Inverno lungo le sponde del torrente Vermigliana



All'inizio di gennaio (anno 2020) il paesaggio dell'Alta Valle non offre un granché. Al contrario di quanto è accaduto molte volte durante gli ultimissimi decenni, la neve c'è ed è pure abbondante ma, essendo caduta parecchio tempo fa, all'inizio di novembre, ormai copre esclusivamente il terreno nudo e non se ne vede traccia alcuna sugli alberi e sui cespugli del bosco. Bosco che, sui versanti della valle, appare uniformemente piatto e scuro. Il panorama, nel suo insieme, ne risente decisamente non assomigliando di certo a quello degli inverni di alcuni decenni fa e ancor meno a quello (convenzionale e, se vogliamo, stereotipato) delle cartoline d'auguri natalizi del passato, quelle dei miei lontani ricordi.


L'inefficace ricerca di un qualche pittoresco percorso che possa soddisfare la mia voglia di osservare e, perché no, di fotografare mi porta, per l'ennesima volta (con un briciolo di rassegnazione), a seguire a ritroso, il corso del Vermigliana, un torrente che, pur nella complessiva monotonia del paesaggio, riserva ancora la possibilità di scoprire qualche scorcio interessante.
La mia breve passeggiata ha inizio sulla strada provinciale tra Fucine e Ossana, in corrispondenza del ponte che attraversa il torrente poco a monte (300, 400 metri) della sua confluenza con il fiume Noce. Seguo quindi all'indietro il percorso delle acque, camminando prima lungo la sua spessa arginatura artificiale sulla sinistra orografica poi per un brevissimo tratto sulla statale del Tonale e infine, superato il ponte della Poia, per circa un chilometro sulla sponda destra, lungo la stradina che porta oltre il Fil (o Spiaz dei Spini) nel freddo e stretto vallone privo di sole che sale in direzione di Vermiglio.


L'aspetto del torrente, lungo questo suo tratto finale, prossimo alla confluenza, è multiforme, dipendente com'è dalla presenza di numerose opere di sistemazione idraulica (poste a difesa dell'abitato di Fucine) che ne modificano caratteristiche e naturalità. Si tratta di numerose piccole briglie accompagnate da poderosi muri di sponda nel tratto che costeggia il paese, seguite più a monte da due colossali briglie filtranti, di recente realizzazione, con relativo bacino di deposito e, più a monte ancora, da alcune alte e massicce traverse tradizionali risalenti agli anni sessanta del secolo scorso. I tratti del torrente che mantengono la loro originaria autenticità sono ben pochi, si può dire che sostanzialmente non esistano. Ciò nonostante il torrente mantiene una sua “selvatica” attrattiva che, il susseguirsi delle opere di sistemazione addirittura accentua modificando continuamente l'ampiezza e la pendenza dell'alveo e con essa la velocità delle acque e il modo del loro procedere.


Ingredienti uniformanti dell'ambiente che mi circonda, durante questa mia breve passeggiata invernale, sono il grande silenzio rotto solo da un appena percettibile sciacquio delle acque e, soprattutto, il panorama in chiaroscuro: l'accostamento del chiaro della neve e del ghiaccio con quello scuro dei massi che emergono dall'alveo, quello degli alberi e dei cespugli nudi che attorniano le sponde congelate del torrente oltre a quello, più lontano, del bosco che riveste i versanti della vallone. In questo contesto, paesaggisticamente uniforme, il fluire irregolare delle acque in un alveo che modifica continuamente il suo aspetto rappresenta una stimolante attrattiva, sicuramente una vista accattivante.


Risalendo il primo tratto del Vermigliana, poco a valle della due grandi opere filtranti di trattenuta, si incontra una vivacissima rapida dove le acque precipitano su di un letto di roccia viva, modellata e ben levigata dallo secolare strofinio di sabbia e limo trasportati dalla corrente. Qui le acque cadono, rimbalzano e schizzano... e le gocce degli schizzi si consolidano.... dove si posano, sulle sponde, sulle rocce e sui sassi affioranti. Gli spruzzi solidificano in placche di gelo traslucide o si condensano in luminose, o in astratte sculture di cristallo che riflettono, scompongono e amplificano la piatta luce invernale. Una vivacità ghiacciata fatta di spruzzi, di gorghi spumeggianti, di inaspettati chiarori, di tenui bagliori che regalano al torrente e all'ambiente circostante una nota di gelida vivacità.


A monte della rapida le acque procedono più tranquille. Scorrono sinuose tra rocce e grandi massi confluendo e allargandosi placide nei due bacini di deposito, uno di seguito all'altro, originati dagli sbarramenti filtranti per la trattenuta del materiale più grossolano portato a valle da una eventuale piena. In questi slarghi sabbiosi, quasi pianeggianti, le acque opache del Vermigliana si ravvivano... Si ravvivano quando, nella tarda mattinata, il versante della valle rivolto a mezzogiorno, illuminato dal sole, si specchia nel torrente. Allora mille bagliori colorati iniziano a diffondersi sulla sua superficie ondulata. Sono i colori ancora parzialmente ramati dei larici, delle roverelle, delle erbe rinsecchite che, accanto al candore della neve, vibrano sull'acqua... Vibrano... riflessi dall’acqua increspata creando screziature dorate, disegnando magici grafismi che si decompongono e si ricompongono in un gioco senza fine.


Il sole che illumina il versante più fortunato del vallone non raggiunge mai, durante i mesi freddi, l'altro versante e non raggiunge mai nemmeno la stradina che si snoda sul fondovalle. Non rischiara mai il torrente, non illumina e non riscalda le sue acque... Acque che si fanno sempre più gelide, acque che, a poco a poco, iniziano a congelarsi originando lastre di ghiaccio sempre più spesse e sempre più elaborate. Ghiaccio. Acqua prigioniera dell'inverno. Sempre più ghiaccio. Ghiaccio che, via via, ricopre e ingloba i sassi e i macigni sparsi nell'alveo ma non solo... incorpora pure i cespugli di salice cresciuti nelle minuscole golene a monte delle grandi briglie nei pressi dello “Spiaz dei spini” o Fil, che dir si voglia.


Sono soprattutto due le briglie che, inevitabilmente, attraggono l'attenzione di chi risale la stradina del Fil costeggiando il torrente. Due alte e massicce briglie in muratura che serrano l'alveo, trattenendo materiale e soprattutto rallentando il rapido fluire delle acque durante le piene che, durante l'anno, non mancano mai. Ora in inverno la portata è minima e le acque gorgheggiano sottovoce, staccandosi dal coronamento e precipitando calme nel profondo catino sottostante. Dopo il salto, si riposano distendendosi tranquille in uno slargo buio e profondo scosse solo dall'improvviso zigzagare di un pesce a caccia di una illusoria preda congelata. Poi riprendono svogliatamente il loro cammino, scendendo pacatamente a valle verso la briglia successiva.


A monte delle due briglie, per un lungo tratto, l'acqua scorre quieta in un alveo regolare e poco ripido ma più avanti, ben oltre il Fil, il torrente bruscamente si impenna, si fa più erto e stretto. Qui le acque, rimbalzando tra massi e pareti scoscese, acquistano velocità e un'energia che sorprende. Qui si levano nuovamente schizzi e spruzzi, si alzano nuvole d'acqua fatte di goccioline scintillanti che posandosi sulle sponde, sui sassi e sulle rocce si condensano in vetrose, iridescenti strutture ghiacciate, in astratte sculture di cristallo.


Nella zona del Fil il freddo è pungente. Lo spesso strato di neve, che tutto riveste fin dall'inizio di novembre, è ghiacciato, omogeneo e compatto... durissimo. Sulla sua superficie, però, il sottilissimo rivestimento di neve fresca, caduta da poco, sta subendo una lenta metamorfosi dettata dal gelo. Si sta ricoprendo di piccoli cristalli, di scaglie cristalline che brillano, che riverberano la luce del sole quando, in questa zona, e solo in questa zona, verso mezzogiorno, il sole le raggiunge e le irraggia per qualche istante.


La neve scesa copiosa all'inizio di novembre, seguita non solo dalla pioggia che infradiciandola l'ha appesantita ma pure dal freddo intenso che l'ha indurita (anomali eventi di un cambiamento climatico sempre più evidente...) ha catturato cespugli e giovani conifere piegandoli e inglobandoli nella sua massa gelata e compatta. Solo l'arrivo della primavera restituirà, a queste piante ferite e contorte, la libertà. Per ora, e per lungo tempo ancora, di quelle piante che furono piante libere, di quelli che furono flessibili rami di nocciolo, elastici polloni, giovani vigorosi larici, emergono solo alcuni brandelli, gementi, piegati al suolo dal peso della neve o solo alcune scheletriche estremità rigidamente allungate nel vuoto, quasi a implorare il ritorno della bella stagione.



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Il castello di San Michele all'imbrunire


Breve passeggiata sul far della sera


Quando scende la sera e il sole rischiara solo il culmine dei monti più alti, mi vien voglia di uscire, di mettermi in cammino su viottoli e stradine nei dintorni del paese. E' questa infatti l'ora che più mi incanta... l'ora in cui il giorno si spegne, l'ambiente si copre di ombre e pian piano il buio si avvicina. L'ora in cui si respira un'aria diversa, più fresca, un'aria mossa, più viva... l'aria che precede il crepuscolo e l'immobilità della notte. L'ora in cui le calde pennellata di colore che ancora ravvivano le pendici dei monti si smorzano a poco a poco fino ad estinguersi lasciando il posto ad un indistinto fondale in chiaroscuro.

Se il cielo è sereno la sua tinta muta di minuto in minuto, virando dall'azzurro al giallastro, all'aranciato, al rosato, al violetto per sfociare nel blu plumbeo dell'oscurità. Tinte generalmente tenui che sfumano lentamente l'una nell'altra. Se al contrario il cielo è parzialmente coperto e verso ovest si addensano dense velature ma soprattutto alte nubi lenticolari si può assistere ad un tramonto suggestivo, talvolta spettacolare dai colori vividi e nitidi.

All'imbrunire, quando il cielo muta, mi ritrovo quindi a camminare nei dintorni del paese di Fucine. Evitando, per quanto possibile le strade principali a quest'ora oltremodo trafficate (dalle auto degli amanti del luna park dello sci di ritorno dal loro quotidiano exploit), raggiungo i prati innevati a valle della “Strada della Fornas” verso la confluenza del torrente Vermigliana con il fiume Noce dove il paesaggio è dominato dal bel castello di San Michele.



Esploro l'ambiente che mi circonda camminando senza minimamente sprofondare nella neve che copre l'intera zona. Siamo alla fine di dicembre, in pieno inverno... e la neve, quest'anno, è abbondante, non manca sicuramente... al contrario di quanto è accaduto durante molti degli inverni passati. Quest'anno è scesa addirittura anzitempo e in quantità inusualmente copiosa (è fioccato all'inizio di novembre: evento anomalo? Altro indizio di un inarrestabile cambiamento climatico ?) accumulandosi sul terreno in uno strato spesso che le piogge e il freddo successivi hanno oltremodo compattato e indurito.


Mi attornia un paesaggio in chiaroscuro. L'atmosfera, dopo il tramonto, è spenta, sbiadita e l'imbrunire si avvicina a passi sempre più lunghi e più rapidi. Inaspettatamente però, e solo per pochi minuti, il cielo si rianima, riprende colore... Sopra le altissime cime del Taviela e del Vioz che chiudono la Val di Pejo si tinge di rosa, di un rosa tenue che, a poco a poco si fa più intenso, scuro e antico fino a dissolversi nel grigiore della sera. Altri più vividi colori si accendono sopra il Tonale, dove muore la valle e il sole declina durante l'inverno. Fulgide tonalità. Un mix di giallo, di arancione e di rosa pittura le nubi e le dense foschie che stazionano sopra i rocciosi Monticelli sovrastanti il Passo.




Ma le tinte vivaci e luminose che fanno da sfondo ad un paesaggio fatto di bruni e di grigi, scuri e smorti durano poco, si dissolvono rapidamente. Le nubi si oscurano, il buio avanza in fretta... la notte non sospende la sua avanzata. L'atmosfera si fa sempre più cupa: è il crepuscolo, un crepuscolo invernale sul Castello di San Michele, tra terra e cielo, tra boschi tenebrosi e nubi variopinte che ben presto si sono spente... L'oscurità ha avuto il sopravvento, il cielo ora mantiene un minimo di luminosità solo là dove il sole è tramontato, verso le cime del Tonale...

...Si accendono le luci. I paesi, vicini e lontani, a poco a poco si illuminano. Anche lungo le massicce murature merlate del castello di Ossana si accendono le luci, si accendono i riflettori... che, sempre lo rischiarano nell'oscurità della notte modellando le sue antiche e cadenti mura, i resti del palazzo e il suo possente mastio. In questo periodo poi, è importante illuminarlo per bene perché al suo interno, nelle sue corti, si accolgono i valligiani e i turistiche e che affollano Ossana, l'arcinoto “borgo che ha più presepi che abitanti”.
Si fa notte. Immerso nell'oscurità ormai incipiente mi avvio sulla strada del ritorno, avanzando prima sul solido manto di neve ghiacciata e poi sulle vie del paese asfaltate e ben pulite. Non c'è molto da camminare ma è tardi e sarò a casa solo quando si sarà fatto del tutto buio.


Foto rielaborate con Luminance HDR v 2.6.0.

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Inverno sui prati di Novale


Lungo il fiume Noce nel sole di fine dicembre


Alla fine di quest'anno, anno 2019 d. C., ci troviamo, almeno apparentemente, immersi in un “vero” inverno, in un inverno che ricorda i “veri” inverni della mia infanzia e della mia gioventù... Questo mi suggerisce l'abbondante presenza di neve.
Il candido manto riveste l'intera alta valle, diversamente dagli anni scorsi, quando, troppo spesso, le precipitazioni nevose o sono mancate o hanno tardato ad arrivare. Conseguenza del cambiamento climatico in atto di cui siamo sostanzialmente tutti responsabili... Volenti o nolenti, siamo tutti inseriti in una “modernità”, in una miope attualità dove conta solo la crescita del p.i.l., l'aumento sconsiderato dei consumi, all'insegna dello spreco di risorse e della continua immissione di gas serra in atmosfera....


Al contrario quindi di parecchi degli anni scorsi, la neve non manca. I versanti dei monti sono bene innevati e, quest'anno, non si notano, come spesso è accaduto in passato, le assurde (costose e inquinanti) piste da sci artificialmente imbiancate, le paesaggisticamente sgradevoli serpentine immacolate incollate, per il diletto degli “sportivi” sci ai piedi ad ogni costo, nel giallo spento dei prati e dei pascoli alti o ritagliate nel verde scuro dei boschi privi di neve,.


Natura congelata, terra ben protetta, quest'anno... Ben protetta già dall'inizio di novembre quando, sorprendentemente, inaspettatamente anzitempo (ennesima anomalia climatica?), è scesa tutta la neve che ora, ancora copiosa copre la valle...
La neve copre i monti, i versanti ma anche il fondovalle compresi i prati di Novale sui quali mi trovo, sui quali mi muovo, sui quali avanzo tranquillamente, nel sole del mattino, seguendo a ritroso la sponda desta del fiume Noce (o torrente?), senza “ciaspole”, senza problemi, sorretto da una neve compatta e gelata che ben sopporta il mio peso senza farmi sprofondare.


E' una neve abbondante che la pioggia inattesa seguita dal freddo pungente ha prima inzuppato e quindi compattato, gelandola, e rendendola “granitica”. Mi fa sospettare che la sua trasformazione, la sua metamorfosi, ai primi tepori di fine inverno sarà lenta e che la sua scomparsa primaverile tarderà parecchio.


Procedendo lungo le sponde del Noce fatico ad accorgermi delle leggere incisioni che, qua e là, segnano la dura superficie della neve. Sono le tracce del passaggio degli animali del bosco che, abbandonati i loro nascondigli si sono avventurati sul fondovalle in cerca di cibo, di qualche ciuffo d'erba secca affiorante lungo greto del torrente. In verità scopro solo rare impronte di cervo, il solo selvatico che, con il suo imponente peso, riesca ad scalfire una superficie così gelata. Può darsi che, su questi prati, nell'oscurità della notte, abbiano girovagato anche altri animali. Del loro passaggio non trovo però alcun indizio. Troppo leggeri per lasciare il segno del loro vagabondare. Nel candido strato sono comunque profondamente, anche se confusamente, impresse le tracce dei loro pregressi spostamenti. Sono tracce di caprioli, lepri e volpi oltre che di cervi, risalente a novembre, quando la neve era soffice perché appena caduta o, successivamente, fradicia e resa pastosa dalla pioggia. Sono quindi impronte “fossilizzate”, rese “indelebili” dal freddo dell'ultimo periodo.


Cammino lentamente, nel silenzio della prateria innevata...
Sì, questa è veramente una bella e tranquilla mattinata. Silenziosa e chiara. Una mattinata rischiarata da un bel sole. Sono raggi deboli e delicati quelli del pallido sole invernale ma sono raggi che riflessi dal biancore dalla neve, si diffondono dovunque illuminando ogni cosa, ravvivando l'intero paesaggio.
Lungo le luminose sponde del fiume regna una grande quiete.
La neve ha da tempo cancellato il caotico miscuglio delle vivaci tinte autunnali. Ora regna il biancore. Domina un uniforme biancore che, trasmette una sensazione di grande tranquillità.
Pace e serenità sui prati di Novale dove anche il rumoroso guazzabuglio del traffico festaiolo di fine dicembre arriva ovattato, appena percepibile, coperto dal seppur lieve gorgheggiare delle acque del Noce che scorrono calme tra i massi affioranti.


Acque comunque impenetrabili, scure, a tratti quasi nere. Acque per molti aspetti simili a quelle del torrente Vermigliana, (siamo prossimi alla confluenza dei due torrenti) se non fosse che qui, allo sbocco della Val di Peio, la temperatura è più mite, splende un bellissimo sole, sole che nello stretto vallone dell'altro corso d'acqua, in inverno, non si vede mai.


Nell'alveo del Noce, almeno nei dintorni del Forno di Novale, non c'è ghiaccio in formazione, né sui massi affioranti né lungo le rive, contrariamente a quanto accade lungo il Vermigliana.
Si forma del ghiaccio solamente dove qualche tronco, pollone o ramo che sia, si trova casualmente disteso a fior d'acqua. Qualche placca di gelo traslucido, qualche luminosa e astratta scultura di ghiaccio come pure qualche ghiacciolo allungato a sfiorare la superficie delle acque, si creano quando le minuscole gocce d'acqua degli schizzi, generati dai salti spumeggianti, si posano su questo occasionali supporti di legno e, solidificando, li rivestono completamente.


Il fiume Noce a valle del Forno di Novale e in piccola parte pure a monte scorre per un lungo tratto disteso tra ampie superfici aperte e pianeggianti, per l'appunto i prati falciabili di Novale. Al margine del corso d'acqua, lungo le sponde, si è però insediato uno stretto nastro di vegetazione arborea. Sono conifere ma soprattutto latifoglie, betulle, ontani verdi, salici e qualche altra specie, ad alto fusto o a ceduo che sia.
La vista invernale dello scorrere delle scure e magre acque contornate da tronchi nudi e bruni emergenti dal biancore abbagliante della neve sulle rive del fiume ha un suo fascino ma è un fascino sobrio fatto solo di decisi contrasti di luce, unicamente di chiari e scuri. L'attrattiva del bianco e nero invernale non è certo paragonabile alla spettacolare policromia autunnale, invadente, aggressiva, se vogliamo, ma comunque spettacolare... o a quella cronologicamente a noi più prossima, quella primaverile più garbata e delicata, fatta di una infinita gamma tenui gradazioni di verde.


Comunque il fascino della primavera è ancora lontano. Per il momento godiamoci questa vista, questo bel paesaggio innevato, questo inverno che sembra assomigliare a quelli del tempo che fu. Un inverno che ci ha finalmente regalato la neve, tanta neve e per tempo (anche troppo per tempo), che ci ha donato quel Natale imbiancato che stavamo per dimenticare....



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Acqua libera e acqua prigioniera



A monte di Fucine, lungo il canalone selvoso del torrente Vermigliana, in dicembre non si vede mai il sole e la temperatura non sale mai sopra lo zero. Le acque scure e impenetrabili del magro torrente in veste invernale, scorrono tranquille zigzagando tra grossi massi, massi in buona parte ancora ricoperti di neve... di neve compatta, quasi "granitica"... Neve che quest'anno è caduta anzitempo, all'inizio di novembre e che la pioggia e il freddo hanno compattato e ghiacciato rendendola durissima e... durevole.


La zona così ricca di vita e di colore durante la bella stagione è ora squallida, priva di attrattive. Però, il torrente che la attraversa riesce comunque, anche in pieno inverno, a conservare un "suo" fascino. Si tratta evidentemente di un fascino molto particolare, il fascino della natura in bianco e nero, della natura ghiacciata... apparentemente morta.


E' un fascino che non comunica gioia ma che, al contrario, può instillare una buona dose di mestizia... di malinconia, trasmessa dall'ambiente freddo e ombroso ma soprattutto dalla vista del ghiaccio in formazione sul fondo dell'alveo del Vermigliana. Una vista, quella del ghiaccio, che se per molti aspetti, incanta con i suoi luccichii, con i suoi giochi di luce è anche una vista che intristisce, una vista che, nel freddo del vallone che gela viso e mani, può gelare anche più in profondità, può raggiungere il cuore, ghiacciando l'anima...


Durante il lungo periodo invernale l'acqua che le basse temperature induriscono, l'acqua resa “prigioniera” dal freddo, vive un'esistenza diversa, un'esistenza statica, immobile, sfiorata dallo scorrere dell'acqua liquida, “libera”, dinamica, che le passa accanto sfuggendo alla morsa del gelo. Magico abbinamento quello delle due acque, dell'acqua solida e dell'acqua liquida. Accoppiata foriera di mille incantevoli luccichii, di bagliori emergenti dalle cristalline sfaccettature del ghiaccio accanto allo sfavillare degli spruzzi d'acqua liquida tra le rocce e i massi del torrente, tra i muschi scuri e bavosi di un minuscolo affluente in abito invernale.


Un incantesimo quello del ghiaccio che inizia a consolidarsi sulle sponde e tra i sassi e le rocce affioranti dove l'acqua schizza abbondante precipitando e rimbalzando sul fondo sconnesso dell'alveo... Gli spruzzi solidificano in placche di gelo traslucide, in astratte formazioni di cristallo che riflettono, scompongono e amplificano la piatta luce invernale


Gelidi chiarori, luce riflessa dal ghiaccio levigato e splendente e dal ghiaccio sfaccettato e brillante... Fantastiche costruzioni luccicanti tra il precipitare e il ribollire delle acque. Gelide e luminose formazioni  tra lo scrosciare di cascatelle tumultuose, tra il borbottare delle lame d'acqua serpeggianti in rivoli intirizziti.


Si potrebbe parlare di di sculture di ghiaccio se non fosse che sculture non sono perché il gelo non scolpisce, non toglie materia ma aggiunge materia. Solidifica l'acqua liquida in veli che si sovrappongono a veli, in strati che si accavallano a strati creando forme bizzarre ed astratte. 


Operazioni guidate da una imperscrutabile mano che sembra seguire gli infiniti, mutevoli suggerimenti legati al mutare delle temperature, delle portate e dei percorsi dell'acqua. Bello ma mesto… attraente ma gelido ed inevitabilmente mesto.



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Ma che bel castello...


<< Ma che bel castello ! >> Veramente un bel castello il castello di San Michele che con il suo mastio, alto e severo domina dall'alto d'una balza dirupata la plaga di Ossana in Alta Val di Sole, dove la vista si apre verso la Val di Pejo e le cime dell'Ortles-Cevedale. Un bel castello, un castello da contemplare, da ammirare da vicino come da lontano, da ammirare sia da oriente che da occidente, sia da sud che da nord... Un castello bello anche da immortalare fotograficamente, sia con il sole nascente, che con la luna, sia con la nebbia che con la neve, sia con il temporale che con l'arcobaleno.. Un castello bello, un castello che emoziona, che “parla" all'anima e all'immaginazione. Un castello che “parla”... che “parla”, sia a di chi lo guarda dai suoi dintorni sia, soprattutto, a chi vi entra oltrepassando il suo ponte levatoio. Un castello che, stando al suo interno, sbigottisce davanti all'imponenza della suo mastio, sorprende per l'estensione dei resti del suo palazzo, incanta per l'ampio panorama che offre dalla sommità del suo torrione come dal bordo della sua cinta muraria.



Il castello di San Michele è veramente un bel castello, un castello che “parla” a tutti, “parla” al “cuore” della gente del posto come ai “cuori” del turista affezionato e del visitatore curioso. Ma il castello di Ossana non “parla” solo al “cuore”... solitamente il castello è in grado di parlare pure alla “testa”, alla “mente” di chi lo visita. E “parla” spesso. “Parla” alla “testa” con la voce narrante dell'accompagnatore turistico, ma solo a chi vuole conoscerne le origini, la storia, le leggende. “Parla” alla “testa” con le mostre e le illustrazioni multimediali allestite nei suoi piccoli padiglioni. “Parla” alla “testa” e all'”anima” con i concerti e gli spettacoli teatrali che, di tanto in tanto, si tengono nei suoi scenografici cortili.
“Cuore” e “mente” non possono che essere grati a chi ha provveduto a riportare in vita il bel castello, consolidandolo e restaurandolo, rendendolo visitabile, eliminando ingombranti intralci alla sua vista, valorizzandone la veduta anche di notte con una ben ponderata illuminazione. Come devono essere grati a chi lo anima e valorizza con eventi (culturali) di qualità degni di essere ospitati in un sito così bello e importante.



<< Ma che bel castello... marcondiro ndiro ndello...>> Purtroppo però, c'è anche un castello che, ai miei occhi, appare un po' meno bello... Un castello che mi costringe a togliere il punto esclamativo (noto in passato come punto ammirativo) dal mio entusiastico “ma che bel castello ! ” per sostituirlo con l'irriverente “marcondirodirondello” della arcinota infantile filastrocca, della nenia che, inevitabilmente, mi viene di canticchiare in continuazione quando visito il castello o transito nei suoi pressi durante i periodo natalizio ma non solo... Un tormentone che canterello sottovoce, con leggerezza, con un ironico provocatorio sorriso, vedendo come il bel castello venga talvolta indotto a “parlare” non più al “cuore” e alla “testa” delle persone ma alla loro “pancia”... venga banalizzato, costretto ad adattarsi ad un ruolo che, secondo me, non gli si confà (mi vien da dire ad un ruolo che non è dignitoso...).
Ma quando accade tutto ciò? Il bel castello è costretto a parlare alla “pancia” della gente (in senso figurato ma spesso anche in modo molto concreto) "quando", al suo interno, vengono allestiti eventi di grande richiamo, eventi “consumistici” seguendo la moda del momento o promozionali di varia natura, al fine di attrarre un numero sempre maggiore di visitatori entro le sua mura (ospiti probabilmente ben poco interessati al sito che li accoglie) o, al contrario, "quando" il bel castello è costretto a prestarsi come scenografica sede per il buon esito commerciale di tali mercantili avvenimenti, che, pur interessanti e importati, dovrebbero però avere un'altra collocazione... E i due “quando” si integrano perfettamente in una deprecabile sinergia... in confusa contrapposizione con attività ed eventi senza alcun dubbio molto più qualificanti. Ma di questo ho già detto più volte in altri miei post...


Altre foto del bel castello al sorgere del sole in Google Foto




Brina



Quando nel mio giardino le foglie delle betulla, del pioppo tremulo, del sorbo, di ciliegi selvatici, dei nocciolo e dell'acero, perdono la loro estiva freschezza, la loro verde brillantezza ed iniziano lentamente ad ingiallire mi si stringe il cuore. Quando poi, al levarsi del vento, si staccano dai rami e si depositano tutte al suolo, mi avvolge un velo di malinconia, un velo che non mi abbandona più. Quando infine il letto di foglie brune e marcescenti, si adorna di gelidi ricami, di candidi merletti, per me arriva il tempo della rassegnazione, della triste rassegnazione che mi accompagna durante i giorni del distacco dalla “mia” valle, durante i giorni della mia consueta “migrazione” autunnale...


Per la prima volta, all'inizio di novembre, la temperatura, durante la notte, è scesa sotto lo zero. L'umidore si è congelato ed è comparsa la brina. Brutta avvisaglia dopo le tiepide giornate d'ottobre. Un accadimento che, comunque, era atteso da tempo, del tutto coerente con l'inevitabile avvicinarsi dell'inverno. Non mi resta che prendere atto che, con il freddo ormai alle porte, è giunta l'ora di lasciare, almeno temporaneamente, la valle. Sì, è proprio giunta l'ora, volenti o nolenti, di traslocare in siti climaticamente più miti... Ma non immediatamente... Non prima di aver completato i lavori autunnali nel mio orto e nel giardino di casa.


All'aperto, di buon mattino, il freddo scorre sulla pelle, punge viso e mani, rallenta i movimenti ritardando l'opera di sfoltimento dei piccoli cespugli del mio giardino e di potatura dei tre noccioli cresciuti smisuratamente. Mi trovo sul prato di casa, tutto gelato. Cammino su di un manto di foglie scure e marcescenti che irrigidite dal freddo scoppiettano spezzandosi sotto le suole. Mi muovo a lungo, qua e là, vagando da una pianta all'altra, armato di cesoie, di troncarami, perfino di motosega... Mi sposto intirizzito nella gelida ombra di una mattinata serena ma ancora senza sole. Sì, senza sole, perché il sole, nel mio giardino, in autunno e ancora di più in inverno, si vede ben poco. Con l'avanzare della stagione fredda compare sempre più tardi e scompare sempre più presto fino a farsi vedere solamente per pochi minuti verso la fine di dicembre.


Solo chiari e scuri nel mio prato durante questa rigida mattinata priva di sole. Ma ecco che, quando meno me lo aspetto, un nuovo tepore invade il giardino: è il tiepido calore dei raggi del sole autunnale che lentamente è emerso dai monti affacciandosi sulla valle e anche sul mio viso. Magici raggi che, seppure deboli e radenti, rianimano il paesaggio, ridonano la vita al mio smorto terreno. Donano colore, donano luce, donano luminosità alle spente trasparenze dei cristalli di ghiaccio che sono sbocciati, durante la notte, sulle foglie rinsecchite. E allora, davanti a questo inatteso spettacolo, conviene disfarsi del senso del dovere, interrompere il lavoro, lasciare a terra cesoie e troncarami e accogliere il dolce piacere di passeggiare sul manto di foglie fruscianti osservando, ammirando e, perché no, fotografando...


A poco a poco la luce nuova raggiunge anche gli angoli più bui sfiorando dolcemente ogni piccolo cespuglio, ogni rigido stelo o ruvido cespo erboso emergente dall'uniforme tappeto scuro. Così come raggiunge e accarezza pure quelle foglie che, posatesi in ritardo sul letto compatto e brunastro che riveste il prato, ancora mantengono la loro vivace colorazione d'inizio autunno. Lamine sottili e sontuose dai bordi nettamente delineati da scintillanti e aguzzi cristalli di brina. Foglie sparse dai contorni che si accendono e brillano ai delicati raggi radenti del sole di novembre.


L'ombra delle conifere sempreverdi e dei tronchi, dei rami, dei polloni delle latifoglie si distendono sul prato difendendo dal tepore del sole la bianca brinata, la fioritura di gelo notturno. Ma le ombre si spostano, si accorciano, si ritirano. E' il gioco del sole che, seppur lentamente, si innalza, si muove... Le aree illuminate, intiepidite dal sole, si spostano ovunque e la brina inizia a dissolversi anche negli cantucci più protetti e nascosti. La bianca coperta si squaglia, rapidamente. I luccichii svaniscono. Il sole è più alto, i suoi raggi, sempre più caldi e penetranti, trapassano il liso e bruno tessuto autunnale. Cesoie e troncarami ora sembrano galleggiare. Posati a terra sembrano nuotare in un mare di foglie bagnate, quasi fradice La brina si è sciolta. Tutta.
Riposta la reflex, raccolgo i miei attrezzi, li asciugo e riprendo il lavoro.




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