Il capitello di San Giorgio



Di questa stupenda betulla rimane solo
qualche mia fotografia e questo mio disegno.
Posta lungo la stradina delle Pendege, nei pressi
del capitello di San Giorgio, è stata abbattuta...
...non si capisce per quale motivo.

Il capitello si trova a metà strada tra Cortina di Vermiglio e Fucine, lungo la stradina di mezzacosta delle Pendege. Fu eretto dalla devozione popolare per ricordare un “miracolo” attribuito a San Giorgio, o forse come ex voto per la grazia da Lui ricevuta. Un piccolo quadretto naìf, posto sul fondo del capitello, raffigura San Giorgio che uccide il Drago, simboleggiando l’eterna lotta del bene contro il male.
Si può raggiungere il capitello partendo sia da Fucine che da Vermiglio: si tratta di una bel percorso che ho già descritto in un altro post.
Lungo questa stradina si trova il “posto delle farfalle” dove si possono fare ottimi scatti di macrofotografia.
Con un pizzico di fortuna. in inverno e primavera in questa zona si incontrano mufloni e caprioli e, all’alba o al crepuscolo, anche qualche cervo e qualche lepre. Ma ci si può ritenere soddisfatti godendo solamente del paesaggio che muta, di giorno in giorno, con le diverse condizioni meteorologiche e con il variare delle stagioni.








Il miracolo di San Giorgio

Quanto sarebbe bello se San Giorgio potesse nuovamente fare miracoli...
combattere e sconfiggere il male cimentandosi con i verdastri draghetti della
xenofobia, dell'omotransfobia... dell'intolleranza, del razzismo,
dell'integralismo di tutti i generi e tonalità... che, qua e là, si aggirano
sempre più baldanzosi nelle nostre società. 










Si racconta che, molto indietro nel tempo, una contadina, di Vermiglio, intenta a mietere la segale, aveva lasciato il piccolo figlioletto al margine del campo nei pressi della stradina delle Pendege. Di tanto in tanto lo controllava e, ad un tratto, girato lo sguardo si accorse con terrore che stava giocando con una velenosissima vipera. Implorò i Santi, San Giorgio in particolare, ma ebbe anche l’intuizione e la freddezza di depositare accanto al bimbo una ciotola di latte che aveva portato con sé. L’aspide attratto dall’odore si allontanò e la madre poté trarre in salvo il piccolo.
Un capitello è stato eretto a ricordo di questo episodio, del miracolo o della grazia attribuiti a San Giorgio. Non è però dato sapere se questo episodio sia realmente accaduto o sia leggendario.











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Fiori di prato

...sul fondovalle prima dello sfalcio.


Quattro passi di buon mattino nei prati che attorniano il paese...
...Quattro passi veloci, sotto le nubi dense, pronte a scaricare l'immancabile acquazzone, quella fitta pioggia che ogni giorno ci accompagna durante questo mese di maggio così meteorologicamente anomalo. Un rapido giretto nei dintorni lungo le stradine di campagna che tagliano il mare d'erba ondeggiante nella brezza mattutina. Erba alta e fitta che, in attesa della pioggia confida comunque nel prossimo arrivo del bel tempo. Erba che ormai matura attende pazientemente d'essere falciata, essiccata, trasformata in foraggio. Erba che attende l'arrivo del sole, di quell'indispensabile sole, caldo e durevole, che sembra non voler apparire più...




Una leggera sgambata pomeridiana approfittando dell'apparire di una nuovo chiarore con l'improvviso dischiudersi della compatta distesa di nubi finalmente attraversata da qualche tenue raggio luminoso. Una sgambata che permette di ammirare gli stupendi coloratissimi fiori di prato immersi nel verde dell'erba, un verde brillante nel sole del tramonto. Fiori da contemplare, da apprezzare, forse per l'ultima volta, prima dello sfalcio... fiori che, tempo permettendo, tra qualche giorno non ci saranno più, saranno infatti recisi e ridotti in fieno, trasformati in profumatissima erba secca...




Prima dello sfalcio, nei prati di montagna, i fiori sono moltissimi, sono moltissimi, variopinti e in un'ampia molteplicità di specie... Sono un inno alla biodiversità... Sono margherite e pratoline primaverili, campanule, ranuncoli tra cui i botton d'oro, viole, trifogli, erba del cucco, non-ti-scordar-di-me, dente di leone, garofani selvatici e molti altri di cui non conosco in nome, né volgare né scientifico. Nome e cognome che non ho alcuna intenzione di ricercare sfogliando libri su libri, manuali e ancora manuali... Infatti il mio ulteriore girovagare sul fondovalle dopo l'immancabile pioggerella della notte, non riesce ad essere curioso dal punto di vista botanico. E' sopraffatto dalla bellezza di ciò che gli si presenta: attratto solo dalle composizioni, dalle forme e dai colori dei fiori tra le erbe brulicanti di vita, il volo di api e farfalle nelle luci intense e nelle ombre cupe del prato al primo mattino.



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Sul sentiero della "lec"


Salita da Ossana in Val Piana e immediato rientro sotto la pioggia



La caparbia instabilità meteorologica di questo mese di maggio 2018 impedisce qualsiasi uscita, non solo ostacola le escursioni di ampio respiro, le camminate di un certo impegno ma pure le semplici passeggiate, anche le passeggiate minime, quelle di brevissima durata. Il sole che di solito al primo mattino illumina la valle viene ben presto eclissato dalla foschia e poi dalle nubi che, sempre più fitte e dense, oscurano rapidamente il cielo facendo svanire la speranza di una giornata totalmente serena e priva di pioggia. Sole e acqua si alternano in continua successione, ogni giorno, rendendo impossibile un'uscita prolungata se non in compagnia dell'ampio ombrello da pastore, ombrello chiuso ma da dischiudere e nuovamente richiudere e ancora dischiudere seguendo i capricci del tempo.
Così, stanco di bivaccare in casa, di gironzolare tra orto e giardino o tutt'al più nei dintorni più prossimi, decido di salire in Val Piana seguendo il “Sinter dela Lec” confidando nell'indulgenza delle nubi che da tempo coprono il cielo minacciando l'ormai immancabile acquazzone. Percorro per un centinaio di metri o poco più la ripida strada che partendo dalla parrocchiale di Ossana (ho parcheggiato l'auto nei dintorni) porta alla piccola ma stupenda valle montana. In corrispondenza della prima curva, curva a gomito, abbandono la strada e imbocco il “mio” sentiero che dovrò percorrere per poco più di mezzora fino a raggiungere (sperando di essere ancora ben asciutto) la mia meta.
In compagnia del mio grande ombrello e facendo qualche scongiuro, inizio quindi la salita, nel bosco, seguendo un tracciato del “Sinter dela lec”, un tracciato veramente particolare, veramente suggestivo... un percorso che nel suo primo tratto costeggia una “lec”, (con il termine “lec” si indica, nel dialetto locale, una piccola canaletta di irrigazione) fino alla sua origine, fino al punto di prelievo dell'acqua dal “Rio Fos” il torrentello della Val Piana. Poi, oltre questo punto, il sentiero inizia ad inerpicarsi seguendo a ritroso il percorso del rio in questo periodo gonfio d'acqua per le piogge continue e per lo scioglimento delle ultime nevi sul monte Giner. Il sentiero è bagnato, ripido ma ben tenuto. Lo seguo faticando e pure sudando immerso come sono nell'umidore dell'atmosfera e nei vapori che si levano del torrente in piena. Mi fermo spesso, per riposare e per ammirare e fotografare le acque limpide e tumultuose che precipitano spumeggianti verso il fondovalle.

La salita


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Terminata l'erta salita lungo le sponde del torrentello esco sulla strada bianca della Val Piana poco prima che la valle si apra alla vista con il suo consueto, stupendo paesaggio. Oggi però, percorso l'ultimo brevissimo tratto di strada, mi si presenta una valle particolarmente triste, desolata, contrassegnato dalla nebbia e dalle nubi basse che nascondono sul suo sfondo le bianche cime ancora innevate. Poi inizia a piovere. E' una pioggerella leggera, sono minuscole e rade gocce che per il momento non richiedono l'ombrello. E' comunque meglio scendere... e immediatamente. La fine pioggerella potrebbe in breve trasformarsi in un pesante acquazzone, magari accompagnato da lampi e tuoni.









La discesa


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La pioggia cessa quasi subito ma il cielo rimane scuro e minaccioso. Scendo molto lentamente fermandomi spesso per immortalare fotograficamente gli aspetti paesaggisticamente più accattivanti del “sentiero della lec”. Mi diletto a riprenderli variando i parametri di esposizione in modo da acquisire più fotogrammi della stessa inquadratura, sottoesposti, correttamente esposti e sovraesposti. In post-produzione li tratterò per ottenere immagini HDR (High Dynamic Range), immagini forse meno realistiche ma sicuramente più pittoriche e coinvolgenti.
Lentamente raggiungo il paese di Ossana. E uscito il sole, sembra quasi primavera... Il cielo si è parzialmente aperto e qualche raggio riesce a filtrare tra le nubi.... ma durerà ben poco... sicuramente ci attende dell'altra pioggia. Viene quasi da pensare che questa pioggia persistente altro non sia che un lacrimoso pianto, il pianto del cielo per i tempi che stiamo vivendo, tempi bui, tempi probabilmente destinati ad accompagnarci ancora a lungo...




Fiori di primavera

Girovagando sul fondovalle tra prati e macchie selvose.


Alla fine di marzo e all'inizio di aprile in Val di Sole la neve copre ancora abbondantemente le cime ma sul fondovalle sta arrivando la primavera. La annunciano i primi fiori che qua e là compaiono nel pallido verde dei prati... La annunciano i fiori che sbucano repentini nelle radure più aperte e lungo i margini più soleggiati delle abetaie...




Allo squagliarsi della neve sono spuntati, numerosissimi, i crochi (Crocus vernalis). Le praterie si sono fittamente coperte di estesi tappeti bianchi screziati di viola mentre nei punti più soleggiati si sono colorate del giallo pallido talvolta venato di rosa delle primule (Primula vulgaris) e, a seguire, nelle zone più fertili, della candida tinta appena bollata d'arancio delle piccole pratoline (Bellis vernalis). Nel bosco il nocciolo (Corylus avellana) è fiorito da tempo e gli ultimi amenti, di cui si è nutrito il capriolo durante l'inverno, si staccano dai rami cadendo al suolo tra le foglie marcescenti. Il salicone (Salix caprea) è invece in piena fioritura: è l'esplosione di colore dei gattici che, di giorno in giorno, dal grigio passano al giallo, ravvivando la boscaglia a ceduo ancora spoglia. Sul terreno, tra i rametti, il fogliame e gli strobili in decomposizione, dominano con il loro intenso colore blu-violetto i fiori dell'anemone (Anemone hepatica) e i più rari grappoli fioriferi della polmonaria (Pulmonaria officinalis). Sul suolo calcareo, al primo sole di fine inverno, le chiazze di erica (Erica carnea) si sono subito sostituite all'ultima neve colorando il bordo della pineta di un roseo continuo e intenso mentre il terreno minerale, lungo le sponde dei piccoli rivi e dei torrentelli, è qua e là macchiato dal giallo intenso del farfaro (Tussilago farfaro) e nelle zone più fresche dalle bianche infiorescenze del rigoglioso farfaraccio (Petasites albus).



Questi i primi fiori che, allo scomparire della neve, annunciano il ritorno della bella stagione sul terreno umido e nudo... Ma poi, con il trascorrere dei giorni, la primavera avanza rapidamente, i prati rinverdiscono in fretta facendosi sempre più lussureggianti. Ed eccoli i prati di fondovalle, brillanti, ormai verdissimi ma punteggiati da una grande varietà di colori, colori intensi che riscaldano il cuore dopo il freddo, lungo e monotono inverno. Sono gli infiniti colori dei fiori spuntati alla fine del mese di aprile e durante il mese di maggio. Sono i vistosi gialli del dente di leone (Taraxacum vulgare) e i gialli più delicati delle primule odorose (Primula officinalis), l'azzurro del non-ti-scordar -di-me (Myosotis arvensis), i colori e le forme stravaganti dei fiori dell'erba del cucco (Silene inflata)... i rossi, i viola e ancora i bianchi e i gialli dei tifogli, dei gerani, dei ranuncoli, delle campanule, delle viole e delle violette... e molti, molti altri colori, molti altri fiori...colori e fiori che però, purtroppo, sono destinati a durare ben poco. Tra breve gli steli fioriferi saranno falciati. Saranno falciati con il primo taglio dell'erba sul fondovalle... e inevitabilmente i fiori recisi perderanno il loro fresco aspetto, il loro fascino ma non il loro profumo che verrà donato al fieno e con il fieno al buon latte, al burro e ai formaggi della valle.




I fiori del sottobosco dureranno più a lungo, sfioriranno naturalmente con l'impollinazione e il trascorrere dei giorni. Così sarà per i numerosissimi fiori della fragola (Fragaria vesca), dell'acetosella (Oxalis acetosella), delle clematidi, delle primule, viole e di chissà di quante altre piante più o meno erbacee. Senza considerare gli stupendi e vistosi fiori dei cespugli e degli alberi del bosco: i gialli fiori del crespino (Berberis vulgaris), i bianchi fiori del biancospino (Crataegus oxyacantha), del prugnolo (Prunus spinosa), del pallone di maggio (Viburnum opulus), del sambuco (Sambuca nigra), del sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia).... e soprattutto i magici fiori dei grandi ciliegi selvatici (Prunus avium) che hanno colonizzato in gran numero l'erto versante soleggiato della valle con i suoi campi terrazzati un tempo intensamente coltivati e oggi quasi totalmente abbandonati. Ed è soprattutto su quei pendi che la primavera esplode, durante il mese di maggio, con i suoi fiori ma soprattutto con la gamma infinita di verdi pastello, morbidi e tenui delle foglie appena nate. Poi con il sopraggiungere della stagione calda, con l'arrivo del mese di giugno, il verde delle foglie ormai adulte tenderà ad uniformarsi appiattendosi in una anonima e omogenea colorazione verde. Solo l'arrivo dell'autunno con le sue policrome tinte calde frantumerà nuovamente la monotona colorazione del fogliame donando una rinnovata bellezza alle macchie selvose... una bellezza decisamente diversa dalla bellezza primaverile ma sicuramente con essa molto, ma veramente molto, competitiva.



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Ultime chiazze di neve in Val Piana


Metamorfosi mattutina di una minuscola valle di montagna


Val Piana, come ho già scritto in un altro mio post, è una piccola valle pianeggiante tenuta a pascolo racchiusa tra ripidi versanti rivestiti di fustaie miste di abeti e di larici. Si trova a monte dell'abitato di Ossana. La si raggiunge anche in automobile (qualche anno fa in estate era attivo un servizio di bus navetta che purtroppo è stato dismesso) percorrendo una strada che si inoltra nel bosco a monte del nucleo residenziale del Taiadon poco sopra la parrocchiale del paese. La strada è stata recentemente sistemata e resa più agibile e sicura pur restando una ripida strada bianca di montagna. Personalmente preferisco percorrere la scorciatoia del “Sinter dela Lec” che in una quarantina di minuti porta all'imbocco della valle attraversando una zona paesaggisticamente alquanto particolare che merita veramente di essere conosciuta. Un mio post descrive dettagliatamente questo suggestivo tracciato che si inerpica seguendo a ritroso il percorso del rio Foce. Nella malga di Val Piana, recentemente ristrutturata, si possono acquistare, durante la bella stagione, i prodotti dell'alpeggio, formaggi e insaccati ed eventualmente consumare spuntini e pasti completi. La località è stupenda in estate ma io la preferisco durante le stagioni morte, in autunno, inverno e primavera, quando la malga è chiusa e la Val Piana è un'oasi di pace e di serenità, non invasa da turisti e valligiani talvolta rumorosi ed invadenti che scambiano i suoi prati per un gigantesco luna park o confondono le sponde del suo torrentello con una spiaggia romagnola... La raggiungo quando vi si incontrano quasi esclusivamente persone amanti della natura, escursionisti rispettosi dell'ambiente montano con i quali è piacevole scambiare qualche essenziale parola, qualche considerazione, qualche opinione... confrontarsi, naturalmente sottovoce, per non disturbare...



E così, anche quest'anno, come sempre al mio ritorno in montagna dopo l'inverno, salgo in Val Piana. La raggiungo verso la fine di aprile, nel gelo del primo mattino, certo di poter osservare e magari fotografare i caprioli intenti a brucare i primi crochi sui pascoli dove la neve si è squagliata. Infondata certezza... o vana speranza? Percorro lentamente l'intera valle sulla stradina ancora in gran parte innevata sicuro di individuare, in lontananza, i selvatici che un tempo alla fine dell'inverno non mancavano mai. Nulla. Freddo e silenzio ma anche molte tracce che non sono però di capriolo. Tracce fresche. Sono le fatte dei cervi che durante la notte sono scesi dai versanti boscosi fin sul fondovalle in cerca d'erba, non importa se vecchia e secca., erba che il nevoso inverno ha loro negato, a lungo. Gli anni passano e le cose cambiano, si evolvono... Un tempo quassù i cervi erano rarissimi poi il loro numero è andato rapidamente crescendo. E' decisamente aumentato ma a scapito della popolazione dei caprioli che è andata via perdendo di consistenza decimata da una insostenibile competizione.



Deluso, recriminando con me stesso per non aver sufficientemente tenuto conto di ciò che tutto sommato potevo prevedere, raggiungo la malga situata alla sommità di un ampio conoide di deiezione. Fa ancora molto freddo, le chiazze di neve sono dure, gelate mentre i ciuffi d'erba secca nel pascolo libero sono bianchi di brina. Le corolle dei crochi, che emergono numerosi nei tratti di prato meglio esposti, sono ancora ben serrate in attesa che il sole le riscaldi. Quel sole che decido di attendere, all'aperto, caparbiamente, nel gelo del mattino, per riuscire a compensare la mancata osservazione dei caprioli con la vista della Val Piana inondata dalla luce del mattino. Sì, con la vista di quel sole che sicuramente donerà nuova vita ad un paesaggio finora smorto... quel sole che però tarda ad emergere dalle creste, quel sole che sembra non spuntare mai... Così attendo e ancora attendo, gironzolando nei dintorni della malga mentre qualche raggio inizia a rischiarare il monte alle mie spalle pitturando lentamente, molto lentamente, le sue pendici, albero dopo albero, dall'alto verso il basso. Poi finalmente, trascorso non so quanto tempo, il sole arriva anche alla malga. Sfiora la sua copertura in scandole, raggiunge e scende lungo le rustiche murature, illumina il piazzale e piano piano anche il pascolo sottostante.



Con il sole che occhieggia tra gli scheletrici larici del monte Piramide posso finalmente riscaldarmi e, rincuorato, avviarmi verso fondovalle, ripercorrendo a ritroso la strada del primo mattino. Scendo attraversando i prati chiazzati di neve, immerso in un magico gioco di ombre leggere e chiarori soffusi. Seguo la luce che percorre il lieve pendio pennellando il pascolo. Mi muovo nel chiarore che si amplia sempre più, che cala, sempre più rapidamente, verso il basso. Cammino lungo una linea in costante movimento, la linea che separa la luce dall'ombra, la linea tracciata dei raggi tiepidi che si posano sulla neve dura, che la ammorbidiscono dopo la notte glaciale. Raggi dorati che lentamente sciolgono la brina riportando in vita le distese di crochi dalle corolle ancora intirizzite e ben chiuse. Un bella vista, un bel camminare in un ambiente che con il sopraggiungere del sole si trasforma radicalmente sotto i miei occhi. Luce che abbatte le ombre... luce che a poco a poco conquista l'intera valle fino ad inondarla completamente. Termina così, nell'intenso chiarore del giorno fatto, la metamorfosi mattutina del paesaggio della Val Piana alla fine di aprile, quando i pascoli sono ancora chiazzati di neve e spuntano i primi crochi.



E contestualmente termina anche la mia lunga passeggiata. E all'imbocco della valle, prima del rientro definitivo in paese, rivolgo un ultimo sguardo a questa incantevole località augurandomi di poterla osservare ancora a lungo, integra e ben tenuta... e naturalmente mi auguro che anche i miei figli e i figli dei miei figli possano godere di questa bellezza... spero infatti che l'impronta di questo paesaggio antico, ricco di pascoli, di boschi di acque libere e limpide non venga cancellata per sempre da sconsiderati interventi... interventi di valorizzazione economica all'insegna di quello stesso sviluppo turistico che ha sconsideratamente coinvolto, snaturandoli, altri siti similari nei dintorni. Interventi spacciati come sostenibili ma che in realtà quasi sempre destinati a rivelarsi ambientalmente degradanti e, nel lungo periodo, pure economicamente svantaggiosi. Alcuni indizi di questa per ora confusa ricerca di una supposta crescita economica si possono già cogliere, sia direttamente, sul posto, che in alcune idee che da qualche tempo volteggiano sulla piccola valle... Sono solo insignificanti semi, buttati lì, quasi per caso, su questa bella località di montagna ma, si sa, da cosa nasce cosa... dal un solo seme può nascere una pianta, piccola all'inizio, ma che rapidamente può crescere diventando gigantesca... e molto velenosa.











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Neve d'aprile



In Val di Sole la neve d'aprile non è mai stata un'anomalia ma la sua comparsa non solo sui monti ma anche sul fondovalle si è fatta più frequente negli ultimi anni. Forse la causa va ricercata nel cambiamento climatico in atto. Dico forse perché non spetta certo a me valutare la condizione climatica terrestre e i suoi effetti all'interno della nostra valle. Non sono evidentemente in possesso degli strumenti conoscitivi adeguati a sostenere scientificamente conclusioni certe e definitive di tale portata. Mi limito a riprendere quello che è il pensiero della grande maggioranza degli studiosi e che è ormai diventato di comune dominio.


“Non ci sono più le mezze stagioni. Non c'è più la primavera.” Questo si sente ripetere ovunque, per le strade del paese, nei negozi e nelle osterie, questo si dice alcospetto dei repentini e drastici cambiamenti meteorologici ai quali si assiste durante l'intero anno. Cambiamenti che, in primavera, appaiono ancora più violenti e impattanti per l'effetto, talora devastante, sulla vegetazione in piena ripresa vegetativa. Freddo e caldo intensi si susseguono a breve distanza. Alle giornate soleggiate subito si alternano giornate bagnate e, durante gli ultimi anni, non sono certo mancati anche i prolungati periodi siccitosi e gli acquazzoni distruttivi.


E poi le precipitazioni nevose che, come dicevo, ormai non scarseggiano di certo.
L'ho vista sempre, la neve, durante le ultime primavere... l'ho vista depositarsi copiosa sui susini, sui ciliegi, sui peri e sui meli in fiore del mio giardino. E anche quest'anno è fioccato abbondantemente, è fioccato all'inizio della primavera, è fioccato due volte, durante due fredde notti d'inizio aprile. La neve si è accumulata anche sul fondovalle celando il verde tenero dei prati da cui spuntavano a fatica i fili d'erba più vigorosi assieme a qualche primula congelata, ai crochi con le corolle bianche o violacee ben serrate e, al limitare del bosco, ai vigorosi gambi in fiore degli anemoni triloba ancora privi di foglie.


Uno spettacolo, una vista spettacolare che, pur non essendo ormai una rarità, rimane pur sempre molto particolare e suggestiva. Un “regalo” del cielo che ho colto alle prime luci dell'alba, un “dono” meteorologico estremo, fuori stagione, che molti però preferirebbero non aver ricevuto nel timore dei possibili danni alla coltivazioni... Pericolo scampato: all'inizio di aprile il freddo e la neve caduta non hanno compromesso la produzione degli alberi da frutto ancora privi di fiori e di frutticini... ma la primavera non è finita e tutto può ancora accadere.


Considerato che non è nelle nostre possibilità di valligiani mutare da soli il divenire climatico terrestre contenendone il drammatico procedere e visto che di questo problema la governance mondiale poco si occupa concretamente facendo molte chiacchiere e pochi contraddittori fatti nel limitare l'immissione dei gas serra, non ci resta che attendere e subire cercando di adattarci alle trasformazioni, all'ambiente che sta mutando ma anche ammirando agli inusuali spettacoli che la natura con il clima in rapida evoluzione, ci somministra... volenti o nolenti.

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Stille di primavera


Girovagando all'inizio di aprile nei prati e nelle macchie selvose del fondovalle...


Le piccole gocce d'acqua che, dopo la pioggia della notte, impreziosiscono i primi fiori e l'erba nuova, luccicano nei prati dischiusi alla luce del primo mattino mentre, nell'ombra umida del bosco, sui rami nudi degli arbusti e delle piante adulte e sulle loro foglie morte ancora appese o sparse sul terreno, le gocce restituiscono l'immagine capovolta della boscaglia e delle cime innevate che vi si specchiano. Sono gocce trasparenti, limpide, che come lenti vetrose riescono talvolta ad ingrandire, a dilatare, deformandole, le venature della vegetazione, la fitta peluria grigiastra dei gattici in boccio, dei petali delle primule, dei crochi e degli anemoni su cui riposano. Ma son pure piccoli diamanti che sparsi sugli aghi dell'abete, sulle foglie secche della roverella e sugli amenti del salicone riflettono i raggi del sole, rimandano sfavillante bagliori esibendosi in luccichii lampeggianti che dopo l'acquazzone della notte sembrano festeggiare il ritorno del bel tempo.





Procedo lentamente e spesso mi fermo attratto da un fiore bagnato e vistoso, da una farfalla che al primo sole asciuga e riscalda le ali, dai muschi grondanti, dalle cortecce e dai licheni fradici, dalle gocce che brillano sui rami spogli, sulle gemme e sulle minuscole e tenere foglioline primaverili.
La natura, che riprende a vivere dopo il letargo invernale, mi regala aspetti paesaggistici inusuali assieme a immagini inconsuete e sorprendenti di un microcosmo arricchito dall'acqua della notte risplendente nel sole del mattino. Immagini che tento di immortalare, scatto dopo scatto, cercando di “cogliere l'attimo” con la “giusta” composizione, con la “giusta” luce, con lo sfondo “giusto”... ma non è sempre facile e i risultati sono spesso al di sotto delle aspettative. Non sempre le fotografie restituiscono la bellezza di ciò che si è visto, l'incanto dell'osservazione dal vivo, l'emozione dell'esplorazione diretta... vera, concreta.



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