Il giro delle malghe sui monti di Ortisé e Menas

Cronaca di una giornata sugli alti versanti della Val di Sole



Interessante e panoramica escursione sui monti di Ortisé e di Menas alla scoperta delle antiche malghe e della loro attuale destinazione. Un lungo percorso ad anello tra prati, boschi e pascoli che si apre e si chiude alle porte del minuscolo paese di Menas.
Menas è un piccolo villaggio a 1517 m di altitudine abitato durante tutto l'anno da qualche coraggioso montanaro. Lo attraverso, in compagnia dell'amico di sempre, percorrendo la sua unica via, la strada che separa gli edifici, le poche abitazioni e i rustici masi che lo compongono. Strada che prosegue poi per la campagna, facendosi sempre più stretta, tagliando i prati e inoltrandosi a lungo nel bosco di conifere che copre i ripidi pendii della valle. Questa la parte iniziale del nostro giro, una comminata nel bosco su questa strada che si rivela comoda, quasi piana ma lunga. Un tracciato che supera due ampi valloni prima di biforcarsi permettendo di scegliere come proseguire: di discendere verso i Masi di Sopra dove oggi si vedono pascolare mucche e cavalli per poi eventualmente calare verso i Farini, Moresana, e giù, giù, verso il paese di Roncio, fin sul fondovalle, fino a Mezzana.... oppure, ed è quello che noi facciamo, salire verso la prima meta del nostro itinerario: la Malga del Monte bassa.
Iniziamo la salita per la ripida stradina e subito ci scontriamo con un branco di capre che, non accompagnato, scende verso valle. Buon segno. Vuol dire che quassù c'è  ancora vita, che la montagna non è stata ancora del tutto abbandonata. Proseguiamo nel bosco che ora si fa meno fitto.  E' un bosco di soli larici, che, molto radi, ombreggiano quello che si può considerare un pascolo alberato. Poco oltre, dove il versante spiana, appare il vero pascolo, un'ampia distesa di prati che circondano la malga. Prati verdi, brucarti da belle bovine di razze diverse... Prati verdi, erba verde ma che qua e là denota una crescita stentata: è l'effetto di un inverno gelido e a lungo privo di neve e di una primavera troppo asciutta, stagioni anomale, probabile conseguenza del cambiamento climatico in corso su scala mondiale. Comunque la Malga del Monte bassa (m 1699) è monticata e le mucche ma anche le galline, le oche, i gatti e i cani non mancano quassù e naturalmente non manca la famiglia  chi gestisce il tutto...
Riprendiamo la salita dirigendoci verso la Malga Del Monte alta (m 2106). La strada è ripida e inaspettatamente lunga... Fa caldo, un caldo afoso e la stanchezza inizia a farsi sentire. Le pause, sempre più frequenti ci permettono di ammirare il panorama che salendo si apre sempre di più. Il lungo solco vallivo e di fronte le montagne che, sul versante destro, lo sovrastano, cime del gruppi Presanella e Brenta... Così, osservando i monti, ricordiamo le  imprese del tempo che fu e scrutando le stazioni turistichein quota di Folgarida ma soprattutto di Marilleva, rammentiamo le ormai lontane e tribolate vicende che portarono alla loro discussa e contestata realizzazione. Ma eccoci, siamo arrivati alla malga... Malga dismessa, abbandonata e in cattive condizioni. Il tetto è stato rifatto, la copertura è in lamiera zincata per proteggere i cadenti edifici. La zona è bellissima, c'è molta erba, tanto foraggio, una risorsa un tempo sfruttata fino all'osso, una risorsa che oggi viena totalmente sprecata...
Ma oggi, si sa, l'economia gira in ben altro modo, gira sull'altro versante della valle, dove gli insediamenti turistici, gli impianti a fune e le piste da sci ricamano sempre più numerosi le instabili pendici boscose. Ora ci attende Malga Bronzolo (m 2084). E' ben visibile al di là di un ampia incisione e in linea d'aria non è molto distante ma per raggiungerla ci attende ancora una lungo cammino... Inizialmente si discende all'ombra degli antichi larici e tra le macchie di rododendri, poi, raggiunto il rivo che ha scavato il vallone, si risale lungo il versante opposto fino a sbucare sul pascolo della malga. E' questa una malga che già conosco, vi passai accanto due anni fa durante l'escursione al Lago di Ortisé. Ma ho anche ricordi che risalgono a tempi più lontani, quando molto più giovane, mi fermai nei pressi di questa malga per riposare e dissetarmi prima di raggiungere per il Passo Valletta gli stupendi laghi sottostanti sul versante della Val di Rabbi.
Rammento una malga cadente ben diversa da quella odierna che è stata ristrutturata e appare in buone condizioni. Ciò nonostante questo alpeggio non sembra sia più utilizzato dalle bovine locali... Le vaste praterie che circondano gli edifici e che li sovrastano sono di solito pascolate da pecore, probabilmente proveniente dalla pianura, che quassù vengono condotte durante l'estate. Ma è giunta l'ora di discendere a valle e ci avviamo verso Malga Stabli (m 1814) seguendo la strada bianca ed evitando le troppo ripide scorciatoie. Il percorso è bello, a tratti molto panoramico ed è comodo ma la stanchezza si fa comunque sentire... certo, non siamo più dei giovincelli e gli anni iniziano a pesare... In breve raggiungiamo comunque il piccolo edificio della malga che però, già lo sapevamo, malga non è, perché, ristrutturato, sostanzialmente ricostruito, ora è un accogliente bar-ristorante.
Questi posti, questi pendii sopra il paese di Ortisé sono davvero belli e attirano molte persone soprattutto in estate ma anche durante le altre stagioni, anche in inverno... E fin quassù, si può arrivare anche in automobile per eventualmente proseguire verso Malga Bronzolo (da dove noi siamo scesi) ma anche verso Malga Pozze, Malga del Monte, il Lago di Celentino la Malga Campo e pure oltre... godendo di spettacolari panorami...
Ultima tappa, ultima discesa, a piedi, non in automobile... Percorriamo a ritroso un tratto dell' “Alta Via degli Alpeggi” (che da Ortisé arriva fino a Celentino), via che qui segue la strada ma spesso devia per ripide scorciatoie che tagliano i tornanti. La discesa è finalmente terminata ed entriamo nel centro storico di Ortisé (m 1477). Ortisé è' un paese minuscolo ma molto noto per aver dato i natali al famoso micologo Giacomo Bresadola...
...e noi, di certo, non possiamo esimerci dal sostarvi brevemente per consultare la bacheca che ricorda questo ricercatore (la tavola fa parte, quale prima tappa, del “Percorso Bresadolano” che si snoda lungo l'intera valle e a cui magari vedrò di dedicare un mio futuro post) e per ammirarne il busto bronzeo posto all'esterno della chiesetta del paese. Poi raggiungiamo l'auto che ci attente lì vicino, poco prima del paese di Menas, chiudendo così il nostro lungo percorso ad anello.
Che dire... E' stata una giornata ben spesa che ci ha permesso di scoprire territori mai percorsi prima e di riscoprirne altri, in passato già visitati ma che nel frattempo hanno cambiato aspetto. Una escursione, un giro ad anello, che ci ha permesso di godere di un'ampia vista sulla valle, di osservarla, di considerarne le trasformazioni ambientali alla luce dei nostri ormai lontani ricordi... di discutere, di criticare, approvare e disapprovare... insomma di sentirci ancora interessati, e partecipi alla vita della Val di Sole...

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La piccola cascata del "Piz del Pai" a Celentino












La curiosità mi ha condotto ai piedi della cascatella del Piz del Pai a monte di Celentino. Curiosità suscitata da quanto avevo letto da qualche parte sulla recente realizzazione di un sentiero che porta ai suoi piedi, sentiero percorribile da tutti anche dai più piccoli, così stava scritto. Come ho potuto constatare, il sentiero è veramente praticabile da tutti seppure con una buona dose di attenzione. E' comunque un sentiero molto breve essendo l'ultimo tratto di un bel percorso preesistente che termina nei dintorni della cascata. Solo questo prolungamento, questo nuovo, corto sentierino, tracciato nel bosco sul versante della Val di Pejo tra Celentino e Celedizzo, rende possibile l'accesso al sito del Piz del Pai superando il ripido e franoso fianco dello stretto vallone della cascatella inciso dalle acque che rotolano verso il fondovalle.


Ma come si raggiunge la cascata una volta arrivati a Celentino? Non esistono indicazioni di sorta e lo si può anche comprendere visto che il percorso è stato appena realizzato. Sono certo che a breve qualcuno provvederà ad ovviare a questa mancanza. Per il momento è indispensabile chiedere in paese. Gli abitanti hanno fama di grande disponibilità e gentilezza e forniranno sicuramente a chiunque tutte le indicazioni del caso. Comunque il viottolo per la cascata (30- 45 minuti) si imbocca poco a monte del paese dove la strada asfaltata per malga Campo diviene strada bianca e di lato si apre un piccolo slargo sul quale si può parcheggiare l'automobile.





Lasciata l'auto si sale inizialmente tra i prati, gli ultimi prati coltivati della zona, su di una stradina alquanto ripida ma più avanti, dove il bosco ha riconquistato quelli che un tempo erano campi terrazzati, il tracciato si fa meno erto e così si può proseguire agevolmente inoltrandosi in selve sempre più fitte, fino ad immettersi sul sentiero appena realizzato.




E' complessivamente un bel percorso, comodo e panoramico, con ampia vista sulle cime della valle, dalle più prossime del gruppo del Cevedale a quelle un poco più distanti del gruppo della Presanella. Verso il basso, sull'altro versante della valle, sulle basse pendici del monte Boai, si dispiega, ben visibile, il piccolo villaggio di Comasine (dove si trova la casa avita di Giacomo Mateotti) sovrastato dalla chiesetta dei minatori, la pittoresca chiesetta di S. Lucia.


Percorrendo la stradina, in particolare lungo il tratto iniziale che attraversa i prati ma non solo, anche più oltre lungo il margine del bosco, si può contemplare una stupefacente fioritura esplosa in questi giorni tra le alte erbe mature, prossime ad essere falciate per trasformarle al sole di giugno, in profumatissimo fieno. Sono fiori comuni, bellissimi nella loro semplicità, sono fiori che ti accompagnano lungo tutto il percorso sul viottolo, rischiarato dalla luce radente del mattino, fino ad incontrare lo stretto, nuovo sentiero che si inoltra nel folto del bosco e nelle ombre scure del vallone della cascata.






Solo pochi minuti per percorrere lentamente e con prudenza l'ultimo tratto sul nuovo sentierino e ci si trova, quasi improvvisamente immersi in una nuvola di minuscole goccioline d'acqua diffuse ovunque dalla leggera brezza mattutina che spira nel dirupo del Piz del Pai.

La cascata... Non si può dire che sia un grande salto e anche la quantità d'acqua che cade è ben poca cosa ma ciò nonostante il luogo ha un suo fascino, un fascino che per certi versi può anche inquietare. Sarà per la ristrettezza dell'ambiente, sarà per l'asprezza della sottostante stretta e ripida incisione che sembra precipitare verso il fondovalle, sarà per le verticali pareti rocciose che ti sovrastano, sarà per l'effetto nebulizzante dell'acqua che ti inzuppa senza scampo ma è indubbio che qui, ai piedi della borbottante cascata del Piz del Pai ti senti improvvisamente ridimensionato, piccolo, perso e indifeso davanti ad un ambiente naturale così selvaggio, ad uno scenario minuscolo ma allo stesso tempo potente e coinvolgente.

Una vera sorpresa, questa cascatella, un incantevole piccolo scrigno di natura integra che non puoi non osservare con umiltà, che piacevolmente ti emoziona ma che inaspettatamente ti invita anche a riflettere...
Salendo quassù hai attraversato distese di campi, di prati e boschi coltivati, ambienti naturali dolcemente addomesticati nel corso dei millenni per garantire la “tua” sopravvivenza, la tua esistenza di uomo moderno. Poi hai raggiunto la cascata, hai sostato ai suoi piedi scoprendo un cantuccio incontaminato nascosto e selvaggio, un sito piccolo ma inespugnabile che evoca la forza della natura, la sua indomabile forza e al contempo la realtà della “tua” piccolezza, la realtà della debolezza dell'uomo che sei, dell'uomo che hai sempre pensato regnante... ma che ora, qui, regnante certamente non è...














E allora rifletti, rifletti su chi domina realmente sulla terra... e comprendi l'importanza d'agire con cautela, di non scontrarti con la natura ma di operare in accordo con la natura... di rispettare la natura, di non violentarla ma di assecondala, di accostarla con tenerezza, di plasmarla con lentezza e delicatezza... perché la natura sopporta e ancora sopporta, è paziente ma se infastidita oltre misura si potrebbe anche rivoltare contro chi si permette di tormentarla troppo a lungo ritenendosi sempre vincente... quasi fosse onnipotente...





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A Pian Palù: il giro del lago artificiale

...giro “alto”, in quota, che tocca le malghe Giumela, Paludei, Pian Palù e Celentino.

Percorso ad anello che partendo dal Fontanino di Pejo (m 1660 slm) sale a malga Giumela (m 1950), prosegue in quota, tagliando il versante sinistro del lago, fino a Malga Paludei (m 2130), quindi cala ripido a Malga Palù (m 1830) e, costeggiando il lago per la sua intera lunghezza in sponda destra, raggiunge Malga Celentino (m 1830 ) per discendere infine al punto di partenza.


Bella, lunga e facile scarpinata adatta anche ai giovanissimi camminatori, che io replico da sempre almeno una volta l'anno, soprattutto in autunno quando il bramito del cervo in amore mi accompagna per gran parte del percorso. Quest'anno ho pensato però di anticipare questa scarpinata a fine maggio interessato com'ero ad osservate gli effetti di un inverno anomalo, gelido e carente di neve su questo territorio montano racchiuso in buona parte dentro i confini del Parco dello Stelvio. Contemporaneamente mi interessava anche controllare se il sentiero che da Malga Paludei sale alla testata della Val del Monte (verso il Passo della Sforzellina e in Val Umbrina) era ancora interrotto dopo alcuni anni dall'episodio alluvionale che aveva asportato il ponte sul tumultuoso rio che scende dai ghiacciai Piana e Villacorna. Questo in previsione di una mia eventuale futura escursione in quella zona.
Posteggiata l'auto al Fontanino di Pejo imbocco, in corrispondenza del chiosco termale, la strada sterrata che sale alla diga di Pian Palù. Sono in compagnia dell'amico di sempre e con lui raggiungo in breve i prati dei Masi della Palù, a metà strada tra il Fontanino e il lago artificiale. A questo punto, viste le numerosissime orme di cervo che costellano il piano stradale, si decide di lasciare il comodo percorso usuale e di proseguire per una scorciatoia nota a pochi che conduce a Pian Vegaia salendo ripidissima nel bosco. Un sentiero questo non “segnato” che sconsiglio di imboccare se non si conosce bene la zona ma che, con un po' di fortuna permette a chi lo segue di sorprendere qualche cervo o qualche capriolo al pascolo. La fortuna questa volta non è però dalla nostra parte... salendo rinveniamo solamente il corpo, in parte già divorato da volpi e uccelli rapaci, di una cerva morta da poco, forse a causa di una caduta o forse per le complicanze del parto.
Raggiunto faticosamente il Pra di Palù nelle vicinanze di Pian Vegaia, alla base della Val dei Orsi, dove in autunno i maschi di cervo in amore radunano le femmine per formare il loro harem, proseguiamo subito, un po' delusi per i mancati avvistamenti, verso Malga Giumela sulla strada militare proveniente dalle fortificazioni austroungariche di Frattasecca. Abbiamo complicato e allungato senza risultati il nostro percorso ma il panorama sui monti della Val dei Orsi compensa almeno in parte la fatica.
Naturalmente saremmo potuti salire a Malga Giumela (in circa45 minuti dal Fontanino) proseguendo per la strada sterrata che io e il mio amico abbiamo lasciato, in cerca di avventure, all'altezza dei Masi della Palù. La comoda strada “per tutti” raggiunge dapprima il lago (20 minuti) e quindi sale per i pascoli fino alla malga. E' un percorso semplice, panoramico e lineare, senza inutili complicazioni...
Da Malga Giumela proseguiamo per la stradina, allargata di recente, che conduce a Malga Paludei (un'ora circa) decisi a non abbandonare mai più la “retta via”. La strada taglia il versante sinistro della valle attraversando una fitta selva di larici e abeti rossi che nasconde alla vista il lago sottostante. Più avanti il bosco si fa più rado, trasformandosi a tratti in pascolo alberato, dove gli imponenti e aggrovigliati larici secolari hanno il sopravvento sugli individui più giovani dalla folta chioma appena rinnovata, una chioma di un verde fresco, primaverile... brillante e vivace.
Qua e là, tra le erbe secche, ancora autunnali, emergono, ben protette ai piedi dei larici, le fitte macchie di rododendri con le loro piccole foglie coriacee, scure e lucide. Ma nelle piccole radure e negli spazi aperti tra un albero e l'altro il fogliame di queste rustiche piante alpine è bruno, accartocciato, sofferente, morto. Solo le foglie alla base dei cespugli mantengono la loro integrità, la caratteristica verde lucentezza e sembrano non aver sofferto. Strana situazione... Forse il gelo invernale ha “bruciato” la parte alta della chioma dei rododendri, quella che emergeva dalla neve... Forse i bei rododendri del Parco sono stati danneggiati dall'anomalia climatica dello scorso inverno, un'anomalia che ci ha regalato un freddo intenso ma pochissima neve caduta inoltre molto in ritardo rispetto a quanto normalmente succede.
Ma eccoci alla Malga Paludei, malga da poco consolidata e ristrutturata e dove sembra si stiano riprendendo anche i lavori di sistemazione del bivacco che occupa la parte anteriore del lo stallone. La zona di Malga Paludei è sempre stata ricchissima di acque, ora però le acque non sono abbondanti come in passato. Conseguenza, pure questa, dell'andamento climatico dello scorso inverno e di un inizio di primavera particolarmente secco. La cotica erbosa sembra aver sofferto per questa lunga siccità e pure per il gelo intenso non essendo stata adeguatamente protetta da un sufficiente strato isolante di neve. L' erba è poca e molto stentata...
Anche il laghetto appena a monte della malga è in sofferenza. Il livello è basso come non mai e non si nota alcun apporto d'acqua lungo le sponde. I rigagnoli che normalmente vi confluiscono scendendo dal versante soprastante sono completamente secchi. Che fine faranno le rane che abitano questo laghetto, le loro uova, i girini... e tutta la preziosa minuscola fauna che lo popola se non pioverà, se non pioverà intensamente e a lungo?
Lasciamo il piccolo lago alle nostre spalle per seguire il sentiero che porta alla testata della Val del Monte verso le sorgenti del fiume Noce. E' questa, a valle del Passo Sforzellina, una zona bellissima, selvaggia, poco frequentata, tutta da scoprire... il torrente vi si distende serpeggiando ai piedi della cascata e del limpidissimo lago di Vallumbrina; i camosci e le marmotte la popolano indisturbati... Stupenda zona che merita una mia ulteriore visita, ma solo più avanti, quando sarò allenato alle fatiche delle lunghe scarpinate in montagna. Ma sarà possibile oltrepassare il vorticoso rio che scende dalla Val Piana colmo d'acqua proveniente dai ghiacciai sovrastanti? Sarà possibile? Qualche anno fa il ponte che lo attraversava fu distrutto da un evento alluvionale e da allora è stato impossibile procedere oltre il torrente.
Venti, trenta minuti di cammino e siamo sul posto. Sul torrente è stata finalmente realizzata una rudimentale passerella. Tre sottili tronchi, tagliati e squadrati sul posto, accostati e gettati da una sponda all'altra del rio. Un ponticello (se così lo possiamo chiamare) pericoloso e precario, probabilmente impossibile da percorrere con il torrente in piena come lo è in estate per il rapido squagliarsi dei ghiacciai. Ci auguriamo che non sia questa la soluzione definitiva ma solo un primo intervento, un passaggio indispensabile per la realizzazione di una passerella più agevole, sicura per tutti anche per i vecchietti come noi. Del resto se è vero che l'Ente Parco e stato in grado di sovvenzionare (almeno in parte, come a suo tempo ho letto su qualche quotidiano) un grande ponte tibetano in Val di Rabbi (un ponte non oso dire da luna park ma comunque un'opera finalizzato al richiamo turistico di massa per la sua scontata attrattiva emozionale sul grande pubblico, attrattiva alquanto lontana dalle tradizionali finalità di un Parco) non vedo come lo stesso Ente Parco non sia ora in grado di realizzare, dopo qualche anno di attesa, anche questo ponticello che permetterebbe di esplorare le zone più remote e affascinanti del suo territorio a chi le ama e apprezza veramente. Ma forse le cose non sono semplici come appaiono, forse sono molto più complicate di quanto sembrano a noi profani...
Mi è stato detto che nel frattempo, nell'attesa del nuovo ponte, un gruppo di volontari ha riattivato il vecchi sentiero che porta alla testata della valle partendo più in basso, da Malga Pian Palù e salendo lungo il versante opposto della valle, fuori dai confini del parco... Potrebbe essere un'alternativa, comunque tutta da verificare e sicuramente meno allettante...
Un po' delusi ritorniamo a Malga Paludei fermandoci di tanto in tanto ad ammirare lo stupendo panorama sulla valle che si apre di fronte a noi. Si può osservare eper bene tutta la catena di monti che sovrastano il lago artificiale sulla sua sponda destra e che in gran parte non sono compresi nel Parco dello Stelvio. Monti tagliati da splendide vallette. La Val Pudria che conosce bene anche il mio amico, la Val Comiciolo e la Val Montozzo dove il mio amico non è mai salito e dove spero di trascinarlo prima o poi. E la stupenda cima Redival che si specchia, con gli stambecchi che la popolano, negli stupendi laghi di Strino. Quanti ricordi mi legano a questi monti...
Superato il laghetto, tra un fuggi fuggi di rane, scendiamo alla malga Paludei e poi giù, in basso, calando per l'erto sentiero fino a raggiungere il fondovalle. Una bella, panoramica discesa sul ripido versante tra pascoli, ampie radure e radi boschi di larice, difronte alle aspre pareti micascistose dell'Ercavallo. Infine, raggiunto il fondovalle ci attende un percorso più dolce, un allegro camminare su di un sentiero semipiano accompagnato dal mormorio delle acque del torrente e dal lieve borbottare di alcuni piccoli rivi giunti alla fine del loro tragitto.
Ed ecco il ponte, stabile e robusto sul Noce. Lo attraversiamo osservando il percorso dele acque che poco più a valle si immettono nel lago. Poi in breve arriviamo alla ristrutturata Malga Pian Palù e ci godiamo un più che meritato riposo.
Si riparte percorrendo la strada che costeggia il lago artificiale. Lago semivuoto come mai in altre primavere lo avevo osservato. Dalla terra bruna non più coperta dalle acque riemergono i resti di una malga e ben distinto il tracciato di una vecchia mulattiera. Si rimane veramente colpiti da questa inusuale visione.
L'acqua che si riversa nel lago è poca e il livello del lago stenta ad alzarsi. Le scarse nevicate dello scorso inverno fanno sentire anche qui i loro preoccupanti effetti. Quale potrà essere il futuro di questo bacino artificiale con le previste mutazioni climatiche? Con i ghiacciai che si stanno esaurendo e le precipitazioni sempre più ballerine e imprevedibili?
Ma siamo quasi alla fine del nostro tragitto. In prossimità dello sbarramento risaliamo brevemente il versante e in vista dell'ultima malga, la Malga di Celentino, imbocchiamo il sentiero che discende al Fontanino di Pejo chiudendo la nostra escursione ad anello e festeggiando, si fa per dire, con un piccolo assaggio delle due acque ferruginose, quella del Fontanino di Celentino e quella del Fontanino di Pejo.


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L'escursione è descritta con dovizia di informazioni nel libro "Escursioni - Parco dello Stelvio - Trentino e Alto Adige" di P. Turetti e 
T. Mochen 

Primavera in fiore nel prato di casa mia






Due passi nel giardino che circonda la casa di famiglia in Val di Sole prima che il fratello più giovane ne tosi l'erba percorrendolo rapidamente in lungo e in largo con la rumorosa falciatrice... Un giretto nel prato ai piedi degli alberi da frutta (molti meli, qualche susino, ciliegio, pero, noce, nocciolo, marasco, un solo misero albicocco) ancora sofferenti per il gelo che li ha devastati a fine aprile togliendomi ogni speranza di raccoglierne i frutti...




...una legerissima sgambata mattutina tra gli alberi selvatici (alcuni ciliegi, un sorbo degli uccellatori, qualche frassino, betulla, acero, sambuco, rosa canina... i due giovani pini cembri e i piccoli abeti rossi e bianchi) che colonizzano la zona più fresca e ombrosa del prato... una veloce esplorazione tra i cespugli dei piccoli frutti (ribes, uva spina, mirtillo, fragole, more, lamponi) che crescono qua e là sparsi nel prato e che fortunatamente ben promettono....





Due passi che mi permettono di contemplare piacevolmente per un'ultima volta, poco prima dello sfalcio, i fiori spontanei spuntati quasi all'improvviso e rapidamente cresciuti, appena fuori l'uscio di casa mia, con il sopraggiungere delle belle giornate .






Peccato che tra poco non ci saranno più, recisi e ridotti in fieno dal sole di maggio, trasformati in profumatissima erba secca da utilizzare, in piccola parte, come pacciamatura per i giovani trapianti del mio orto. E' giusto, necessario e comunque inevitabile che sia così anche se un po' dispiace.



Sono moltissimi i fiori variopinti nel verde uniforme dell'erba, sono moltissimi e in una grande varietà di specie, cresciute qua e là nei diversi microambienti che si incontrano nel piccolo giardino: sembrano un inno alla biodiversità di cui tanto si è detto in questi ultimi giorni. Essenze di prato falciabile e fiori di bosco, fiori amanti del sole e fiori amanti dell'ombra, fiori in campo aperto e fiori nascosti tra le fronde dei cespugli e i bassi rami delle giovani conifere...



Sono margherite di prato, margheritine primaverili, campanule, ranuncoli vari tra cui il ranuncolo botton d'oro, viole, trifoglio, erba del cucco, non-ti-scordar-di-me, dente di leone, polmonaria, fragoline di bosco... Questi i fiori più comuni che ben conosco ma ci sono altre specie di cui non conosco il nome, né volgare né latino e che non ho alcuna intenzione di ricercare sfogliando manuali e libri su libri. Anche perché il mio approccio al giardino di casa, il mio girovagare tra le erbe e gli alberi è ben poco curioso dal punto di vista botanico...






La conoscenza è importante ma ciò che più mi attrae è la bellezza di ciò che osservo: composizioni, forme, colori dei fiori tra le luci e le ombre del prato, tra le erbe brulicanti di vita, e il volo delle api e delle farfalle.




Questo è ciò che più mi emoziona passeggiando tra gli alberi e i cespugli del selvatico giardino che circonda la vecchia casa di famiglia in Val di Sole e mi dispiace che tra qualche ora tutti i bei fiori del prato saranno stati recisi dall'inevitabile e necessario passaggio della falciatrice... alcuni ricresceranno per farmi nuovamente compagnia ma a molti altri, per quest'anno, dovrò dare un definitivo addio.

La biodiversità costituisce un segnale: se in un prato che state attraversando ci sono molti fiori, molte api e farfalle sulle loro corolle, se le bisce strisciano tra le erbe e le allodole cantano nel cielo, potete essere certi che quel luogo è salubre, e che, per sovrappiù, contribuisce alla nostra felicità suggerendoci che l’uomo non è ancora solo nel mondo.

Giorgio Celli


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Maggio tra i prati e i boschi della Val di Sole

“Lascia di quanto in quanto i sentieri battuti e inoltrati per i boschi.
Troverai certo qualcosa che non hai mai visto prima.
Probabilmente si tratterà di una piccola cosa, ma non ignorarla.”
Alexander Graham Bell                        


In maggio una breve, semplice passeggiata nei dintorni del paese può rivelare piacevoli sorprese se si osserva ciò che si incontra con interesse e attenzione, con la mente aperta alla considerazione delle “piccole cose” e l'animo predisposto allo stupore per i mutevoli volti della natura.






Lasciata la stradina che costeggia il torrente Vermigliana oltre lo "Spiaz dei Spini” affronto i ripidi prati coltivati che qualche coraggioso contadino ancora si ostina a falciare durante la bella stagione. Sono prati magri che quest'anno si presentano ancora più miseri con l'erba che solo ora inizia a crescere e ad allungarsi con un certo vigore.





La cotica erbosa ha sofferto di un inverno gelido e senza neve e di una primavera, fino a pochi giorni fa, asciutta e calda. Ora le cose stanno cambiando. Anche questa notte è scesa la pioggia a inzuppare la terra secca ma il sole del mattino, che qui picchia forte, ha già in gran parte asciugato il manto verde.






Solo al margine dei prati, lungo il bosco che li racchiude e li ombreggia, la terra è ancora bagnata e fiori e fili d'erba risplendono ai raggi del sole che penetrano a fatica tra le fronde dei noccioli e dei pioppi tremuli.






Mentre, tra prato e bosco, le minuscole viole sembrano ancora nascondersi negli angoli più oscuri le gialle ombrelle dei fiori della “Primula officinalis” si elevano invece dalle zolle ancora brulle, decise e farsi ammirare nel loro umido scintillio.





Più umili i gialli, ranuncolacei “botton d'oro” iniziano solo ora ad emergere timidamente dal mare verde delle basse erbe del prato. Sono in gran parte immaturi, molti sono ancora boccioli verdastri in lenta crescita che toccati dal sole hanno perso anche il loro umido ornamento, dono inconsistente dell'acquazzone notturno.






La pioggia caduta nel buio della notte ha risvegliato le chiocciole che ora, nella luce del giorno, lentamente si trascinano alla ricerca di un nuovo, scuro rifugio prima che il sole dissecchi completamente il terreno.





Raggiungo la mulattiera che taglia orizzontalmente i prati e si dirige verso il bosco; bosco di abete rosso e larice con cespugli di nocciolo ai loro piedi. La percorro penetrando nel fitto della selva mentre il sole va e viene, coperto a tratti dalle nubi della notte che ancora non si sono completamente dissolte.







Ora la stradina è più larga e inizia a salire nell'ombra scura delle conifere gigantesche. Poi più avanti il percorso si fa ancora più erto, solo qua e là rischiarato dal sole frontale e diretto che penetra a fatica tra le fronde degli abeti.






Fronde basse che mi sovrastano appena quasi a racchiudermi per lunghi tratti in una buia galleria. Più avanti svettano le alte chiome di un verde intenso e scuro a tratti punteggiate da mille stelline brillanti, perle d'acqua raggiunte dal sole che buca le nubi.






Il bosco è umido, ancora intriso d'acqua. Le violette e i bianchi fiori dell'acetosella hanno il capo piegato sotto il peso delle grandi gocce che ancora li coprono. Sembrano in umile attesa, in attesa che i caldi raggi del sole li liberino da un peso insopportabile...





E il sole vince il duello con le nubi e raggiunge finalmente e definitivamente la vegetazione, riscaldandola e creando nuvole di vapore che si sollevano dal suolo e si innalzano lentamente espandendosi e offuscando alla vista non solo gli alberi più lontani e le cime dei monti ma anche i cespugli di nocciolo e i rami dei larici e degli abeti più vicini.




Lievi velature biancastre che appiattiscono i colori, rimescolano le forme, confondono i contorni. Confuse trasparenze e nitidi chiaroscuri, luci marcate dove picchia il sole e ombre nette dove il sole manca. Magici contrasti. Nel bosco aleggia una misteriosa atmosfera che sembra preludere alla comparsa di quella fantastica e mitica creatura, signora delle foreste, di cui da sempre si favoleggia...






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