Bianca neve



E' arrivata.
Finalmente.
Il cielo ha deciso di elargirla e tutti la osservano con benevolenza, alcuni con gratitudine. E' la neve, la bianca neve che nella notte ha sommerso ogni cosa.
Abbondantemente.

Ambiente ripulito e levigato. Immacolato. Rumori limati, paesaggi in chiaroscuro, assenza di colori vivaci e forti.
Una grande quiete è calata sulla valle. Silenzio e immobilità.
Pace.
La bianca neve, con il suo soffice manto che tutto riveste, ha soffocato il guazzabuglio dei suoni e il caotico sovrapporsi delle tinte.
Però la copiosa nevicata, il paesagio totalmente imbiancato (panorama desueto, insolito per non dire raro con l'avanzare della mutazione climatica) non può non richiamare alla mente anche i vecchi ricordi, le immagini d'altri tempi quando la neve non mancava mai. Immagini festose: giochi di bimbi, corse in slitta, capriole nella neve fresca, palle di neve e pupazzi...  E persi nel bianco rumori metallici di lame e badili all'opera… e voli di passeri in stormi numerosi…



Inoltre solo ora, raggiunta la terza età, riesco a scorgere nella neve qualcosa di nuovo, qualcosa che prima mai mi aveva colpito. Solo ora “vedo” la poesia nelle piccole “cose”, nelle minuzie immerse nella neve. Solo ora quando le nevicate stanno diventando eventi quasi straordinari e degni, quindi, di grande attenzione. Solo ora "vedo"... riesco a cogliere a pieno la bellezza di un paesaggio imbiancato ma anche e soprattutto il fascino che emana anche un nonnulla quando è avvolto dalla neve.
La foglia secca, ancora appesa al ramo, baciata da mille minuscoli fiocchi, il piccolo abete che occhieggia sommerso nel morbido manto, le infiorescenze del nocciolo coperte di vitrei cristalli, lo scricciolo che ispeziona la piccola cavità aperta come una ferita nella trapunta immacolata, i traslucidi candelotti di ghiaccio appena velati di bianco, il soffice candore sulle rugose cortecce del vecchio larice, il pettirosso che svolazza qua e là e che infine si posa sui rami della betulla affioranti dalla neve...
E' proprio vero. Solo la straordinarietà di un evento un tempo molto comune qual'era una abbondante nevicata, può fa nascere il piacere della ricerca, l'interesse per i dettagli. Può far crescere il desiderio di scoprire qualche prezioso gioiello ben nascosto tra i fiocchi di neve  accumulati sul terreno gelato o sulla vegetazione rinsecchita.



Il tempo passa, passano i giorni e passano pure le settimane. Più non cade la neve, più non scende altra bianca neve. Il cielo la nega.

Il vento scolpisce il vecchio manto, lo modella increspandone la superficie. Il gelo notturno consolida, indurisce le candide onde. Durante il giorno, il sole di febbraio, basso ma già forte, le accarezza lievemente, le pennella, anche sui pendii più ombrosi.
La neve si compatta sempre più. Il suo spessore diminuisce, la consistenza da soffice e omogenea si fa grumosa. La metamorfosi è continua, legata all'escursione termica giornaliera, al mutare dell'umidità dell'aria e in generale alle condizioni meteorologiche sempre più variabili con il cambiamenti climatico. Talvolta, negli ambienti più freddi la superficie della coltre nevosa si ricopre di un tappeto cristallino: sono scaglie che brillano, che riverberano la luce quando il sole, verso mezzogiorno, riesce ad irraggiarle anche solo per un breve periodo.

Il tempo passa, le giornate si allungano e si fanno più tiepide.

La neve, pian piano, si squaglia. Sui versanti più ripidi e meglio esposti è addirittura scomparsa. Il sole, a poco a poco, raggiunge anche le pendici più fredde e riscalda pure il fondovalle più ombroso dove la neve, accumulata e compressa sul margine delle stradine, lentamente inizia a dissolversi componendo astratte e caduche sculture, qua e là ravvivate dal sole del tramonto.
I raggi bucano le fronde degli abeti: sono schizzi di luce, sono bagliori sulla bianca neve e luccichii sulle creste ghiacciate. E sono ombre profonde dove il sole non impatta...
Contrasti e giochi di luce sull'ultima neve. Neve luminosa, risplendente dove picchia il sole, sole calante ma ancora potente. Al contrario neve opaca, azzurrina e grigiastra nell'ombra, nella semioscurità della sera ormai incipiente.



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Perché e come due galli forcelli finirono in un fotomontaggio


Una storia d'altri tempi


Grande fu la delusione che mi prese quando dopo una lunga e logorante scarpinata notturna raggiunsi il regno del fagiano di monte, regno che trovai abbandonato e silente. Delusione per certi versi prevista dato l'inevitabile rumoroso crepitio del mio procedere sulla neve ghiacciata… Delusione attesa anche se, lo ricordo bene, in cuor mio, mentre faticosamente salivo avvicinandomi al limite della vegetazione arborea, qualche speranza rimaneva ancora... perché, ben si sa, la speranza è sempre dura a morire.


Quando, superato il bosco fitto, emersi allo scoperto al cospetto delle arene di canto, i già modesti rugolii e i già infrequenti soffi dei bei tetraonidi erano cessati del tutto e, nei dintorni anche meno prossimi,  non si scorgeva nemmeno un esemplare, nemmeno in alto, sulle punte dei larici, intento, come solitamente accade, a pizzicarne le gemme novelle. Il sole non era ancora sorto, l'ora era propizia, ma evidentemente i sempre vigili fagiani di monte, allarmati dal mio rumoroso sopraggiungere, erano volati via eclissandosi nelle macchie di mugo e di ontano verde. Qua e là, sulla coltre bianca che ancora celava gran parte dei cespugli di rododendro restavano le tracce dell'amore, delle “parate” d'amore, delle danze frenetiche e, forse, di qualche combattimento per il dominio dell'arena di canto. Restava qualche minuscola piuma e ben impresse le impronte delle zampe e delle ali premute sulla neve dei forcelli che dopo essersi confrontati avevano lasciato la radura.


Tutto questo accadeva molti anni fa, (trentacinque-quaranta?)... quando ero tenacemente impegnato nell'esplorazione degli angoli più remoti dei miei monti, i monti dell'Alta Valle, alla ricerca di nuovi scorci, di panorami sempre più ampi e diversi, di fiori alpestri e di fauna selvatica da immortalare fotograficamente e, perché no, talvolta pure pittoricamente.
In particolare l'“avventura” di cui racconto accadeva sul crinale tra la Val Piana e la zona di Fazzon e Val Baselga, sulla cresta a monte della cosiddetta Piramide dove i versanti si fanno ripidissimi (a ovest degradano verso i dirupi dei Crozi dei Meoti) e dove ai sentieri si sostituiscono antiche tracce difficilmente individuabili soprattutto con la neve, neve ancora molto presente in quel lontano mese di maggio.


Di quella primaverile impresa oltre al ricordo di una occasione mancata, mi rimanevano alcune diapositive (il digitale era di là da venire). Erano pochissime immagini: le orme della “parata nuziale” e alcune panoramiche tra le quali quella di un sole nascente che accarezzava con i suoi deboli raggi radenti la minuscola arena di canto innevata con le impronte del gallo forcello impresse in primo piano.










Parecchi anni dopo, non so dire quanti, con l'abbandono della fotografia analogica scansionai le mie migliori diapositive (con mio primitivo scanner “casalingo”) inserendole in un archivio digitale nuovo di zecca. Ritrovai così gli scatti di quella lontana escursione e, ricordando l'amara delusione di quella mattinata, pensai di poter supplire, in qualche modo, all'assenza del gallo forcello nella foto del “balz” appena illuminato dal sole.










Sì, ora finalmente potevo depositare nell'immagine panoramica, con un semplice “copia incolla”, i mancati protagonisti, quei fagiani di monte che, nella realtà si erano volatilizzati. Era sufficiente prelevarli da delle fotografie scattate in altre località e depositarli al posto giusto. Con un artificioso giochetto realizzai un fotomontaggio, un falso più o meno riuscito... una "costruzione" fotografica da non spacciare assolutamente come immagine reale...










Ora i due tetraonidi erano lì, nell'arena di canto, due piccole sagome scure nella neve, appena percettibili nel sole nascente. Una magra consolazione che non attenuava la memoria di una bruciante delusione. Una fotografia che descriveva, in qualche modo, quello che poteva essere stato e che non era stato… e che sicuramente non compensava l'amarezza di quella lontana mattinata.


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Ricordando i colori dell'autunno




Come sta ormai diventando consuetudine anche quest'anno la neve si è fatta attendere a lungo. E' comparsa copiosa solo all'inizio di febbraio, anche alle quote medio basse, illuminando un paesaggio ombroso fatto di prati brunastri e boschi lugubri qua e là solcati da innaturali serpentine candide: piste da sci all'uopo artificiosamente sbiancate...





Per lunghi mesi ho cercato di coglier un panorama od uno scorcio minimamente accattivante. Nulla. La valle, anche a mezzogiorno, quando il sole, seppure basso riusciva comunque a rischiararla, era triste, scialba nei suoi colori smorti. Mancava la neve... e a nulla valevano le mie recriminazioni contro un'umanità sconsiderata responsabile del cambiamento climatico. Mancava la neve... quella neve che, sempre in passato, aveva contrassegnato il paesaggio invernale della montagna, che lo aveva qualificato rendendolo unico.




Ma poi, seppure con enorme ritardo, la neve tanto invocata è arrivata, abbondante e ha avvolto la valle nel suo candido manto trasfigurandola... e ha finalmente fagocitato i bizzarri nastri bianchi incollati sui pascoli e sui boschi per il diletto degli “sportivi” ad ogni costo.
Panorama incantevole, suggestivo, immacolato nel sole di febbraio... Il profumo di neve e di ghiaccio, i rumori limati, l'ambiente ripulito e levigato infondevano tranquillità, serenità... ma poi.....






...Poi, a lungo andare, il gelo, l'uniformità dell'ambiente, il dominio del bianco, la totale assenza di colore immalinconiscono e inducono a desiderare tinte più vivaci e forti, insinuano la voglia di una natura più calda, varia e allegra.




Non manca molto... presto sarà primavera e con la primavera riemergerà il colore, riemergerà dai prati e dai boschi di una valle ora del tutto affogata nel candore della neve.
Attendo pazientemente e nell'attesa di tempi migliori, nell'attesa della primavera, sfoglio l'album dei ricordi più recenti, l'album con le immagini dell'autunno fatte di coloratissimi scampoli di natura ottobrina, di scorci vivaci, di panorami che riscaldano il cuore.





Lo spettacolo della natura addobbata a festa nella pace autunnale, lo spettacolo della valle vestita d'abiti policromi e festosi allontana l'immagine della fredda cappa bianca che ora l'avvolge. Un incantesimo che allontana il pensiero dall'assedio della neve e dalla penetrante sensazione di freddo. Una coloratissima magia che allontana la mente dalle meditazioni… che la distoglie dall'inconcludente rimuginare... dall'attesa di tempi migliori.


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Un castello nella nebbia


Nebbia nebbia e nebbia allegorica sul castello di San Michele a Ossana



Bello il castello di San Michele a Ossana, suggestivo con il suo massiccio mastio e i resti del palazzo e delle mura di cinta avvolti dalla nebbia dopo una fitta nevicata...
Imponente e austero domina dall'alto della rupe rocciosa un paesaggio offuscato, spento e grigiastro... piatto. Immagine severa e coinvolgente che richiama alla memoria quanto scrisse il Ciccolini nel suo storico volume “Ossana nelle sue memorie”:

"Che cosa ci resta dell'agguerrito castello San Michele, che i Federici ricostruirono nella prima metà del quattrocento? Il mastio, alto, severo e mesto come cippo funebre su d'una balza dirupata,che gli serve di piedestallo; ai suoi piedi il deserto maniero, rotto ai venti e alle nevi. Tutto intorno è scompiglio e rovina e le mura di cinta male proteggono dall'occhio del curioso, come dall'uragano, lo sfacelo di antiche e superbe grandezze. I merli sono caduti, si sfasciarono le stanze, franarono gli avvolti e sotto le macerie stanno confusi e affratellati i modiglioni della gronda e la botola della prigione, l'altare della cappella e  la pietra che celava il trabocchetto. E dove sono i caminetti, gli alari, le mazze, i trofei, le stoviglie e i monili? perchè non si ode più il fragore dell'armi, il cigolio della saracinesca e del ponte levatoio e il desiato suono della diana? perchè non si diffondono nella quieta notte stellata, il rumore della danza, il canto del menestrello e le melodie del liuto e della mandola?......" 

Poetico e desolato affresco che ben si confà alla fredda, nebbiosa e malinconica atmosfera che oggi avvolge il castello di San Michele.



Maniero che però, da alcuni anni, non è più quello così poeticamente descritto dal nostro Autore, non è più una desolata accozzaglia di mura cadenti. I suoi resti sono stati consolidati e ora sono visitabili in tutta sicurezza. L'imponente torre è stata restaurata e resa agibile: dalla sua sommità si può godere di un ampio e incantevole panorama. Gli scavi effettuati e i conseguenti ritrovamenti hanno consentito di aggiornare la storia del castello collocando la sua origine più indietro nel tempo. I reperti rinvenuti dovrebbero, prima o poi, essere collocati in uno dei padiglioni realizzati all'interno delle mura.


Oggi però la caligine che avviluppa gli ombrosi bastioni non può non richiamare alla mente anche la caligine che talvolta aleggia sulle modalità di conduzione, o se vogliamo sulla governance, del bel castello, quando è aperto al pubblico. A parer mio sembra mancare una linea di condotta precisa, ben determinata; mancano delle direttive univoche nel proporre e gestire le iniziative e le manifestazioni che via, via, vengono offerte al turista o valligiano che sia.. Sembra quasi che l'obiettivo, questo sì, almeno apparentemente, esclusivo ed inoppugnabile, sia quello di attrarre un numero sempre maggiore di visitatori, a qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo o artificio che dir si voglia...



Quando, durante il periodo natalizio, alzando gli occhi, dalla strada provinciale, tra la casa del Tonino e il “maso” dei Rossi, intravidi spuntare dalle antiche mura del castello una delle casette del mercatino natalizio con, inchiodata sul retro, un'impattante gigantesca scritta rossa che invitava al... “vin brulè”, beh... mi caddero le braccia... Non che non ami il vin brulè e tutti gli altri analoghi generi di conforto ma trasformare l'antico maniero in una estemporanea rivendita di articoli vari, come accade da alcuni anni in concomitanza con la rassegna dei presepi, non mi è parsa sicuramente una buona idee... “Un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto...”: mi dissi.




Forse è giunta l'ora di scegliere... Così, almeno io, penso. Si vuole un castello della “storia raccontata e illustrata”, un castello delle fantastiche leggende, un castello della cappella di San Michele, dei Federici, degli Heydorff, dei Bertelli... un castello per delle interessanti mostre, un castello per ricordare Iacopo Acconcio e per ammirare le immagini della Casa degli affreschi o un castello per il vin brulè? La convivenza tra i due castelli mi sembra del tutto inopportuna e, a lungo andare, improduttiva... è una convivenza che confonde, confonde il visitatore, confonde la vista, confonde la percezione del castello e che sicuramente ne annebbia le prospettive...



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Un anno in riva al torrente Vermigliana


Il succedersi delle stagioni lungo il corso d'acqua che da Vermiglio scende verso Fucine



Inverno




Soprattutto grazie alle bizzarrie meteorologiche, provocate dal riscaldamento globale, l'aspetto del torrente Vermigliana muta di anno in anno... di periodo in periodo ma anche di settimana in settimana durante la stessa stagione, in modo più evidente durante la stagione fredda.
Fino a pochi decenni fa, nel tardo autunno e in inverno, la neve scendeva sempre copiosa coprendo abbondantemente non solo i grossi massi emergenti nell'angusto canalone del torrente, ma pure le sue ripe cespugliose e i suoi dintorni selvosi. La coltre bianca, spessa e piatta, uniformemente distesa sul lo stretto fondovalle, occultava alla vista le acque del torrente e ne rendeva impercettibile il magro scorrere assorbendone il mormorio. Era un paesaggio magico, tutto bianco, che oggi capita di osservare raramente, un panorama che sta diventando veramente insolito, per non dire straordinario...
Ma consoliamoci: la temperatura che, in questa zona perennemente senza sole, non sale mai sopra lo zero (almeno finora), dona comunque gelidi scorci, viste di inaspettata bellezza. Quaggiù, nell'ombroso vallone del Vermigliana, sono la brina e la galaverna ma soprattutto il ghiaccio a farla da padroni. Quaggiù il freddo gela il paesaggio.... In inverno l'umidità si condensa in minuscole formazioni di ghiaccio che rivestono di un sottile velo candido i massi scuri sparsi nell'alveo. La galaverna copre la sabbia e i piccoli ciottoli distesi sulle rive del torrente, copre le erbe secche, i lunghi steli rigidi e i fitti cespugli sui suoi argini. Li ammanta di acuminati cristalli bianchi creando un glaciale fondale al lento, quasi impercettibile fluire delle acque.
Con il freddo le acque del torrente che precipitano, rimbalzano e schizzano nell'alveo sconnesso si consolidano, a poco a poco, sulle rocce e sui sassi affioranti. Gli spruzzi solidificano in placche di gelo traslucide o si condensano in luminose, astratte sculture di cristallo. Una vivacità ghiacciata fatta di inaspettati chiarori, di bagliori, di luci riflesse, scomposte e amplificate nell'opaco ambiente invernale, un ambiente ancora del tutto privo del candore della neve.
Il ghiaccio si stratifica in formazioni sempre più spesse, composite, sempre più complesse, governato dal freddo e dal mutare del percorso delle acque che, avanzando lentamente, vanno via via solidificando... A poco a poco, ingloba i sassi e i macigni sparsi nell'alveo... e il ghiaccio aumenta ancora di spessore arrivando ad incorporare i polloni di salice cresciuti sulle minuscole golene a monte delle briglie...
Il ghiaccio è acqua prigioniera, è acqua indurita dal freddo, che vive durante il lungo periodo invernale un'esistenza diversa, tutta sua, particolare... un'esistenza statica, immobile, sfiorata dallo scorrere dell'acqua liquida, l'acqua libera, dinamica che le passa accanto, che la sfiora sottraendosi però alla morsa del gelo.
Natura nuda e congelata lungo e sul torrente, natura che, seppure con moto ritardo, come ormai solitamente accade, la neve alla fine riuscirà a ricoprire... Sarà un manto nevoso che l'alternarsi del freddo pungente, del caldo improvviso, della pioggia fuori stagione, della nebbia e del vento, trasformerà continuamente... Sarà una instancabile metamorfosi fino alla definitiva scomparsa al sopraggiungere del caldo primaverile.

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Primavera




Le lastre ghiacciate che celavano le acque del torrente sono scomparse da tempo e ora, al tepore del sole d'inizio d'aprile, anche gli ultimi accumuli di neve invernale, lungo gli argini più freschi, si stanno squagliando.
Ma non sempre c'è il sole... Il clima primaverile riserva sempre più spesso degli eventi inattesi, soprattutto delle sorprendenti gelate tardive o delle nevicate talvolta più copiose di quelle invernali.
E' risaputo che in primavera l'atmosfera è solitamente più umida, che il tempo è mutevole, ma l'estremizzazione degli accadimenti meteorologici dovuti al riscaldamento globale ultimamente ci mette del suo... sempre di più... I venti sono più intensi, il freddo o il caldo sono fuori misura, la pioggia... o manca o è violenta e persistente e... e le nevicate si fanno sempre più frequenti. Così anche la portata dei torrenti in questo periodo è molto variabile, dipendente, come inevitabilmente consegue, dalla quantità e qualità delle precipitazioni, dalle nevicate fuori stagione, dalla copertura del cielo, da un sole più o meno in grado di sciogliere la neve ancora abbondantemente presente sui versanti dei monti. Il Vermigliana, come gli altri corsi d'acqua della valle, in primavera modifica quindi il suo aspetto di settimana in settimana ma pure di giorno in giorno: muta la quantità d'acqua che vi scorre, la sua limpidezza, il colore e i riflessi della sua superficie... a seconda della luminosità del cielo e dell'ambiente circostante che vi si specchia.
Ma siamo in primavera... e dopo l'inverno, prima o poi, sbucano, nei dintorni del torrente, i primi fiori. L'Anemone triloba, al margine del bosco, annuncia per primo l'arrivo della bella stagione. A ruota seguono i fiori del croco che pitturano di bianco e di viola prati e pascoli. In contemporanea a confermare il definitivo distacco dalla stagione fredda sono, lungo gli argini ghiaiosi del torrente, le piccole piantine pioniere di Tussilago farfaro con i fiori dalle gialle corolle, piantine accompagnate qua e là, nelle zone più umide, dal farfaraccio (la Petasites alba dalle candide infiorescenze). Poi ai primi di maggio, appaiono i vigorosi germogli dell'asparago di bosco, l'Aruncus dioicus, per la gioia dell'amante delle erbe selvatiche, delle erbe commestibili e saporite. I primi ritrovamenti aprono il cuore di questo raccoglitore che però con si accontenta e che, sulle ripide sponde del Vermigliana, rovistando a lungo tra i polloni in fiore del salicone, riesce a scovare, ma solo se l'andamento meteorologico è favorevole, anche numerose spugnole dei pioppi (Ptychoverpa bhoemica), i primi funghetti della stagione. Più avanti, a primavera ormai inoltrata, saranno invece i cespugli della rosa canina ad attrarre l'attenzione del nostro ricercatore ma anche di ogni altro passante. Li vedranno distendere baldanzosamente le loro fronde spinose sul torrente quasi volessero vanitosamente specchiare i loro stupendi fiori rosati nelle sue limpide acque.

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Estate




Quando, verso la metà di luglio, nei pressi del torrente i prati e i boschi sono sfioriti da tempo e l'ambiente ha ormai assunto una monotona tonalità verde smeraldo, ecco, quasi all'improvviso, comparire estese chiazze intensamente colorate... Sono le piante dell'epilobio, i fiori di Sant'Anna, che cresciuti alti e vigorosi tra la sabbia e le pietre degli argini del nostro corso d'acqua, è ora in grado di dischiudere le sue vistose infiorescenze color fucsia all'intensa attività delle api e di altri numerosi insetti.
E' una pianta frugale quella dell'epilobio, una pianta colonizzatrice dei terreni minerali ma è pure una pianta igrofila che quindi ben si adatta a svilupparsi sulle ripe dei torrenti, allo stesso tempo ghiaiose e umide. A metà estate sono rimasti solo i suoi fiori a ravvivare con ampie macchie di colore la verdastra uniformità delle rive del Vermigliana. Sì, perché il paesaggio che si incontra durante i mesi estivi, lungo il corso del torrente, ha ben poco altro di variopinto ed attraente. Il sole è sempre alto e solo all'alba e al tramonto riesce a suscitare qualche scintillante gioco di luce lambendo con i suoi raggi la superficie delle acque più calme e gli schizzi tra i massi affioranti delle rapide. Inoltre la portata durante i mesi estivi solitamente non varia molto, è quasi sempre costante ed è generalmente abbondante alimentata com'è dal disfacimento dei ghiacciai che di anno in anno si fa sempre più intenso. Un “regalo” del riscaldamento globale... così come la scarsa limpidezza delle acque che dagli alti pendii non più coperti dal ghiaccio, dalle morene denudate, trascinano a valle limo e sabbia in grande quantità.
Durante le afose giornate estive resta comunque gradevole passeggiare lungo le sponde del torrente accarezzati dalla fresca e umida brezza che sale dalle acque tumultuose. E' bello soffermarsi, di tanto in tanto, ad osservare il precipitare delle acque dalle briglie che tagliano il torrente come è piacevole sostare per ammirare le strategiche manovre e le movenze del pescatore sportivo intento alla cattura di qualche trota nelle acque di un torrente fattosi meno impetuoso e più limpido... Sì, perchè  la fine dell'estate è ormai prossima...

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Autunno




Alla fine di settembre e all'inizio d'ottobre il sole rischiara ancora la stradina che costeggiano il torrente e pure il bosco che la circonda... Quel bosco che si sta lentamente cambiando d'abito, che sta indossando il vestito autunnale fatto di calde tonalità, di colori forti e decisi. Al verde dell'estate predilige il rosso, l'arancione e il giallo... Il sole ormai basso accarezza i suoi alberi, da mane a sera, proiettandone le ombre sul torrente. E sono ombre lunghe, oscure, che si distendono sui tratti più ripidi e tumultuosi del corso d'acqua, cancellando i mille bagliori dei suoi spruzzi scintillanti ma sono pure sagome cupe che calano sulle ampie e pianeggianti distese d'acqua appena ondulata a monte delle briglie.
Più avanti, con l'avanzare della stagione, il sole inizia a nascondersi dietro i monti e più non rischiara il torrente e la stradina che lo accompagna. I suoi raggi raggiungono solamente il versante a mezzogiorno illuminandone i ripidi pendii boscosi.... E quel ripido bosco che si specchia nel torrente... Le acque, perennemente in ombra, si ravvivano e mille chiarori dorati si diffondono sulla loro superficie. I colori ramati dei larici, delle roverelle, delle erbe rinsecchite vibrano sull'acqua increspata... Mille screziature dorate, mille grafismi magici si compongono, si decompongono e si ricompongono in un gioco senza fine. Visione dinamica impossibile da fissare in statiche immagini fotografiche.
Ma non sempre c'è il sole... non sempre le magre acque del Vermigliana scorrono limpide e tranquille seguendo pacificamente il corso del loro letto sassoso.
Le condizioni meteorologiche autunnali sono mutevoli e lo stanno diventando sempre più... A volte piove pure. Ben si sa che non sempre c'è il sole e che a volte piove... Ma oggi la pioggia quando cade non cade più come in passato. Oggi, sempre più frequentemente, piove a dirotto... e così in tempi brevissimi i torrenti di montagna si gonfiano a dismisura facendo preoccupare non poco le popolazioni che abitano lungo i loro argini. E così è anche per il nostro torrente che può cambiare rapidamente e radicalmente il suo idilliaco aspetto mostrando un volto nuovo, un volto decisamente più minaccioso. Non è una novità, così è sempre stato... gli eventi alluvionali non sono mai mancati ma oggi la situazione sta peggiorando. C'è molta più energia nell'atmosfera, energia che si scarica sulla terra producendo fortunali con piogge e venti finora sconosciuti. C'è più calore e i ghiacciai si ritirano, scompaiono, il permafrost si squaglia e i vasti territori d'alta montagna diventano instabili, fragili... La causa? Secondo la quasi totalità degli studiosi è l'effetto dei gas serra che sconsideratamente continuiamo ad immettere in spropositate quantità nel nostro bel cielo... E lo facciamo tutti, più o meno tutti noi...

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…...Chi era costui ?








     Un irredentista poco conosciuto. 

              Il suo nome è Mario Polisseni






Confesso la mia ignoranza... Quando la scorsa estate mi capitò tra le mani il libro, fresco di stampa, “Scandiano e la grande guerra” di Marco Montipò in cui si ricorda Mario Polisseni, giovane irredentista e volontario solandro, rimasi alquanto sorpreso, stupito. Ma chi era costui? Poi, pensandoci bene, mi rammentai di una conversazione tra un mio parente ed un amministratore comunale di Ossana, alla quale, casualmente, ebbi modo di assistere molti anni fa. I due parlarono della possibilità o meglio, se ben ricordo, dell'opportunità di rievocare la figura di un irredentista, (evidentemente Mario Polisseni), deceduto nelle file dell'esercito italiano, ponendo una semplice targa su quella che fu la sua casa natale, nella frazione di Cusiano (che, va ricordato, fu pure il paese d'origine di Ergisto Bezzi, personaggio di primo piano del Risorgimento italiano, garibaldino, volontario nell'impresa dei Mille). Poi più nulla. Di Mario Polisseni non sentii più parlare...
Oggi, a più di cento anni dalla scomparsa, la figura di questo sfortunato giovane viene “riesumata” ma (e mi viene da aggiungere un purtroppo) non da uno studioso di storia locale, solandro o trentino che sia, ma da un appassionato cultore della storia di Scandiano e dintorni in quel di Reggio Emilia: Marco Montipò. Nel suo libro racconta come, ai primi del novecento, sia stato il “destino” a condurre Domenico, padre di Mario, nella sua terra, a Scandiano, dove, superate le iniziali difficoltà, riuscì a stabilirsi definitivamente facendosi raggiungere dai figli Battista, Aurelio e Bortolo. Ma più che il “destino” fu la povertà, il bisogno, a spingere i maschi di quella, come di molte altre famiglie della valle, a cercare fortuna in pianura trasformandoli da contadini e piccoli allevatori a paroloti stagionali ed itineranti (ramai – calderai ambulanti invernali).

Alcuni di loro, e tra questi i Polisseni, si integrarono talmente bene nel nuovo ambiente da diventare, in poco tempo, immigrati stanziali. E fu così, che il giovane Mario, allo scoppio della guerra, trovò il modo lasciare la Val di Sole per trasferirsi a Scandiano accanto al padre e ai fratelli.
Alcuni mesi dopo l'entrata in guerra dell'Italia Mario, secondo quanto racconta il nostro autore, si presentò volontariamente al Comando militare per arruolarsi dando così concretezza al suo ideale di irredentista. A novembre, ad addestramento concluso, Mario fu inviato al fronte. La Strafeexpedition (spedizione punitiva) della tarda primavera del 1916 lo trovò a Cogni Zugna e a Passo Buole impegnato nei feroci combattimenti che bloccarono gli austriaci impedendo loro di sfondare il fronte e di dilagare in Pianura Padana.








Purtroppo però il sogno di Mario e la conseguente avventura irredentista terminò qui. Sul campo di battaglia fu colpito, non da una pallottola nemica o da una scheggia di granata ma da una grave malattia che lo condusse alla morte. A nulla valsero le cure e il lungo ricovero nell'Infermeria militare. Mario Polisseni venne sepolto nel cimitero militare di Ala accanto ai numerosi caduti negli aspri scontri di Passo Buole.
Questo in sintesi di quanto scrive il Montipò che, va detto, alla fine del corposo capitolo dedicato all'irredentista solandro, elenca pure le numerose targhe commemorative che riportano il suo nome. Si trovano in diverse località: più d'una si trova a Scandiano, altre a Reggio Emilia e nel suo Trentino, a Rovereto e a Trento...







A parer mio va soprattutto ricordata la lapide murata sul monumento ai caduti di Ossana. Su quella lapide il nome del giovane irredentista Mario Polisseni è accomunato, in ordine alfabetico, al nome di tutti quei suoi compaesani che arruolati, volenti o nolenti, nell'esercito austroungarico, persero la vita, nelle lontane terre della Galizia, combattendo sul fronte opposto o che perirono di malattia, di stenti o di prigionia.
Storie, molto diverse tra di loro ma che uniscono in un unico tragico finale i figli di un pacifico e in buona parte inconsapevole popolo di montagna. Vicende legate ad una guerra sanguinosissima, che pochi anni più tardi non mancò, come spesso accade, di innescarne una seconda... altrettanto cruenta.




Le pagine del libro “Scandiano e la grande guerra” che parlano di Mario Polisseni sono in “GoogleFoto

(Per gentile concessione dell'Autore)


Una stradina poco frequentata, tra il fondovalle di Ossana e i pendii di Strombiano




Metà ottobre. Mattinata fresca ma limpida e serena, mattinata che non è il caso di sprecare rimanendo chiusi tra le 4 mura di casa. Decido di occuparla con una camminata, una lunga passeggiata, 4 passi su di una stradina che ben conosco ma che da parecchio tempo non ho più avuto l'opportunità di calpestare. E' una stradina, una mulattiera che si imbocca lasciando alle spalle le strade asfaltate, in particolare e per ultima la strada provinciale della Val di Pejo, proprio dove questa ha inizio, dove si distacca dalla Statale del Tonale, nei pressi di un ponte sul fiume Noce alla periferia del paese di Fucine. Questa stradina, dalle origini incerte che si perdono nel tempo, collega il fondovalle con il piccolo, soleggiato abitato di Strombiano sul versante sinistro della “Valeta”. Il suo primo tratto percorre la zona di “Corina”, toponimo locale con cui viene indicato pure la piccola edicola votiva (Capitel de Corina) dedicato alla Madonna che fa bella mostra di sè proprio all'inizio dell'itinerario... Uno dei molti segni del sacro chi costellano la valle intera.


...Itinerario poco frequentato... ed è un vero peccato perché si tratta di un percorso su di un viottolo che, nonostante non si sviluppi in una zona paesaggisticamente particolarmente attraente, offre comunque (oltre alla vista di qualche, seppur raro, meritevole scorcio panoramico) la possibilità di attraversare delle macchie selvose botanicamente interessanti. Macchie che sono il risultato di lontane attività di rimboschimento (formazioni di pino nero) ma che sono soprattutto la naturale evoluzione floristica dei terreni abbandonati dall'agricoltura, dei piccoli e piccolissimi appezzamenti di terreno rubati alla montagna terrazzando anche i pendii più ripidi per seminarvi, fino a non moltissimi anni fa, cereali e patate. Nell'intrico degli alberi e dei dei cespugli che hanno riconquistato i campi e i prati dismessi si intravedono ancora i resti dei muri a secco che sostenevano i fazzoletti di terra coltivata da cui dipendeva il sostentamento della popolazione locale.
Ma lungo questo percorso si incontra anche un altro segno del trascorrere del tempo, un importante testimonianza della storia locale, una testimonianza che si perde nei secoli. E' una torre di guardia, o meglio i ruderi di una antica torre di guardia probabilmente risalente al duecento o al trecento. I possenti resti della struttura, localmente chiamata la “Casàcia”, emergono scuri e ben visibili a monte del nostro sentiero, emergono dalla folta vegetazione di latifoglie che ottobre ha colorato con le sue calde tonalità autunnali.


Ed è proprio in questo tratto del percorso, quando la mulattiera inizia a salire con una più accentuata ma sempre contenuta pendenza, che la vista si apre su di una splendida tavolozza autunnale, si dischiude sulle fiammate giallo oro, arancioni e rossastre della vegetazione ottobrina. Uno spettacolo! Un'esplosione di colori, un incantesimo che si accende nell'aria frizzane e nel silenzio di questo versante così poco trafficato non solo ora ma anche durante l'estate, durante la stagione turistica estiva. E a questo proposito va detto che il periodo più adatto per percorrere questa zona non è certamente quello estivo quando il sole, in questa zona, picchia forte durante l'intera giornata, ma è il periodo primaverile e quello autunnale che sono più freschi e paesaggisticamente molto più coinvolgenti.


Proseguendo la salita si rinvengono, di tanto in tanto, delle panchine, pochissime in verità... si incontra pure una fontana ricavata da un grosso tronco e.... inaspettata una biforcazione del sentiero dal quale si diparte una ripidissima pista che scende, attraversando la strada provinciale della Val di Pejo, fino al Forno di Novale. Una interessante alternativa per il ritorno che può consentire di raggiungere l'abitato di Fucine per altre vie, vie diverse e pure interessanti.
Più in alto, ormai prossimi al paesino di Strombiano, il panorama si apre sulle cime che chiudono la “Valeta”: Cima Vioz e Cima Taviela. Monti bellissimi ma quasi totalmente primi di neve, rocce nude, rossastre, prive di quei ghiacciai e nevai che un tempo le rivestivano anche a fine estate. Sono i ghiacciai e i nevai della mia giovinezza, scomparsi per sempre a causa di un mutamento climatico sempre più evidente, un cambiamento che non lascia alcun margine di dubbio. Ghiacciai e nevai destinati a vivere solo nel mio ricordo... a causa di politiche ambientali fallimentari... a causa dell'umana insipienza...


Ora ai bordi dell'ultimo tratto della stradina si aprono dei prati ben rasati. Sono prati che occupano i pendii non ripidissimi più prossimi all'abitato. Evidentemente qui esistono ancora dei contadini ancora attivi nonostante il radicale mutamento dell'economia locale... sono contadini che si ostinano a sfruttare almeno i terreni meno erti per ricavarvi il foraggio necessario all'allevamento del bestiame...
Sul versante opposto anche il paese di Comasine con, poco più in alto la sua isolata chiesetta di Santa Lucia e ancora più su l'antica zona mineraria da tempo abbandonata, appaiono attorniati dagli appezzamenti di prati falciabili. A conferma che in Val di Pejo, qualche cosa dell'antica attività agricola, seppure rivisitata e modernizzata, riesce ancora a sopravvivere...
Ma ormai siamo arrivati... e il viottolo sta per innestarsi su di una delle strade asfaltate del paese. Ai suoi lati sorgono i primi masi e le prime case abitate di Strombiano. Qui ha termine la salita che dal fondovalle mi ha condotto più in alto, alla periferia di questa frazioni del comune di Pejo. Frazione che, se si ha tempo, conviene visitare scoprendo le rustiche particolarità architettoniche dei suoi edifici ma soprattutto i suoi preziosi gioielli: la cappella settecentesca dedicata a Sant'Antonio da Padova e, se aperta al pubblico, la Casa Grazioli (o casa “de la Bega”), una antica casa contadina che conserva in ogni suo ambiente le testimonianze del modo di vivere di tempi ormai molto lontani... tempi dimenticati...



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