzione della vegetazione originaria che vi circondano... Quegli scavi, quei rattoppi, quella distruzione... è stata portata a termine legalmente con l'avvallo degli organi istituzionali, dopo severa valutazione del suo impatto ambientale... e solo per superiore e generale interesse”




Incongruenze di una politica di protezione ambientale che appare contraddittoria ma che, in realtà, durante gli ultimi anni, è stata sostanzialmente annullata... tanto da sembrare “pilotata” da chi ha interessi ben diversi... E purtroppo le conseguenze dell'attuale deleteria gestione del territorio turistico non si limitano al degrado ambientale, a mio parere le conseguenze, già pesanti, potrebbero ampliarsi ulteriormente con possibili implicazioni economiche e sociali.



L'aumento costante e irreversibile delle temperature dovrebbe convincere, chi ci governa, a ripensare la montagna come sede di un turismo stagionale nuovo, maggiormente diversificato e quindi più resistente alle modificazioni indotte dal cambiamento climatico. Se è comprensibile, ma certamente non giustificabile, che impiantisti e affini guardino solo all'immediato come fonte di rapido guadagno... questo non è accettabile per chi dovrebbe guidare la società, scegliere in quale direzione farla viaggiare per il benessere di tutti, un benessere che duri nel tempo.


Chi è interessato solo all'incasso immediato affronta le conseguenze del cambiamento climatico di giorno in giorno disinteressandosi del futuro. Fabbrica la neve che viene a mancare e se l'acqua necessaria scarseggia costruisce bacini di accumulo (ne verrà realizzato uno molto capiente anche in Valbiolo) o la pompa dai torrenti, svuotandoli ... e se le giornate fredde diventano più rare amplia i bacini in modo da sfruttare al meglio le “finestre di freddo” che si fanno di anno in anno sempre più strette. Se poi il sole estivo, sempre più intenso, scioglie il bel ghiacciaio (che si può utilizzare, sciandovi sopra, anche in primavera)... beh, niente paura, usa dei bei teli bianchi per schermarlo.





Questa l'adattamento degli impiantisti al mutare del clima, le comprensibili soluzioni (evidentemente solo temporanee) escogitate da chi pensa solo al profitto guardando all'oggi o tutt'al più al giorno dopo senza preoccuparsi più di tanto né dei danni ambientali che provoca né del futuro che attende tutti e quindi pure loro.


Ciò che stupisce veramente è il constatare la scarsa lungimiranza di chi ci governa che asseconda, per non dire promuove, in tutti i modi, con provvedimenti ad hoc e sovvenzioni delle sue agenzie (agenzie di cosiddetto “sviluppo sostenibile”), le modalità di crescita del turismo invernale perpetrate dagli imprenditori della neve. A mio parere manca la percezione della gravità del problema (o non lo si vuole vedere? O magari si è condizionati dagli interessi in gioco? Non voglio nemmeno pensarlo... men che meno supporlo...) che sola potrà portare, magari gradualmente, a cambiare rotta iniziando a percorrere nuove strade per la nascita di un turismo più responsabile, più compatibile con l'ambiente di montagna e con il clima che cambia.



Perseverando a lungo con le ottuse pratiche odierne, insistendo con questa insensata e dispendiosa gestione del turismo invernale, finiremo solo, tra uno o tutt'al più due o tre decenni, per creare disoccupazione. Potremmo ritrovarci con molti disoccupati, creati dalla improvvida gestione di un comparto turistico invernale impotente davanti al riscaldamento globale, ridotti a fare i ricuperanti, nel caldo torrido, per liberare la montagna da una ferraglia ormai inutile sparsa ovunque sui monti del Tonale, quasi come alla fine della prima guerra mondiale.


Pensiamoci e pensiamo anche che non si collabora di certo a contenere l'aumento della temperatura continuando con l'attuale politica dello spreco, non si collabora consumando energia per l'innevamento artificiale a tutti i costi o limitandosi a mascherare i ghiacciai con delle pezze bianche e e nel contempo costruendo dispendiosi simil-rifugi di lusso oltre i 3000 m. Nemmeno la politica urbanistica che ancora insiste a destinare altro suolo a nuove strade e a nuove strutture ricettive (come accade al Passo al confine del biotopo protetto) appare molto saggia e utile... esistono sicuramente vie più responsabili e produttive per investire e per mantenere l'occupazione e il benessere nella nostra terra... basta crederci e lavorarci.



Ma ho poche speranze... a volte penso che solo il ritorno delle streghe e dei diavoli del tempo che fu a difesa del Tonale potrebbe impedire altri passi falsi.



Guarda tutte le foto in “Google Foto