La "Casa degli Affreschi" a Ossana







Nell’agosto del 2000 una eccezionale scoperta è stata fatta casualmente in una antica casa nel Comune di Ossana.  Durante dei lavori di manutenzione dell’immobile sono apparsi degli affreschi di notevole pregio storico-artistico risalenti al XV secolo.
Avrei voluto ammirarli ma finora non mi è stato possibile perché, nell'attesa dei lavori di restauro, la casa non è aperta al pubblico e solo in rarissime e speciali occasioni è possibile accedervi.






Leggo che nel censimento 2016 dei “Luoghi del cuore”, promosso dal "Fondo Ambiente Italiano", la “Casa degli affreschi” ha ottenuto ben 3167 voti (compreso il mio) risultando il luogo più amato in regione (Trentino-Alto Adige) e classificandosi al centesimo posto tra i moltissimi luoghi segnalati (ben 33264) a livello nazionale. Auguriamoci che questo ottimo risultato stimoli finalmente chi di dovere a finanziare le attività di restauro degli affreschi ma anche gli interventi di consolidamento dell'intero edificio in modo da renderlo fruibile al grande pubblico come, da qualche anno, lo è il vicino Castello di San Michele.






Nel frattempo mi permetto di pubblicare alcune immagini degli affreschi scaricate da vari siti Internet per far conoscere a chi segue il mio blog, l'esistenza di questo gioiello storico-artistico che, dopo il provvedimento di tutela e alcuni iniziali lavori di consolidamento (a cura della dei Commissione Beni Culturali della P.A.T.)  e nonostante l'interessamento degli amministratori comunali e le proposte di restauro pubblicate in  una approfondita tesi di laurea (“La casa degli affreschi di Ossana in Val di Sole – Ciclo pittorico, conservazione e proposte di intervento”di Elisa Zeni), giace in totale abbandono per mancanza di adeguate sovvenzioni.








Questa la breve presentazione della "Casa degli affreschi" ripresa direttamente dal sito del FAI.

"L'antico edificio, conosciuto come "casa degli affreschi", sorge nel centro storico di Ossana, a metà strada tra la chiesa di San Vigilio e il castello di San Michele. La casa degli affreschi è un bene importante per il suo valore architettonico e storico artistico. La struttura, infatti, è un rarissimo esempio di casa medievale: l'impianto conserva un androne voltato al piano terra con pilastri e arcate in parte tamponate, una volta unghiata e una colonna lignea di foggia gotica al primo piano e una copertura a volta botte al secondo. All'interno si trova una notevole decorazione pittorica quattrocentesca rimessa in luce nell'estate del 2000 a seguito di alcuni lavori di manutenzione dell'immobile. Il ciclo affrescato è di particolare interesse per la Val di Sole e per la storia dell'arte trentina perché, accanto a soggetti religiosi, presenta anche scene a carattere profano. Assai rari sono gli apparati decorativi risalenti a quell'epoca e di tema non sacro realizzati su edifici civili che non siano castelli o residenze signorili. Alcuni aspetti iconografici e stilistici rimandano alla produzione dei Baschenis, altri rivelano una componente veneta. Sottoposta al vincolo di tutela da parte della commissione per i beni culturali della Provincia di Trento, la casa è oggi di proprietà del Comune di Ossana che ha pronto un progetto di restauro complessivo in attesa di finanziamento.”


Presagio di primavera


16 marzo.   E' quasi primavera.

L'inverno è stato lungo, freddo e opprimente ma ora si inizia finalmente a respirare, a respirare una nuova aria, l'aria tiepida e profumata della primavera. Certamente il primo guizzo della bella stagione non basta a rassicurare, molta neve potrà ancora cadere a ricoprire le cime ma non solo, anche ad imbiancare il fondovalle.
Però la scoperta dei primi crochi e delle prime primule nell'angolo più riparato e soleggiato del giardino allietano l'anima, risvegliano la mente e risuscitano le membra intorpidite dall'ozio invernale. Rinasce così la voglia di muoversi e già si vagheggiano nuove avventure sui monti della valle. Si programma e nel frattempo il pensiero viaggia a ritroso nel tempo rammentando le mete delle imprese passate e rivivendo le escursioni più belle della scorsa stagione.



Poi la mente si sofferma nel ricordo dell'ultima passeggiata autunnale tra i boschi e i pascoli a monte di Ossana. Ultima lunga camminata prima di lasciare la valle per svernare in città.
Quanta malinconia... Mi attendevano i lunghi mesi freddi da trascorrere lontano dai miei monti. Il ritorno della bella stagione sembrava lontanissimo, quasi irraggiungibile. L'atmosfera tardo autunnale, umida e nebbiosa accentuava la tristezza del distacco imminente.





Camminavo lungo le stradine e i sentieri deserti della Val Piana accompagnato solo dal leggero borbottio delle magre acque del rio. Non un cinguettio di uccello, non uno scampanio di mucca al pascolo. L'estate era ormai lontana. Tutto era silenzio sui prati bagnati, impregnati di rugiada.





Non c'era più il sole abbagliante che solo qualche settimana prima ravvivava i ricchi colori d'inizio autunno. Le belle, vivaci tinte autunnali erano ormai in gran parte spente. Resisteva a fatica solo il rosso delle bacche dei cespugli di rosa canina e del crespino ma era un rosso smorto, un rosso opaco.




I cespugli ergevano verso il cielo pallido e appannato i loro ramietti spogli: triste ed inquietante avvisaglia dell'inverno ormai prossimo... Le foglie erano in gran parte cadute e coprivano il sentiero di un manto fradicio, già marcescente ed odoroso. Gli aghi dei larici, ad ogni minimo alito di vento, si staccavano, si libravano nell'aria, si disperdevano nei dintorni, planando infine sul terreno in sottili cuscini brunastri..



La nebbia si insinuava tra le conifere dei ripidi boschi d'alta quota, si posava morbida sui pendii rocciosi, saliva e avvolgeva le cime penetrando in ogni anfratto. Poi lentamente scompariva aprendo per qualche istante il minuscolo scenario delle cime illuminate da un languido sole. Quindi la nebbia ricompariva, ricopriva i versanti restituendo nuovamente al paesaggio un aspetto opaco e ovattato. Era un gioco a nascondino che si ripeteva e si ripeteva più volte. Erano cime, creste e picchi rocciosi che apparivano e scomparivano tra frange e ciuffi di nebbia in costante movimento.




Il silenzio, l'umidità, la nebbia, le ombre, i colori spenti sembravano invocare anche il freddo, e con il freddo la neve. Sì, sembravano invocare la neve, chiamare a gran voce una nevicata in grado di ricoprire una valle sofferente, quasi agonizzante, ormai incapace di riaprirsi alla vita se non dopo il riposo invernale, dopo una lunga pausa sotto un candido manto.






Ma ai pedi dell'acero, tra le foglie secche, in un cantuccio del bosco ben esposto e ben protetto dal vento freddo, facevano capolino, del tutto fuori stagione, alcuni fiorellini rosa, freschi, appena spuntati... Una vera sorpresa, un fatto quasi incredibile vista la stagione...



Ma forse chissà... forse si trattava di un evento ben programmato, preordinato da madre natura per alleviare al tristezza del distacco, per attenuare la malinconia dell'autunno, per regalare speranza. Forse era solo un presagio... un minuscolo anticipo di quello che comunque sarebbe stato, che comunque prima o poi sarebbe accaduto... Un segno per ricordarci che al triste, lungo sonno invernale sarebbe comunque seguita una nuova primavera con un nuovo stupendo risveglio e tanti, tantissimi fiori.

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Gelidi giochi di luce










La primavera è alle porte, le giornate si sono allungate, il sole è tiepido ma solo ora, e siamo in marzo, si assiste finalmente a qualche intensa nevicata che però riesce ad imbiancare unicamente le quote più elevate.




L'inverno è agli sgoccioli ed è stato, secondo i più, un inverno molto strano, un inverno anomalo per quanto concerne le precipitazioni, per lungo tempo del tutto assenti e complessivamente assai scarse. Siamo di fronte ad una nuova anomalia meteorologica che sommata a tante altre sembra trasformarsi da eccezione a consuetudine, significativo specchio dei mutamenti climatici in atto... almeno così si dice in giro.

Anche l'inverno di un anno fa fu avaro di neve così come lo furono molti degli inverni precedenti. Ripercorrendo a ritroso l'ultimo decennio incontriamo però anche degli episodi di nevicate eccezionali. Chi non ricorda la “grande nevicata” dell'inverno 2008-2009? Ormai sembra proprio che non esistano mezze misure, o non nevica o nevica fin troppo... nevica fin troppo... come è accaduto anche quest'anno, non da noi ma nel già martoriato Centro Italia. Il clima sembra stia decisamente cambiando e l'enfatizzazione degli eventi meteorologici estremi è un sintomo ben percettibile da chiunque, soprattutto per le inevitabili ripercussioni a livello economico, ripercussioni che probabilmente in futuro si andranno sempre più accentuando.





Comunque almeno le temperature, se non le precipitazioni di quest'inverno che volge ormai al termine, mi sono sembrate nella norma, abbastanza rigide quasi come quelle dei miei ricordi. Mi piace quindi rivedere le gelide immagini di quest'inverno avaro di neve ma non certo avaro di freddo e di ghiaccio.

Immagini scattate a fine dicembre lungo i torrenti che scorrono sul fondovalle e risalendo le sponde dei minuscoli e ripidi rivi che scendono dai versanti della valle. Si potrebbe pensare che si tratti di fantasiose sculture, sculture di ghiaccio, se non fosse che sculture non sono perché il gelo non scolpisce, non toglie materia ma eventualmente modella, aggiunge materia. Il freddo solidifica l'acqua liquida in veli che si sovrappongono a veli, strati che condensano e si accavallano a strati creando forme bizzarre e astratte. Freddo sempre guidato da una imperscrutabile mano che sembra seguire gli infiniti, mutevoli suggerimenti legati al mutare delle temperature, delle portate, degli schizzi e dei percorsi dell'acqua.





E così l'acqua prigioniera, l'acqua indurita dal gelo vive per il lungo periodo invernale un'esistenza diversa, un'esistenza statica, immobile, sfiorata dallo scorrere dell'acqua liquida, libera, dinamica, che le passa accanto sfuggendo alla morsa del freddo.





Magico abbinamento quello delle due acque, dell'acqua solida e dell'acqua liquida. Accoppiata foriera di mille incantevoli luccichii, di giochi di luce, di bagliori emergenti dalle cristalline sfaccettature del ghiaccio e dall'argenteo sfavillare degli spruzzi d'acqua liquida tra le rocce e i massi neri del torrente e tra i muschi scuri, verdastri e bavosi del ruscello in abito invernale.







Gelidi chiarori, luce riflessa dal ghiaccio levigato e splendente e dal ghiaccio sfaccettato e brillante...






Astratte costruzioni luccicanti tra il precipitare e il ribollire delle acque. Luminose formazioni gelate tra lo scrosciare di cascatelle tumultuose. Splendenti candele di ghiaccio tra il gocciolare borbottante dell'acqua nel rigagnolo intirizzito.


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Un curioso incontro


Un comportamento apparentemente curioso quello del camoscio che ebbi modo di osservare a lungo, con il mio amico,  durante l'ultima escursione in Val de la Mare nel Parco dello Stelvio alla fine dello scorso ottobre. Già ne ho scritto in un altro mio post ma vale la pena riparlarne perché si trattò davvero di un incontro alquanto singolare .



Arrancavamo lentamente nella neve sul pendio che porta al Lago delle Marmotte. Eravamo partiti in mattinata da Malgamare diretti verso il Careser per effettuare il classico “giro dei laghi” in direzione contraria a quella usuale. Dopo una breve sosta sulle sponde del Lago della Lama, raggiunta la diga e il Lago Nero ci stavamo finalmente avvicinando, dopo tanta fatica nella neve fresca, alla discesa verso il Rifugio Larcher. Speravamo di scorgere i branchi di camosci che generalmente stazionano in questa zona durante l'autunno.





Vana speranza... tranne quattro cinque esemplari avvistati presso il lago della Lama, tra i rododendri al limite del bosco, nessun altro camoscio era apparso, nemmeno in lontananza... inutile lo “sbinocolare” continuo del mio amico sulle creste innevate sopra il Lago Lungo dove un anno fa ne osservammo e fotografammo a lungo un numerosissimo gruppo.






Ho ormai perso ogni speranza quando il mio amico, dalla vista acuta, individua in lontananza il tanto sospirato camoscio. Io non riesco a vederlo... Poi con il binocolo finalmente lo inquadro.





Disteso nei pressi del crinale che precipita sul sentiero che scende a valle dal rifugio Larcher, si confonde con le scure rocce che emergono dalla neve. Probabilmente un maschio solitario che riposa vigilando sulla stupenda corona di cime immerse nelle nebbie: Il Vioz, il Palon de La Mare, il Cevedale. Beato lui...




Ci avviciniamo avanzando sul sentiero innevato, lentamente, in silenzio, con circospezione. Il camoscio evidentemente ci ha avvistati da tempo e di tanto in tanto ancora ci fissa distogliendo lo sguardo dai monti, tranquillo, senza dare segni di irrequietezza. Scatto alcune fotografie... la luce del mezzodì non è delle migliori, il cielo, bianco di nubi e vapori sottili, diffonde una luce uniforme su di un paesaggio piatto, pure bianco ma di neve. O questo o nulla...



Il camoscio non si muove. Attendiamo a lungo, in piedi sul sentiero, sperando che il camoscio si rianimi, che si alzi per poterlo fotografare, magari in corsa lungo la cresta sullo sfondo delle cime. Niente. Il camoscio non si sposta e prosegue ben disteso e impassibile le sue meditazioni. Certo, siamo nel bel Parco e la fauna selvatica non teme più di tanto l'uomo, è abituata alla presenza degli escursionisti che, nella bella stagione, a frotte calcano ininterrottamente questi sentieri. Se ci fossimo trovati in un territorio di caccia il nostro camoscio sarebbe fuggito ancor prima di essere scorto.




Che fare? Avvicinarci ulteriormente lasciando il sentiero e avanzando tra massi e sfasciumi coperti di neve fresca e morbida che nasconde buche e cavità insidiose, ci sembra troppo pericoloso. Semplicemente decidiamo di non sussurrare più ma di parliare e gesticolare normalmente. Forse così riusciremo a scuotere il camoscio dal suo torpore. Infatti... finalmente il camoscio si alza... 







...Lentamente si muove, due passi, si ferma, urina (è proprio un maschio...), ci osserva...







...osserva i dintorni, le cime, il cielo, ancora due passi, si ferma, prosegue lentamente...







...chissà, forse sta per iniziare la sua folle corsa lungo il crinale.







Sono pronto, pronto a riprendere i suoi fantastici balzi...







...ma no! Che fa? Lentamente discende dal crinale verso di noi.







Tre quattro passi, poi un salto...







Si ferma su di un minuscolo pianoro, lo esamina, si guarda attorno...







...lo riesamina e infine con gli zoccoli e con il muso lo libera dalla troppa neve...







...e vi si sdraia. Sì, si sdraia nuovamente, all'ombra, ben riparato dal vento e dal sole malato.






Riprende la sua tranquilla meditazione, ci guarda e pure noi lo osserviamo, perplessi, abituati a comportamenti ben diversi al di fuori del territorio del parco dove la distanza di fuga dei selvatici è ben altra.







Non ci resta che proseguire la nostra faticosa salita.







Ancora poche centinaia di metri e inizierà la sospirata discesa verso il rifugio.






Di tanto in tanto ci fermiamo, sostiamo qualche attimo e osserviamo il nostro bel maschio, laggiù in basso, sempre più lontano.






Osserviamo il nostro camoscio che imperturbabile prosegue il suo riposino nell'attesa del periodo degli amori, ormai prossimo, che lo costringerà sicuramente ad essere molto più attivo. Così almeno dovrebbe essere.








Mah... mi sorge un dubbio... non è che magari quella che appare come una curiosa condotta non sia il normalissimo comportamento di un tranquillo maschio di camoscio che si fa i fatti suoi perché non teme l'uomo e si sente sicuro all'interno di un territorio dove non si pratica la caccia? Non è che invece siano anomali i comportamenti dei selvatici che stressati dai continui agguati dei cacciatori al di fuori del Parco fuggono appena percepiscono un minimo fruscio o semplicemente annusano un odore estraneo? Non è che sia la caccia esasperata, la caccia esercitata anche quando non è ambientalmente strettamente necessaria, la caccia esercitata in un territorio che potrebbe ospitare in equilibrio popolazioni ben più numerose di selvatici, la caccia esercitata solo per hobby, che modifica i comportamenti dei selvatici terrorizzandoli e rendendo loro la vita impossibile? 


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La centrale idroelettrica di Pònt

Centrali idroelettriche in Val di Sole tra passato, presente e futuro.



Passato e presente


Una volta l'anno, in estate, la centrale idroelettrica di Pont, alla periferia di Cogolo in Val di Pejo, sulla strada che porta a Malgamare, apre le porte al pubblico e tutti, turisti e valligiani, la possono visitare accompagnati dagli addetti HDE (Hydro Dolomuti Enel). Si possono così scoprire e toccare con mano i segreti della trasformazione dell'energia idraulica in energia elettrica.




Approfitto di questa occasione attratto soprattutto dalle caratteristiche architettoniche dell'imponente fabbricato della centrale che da sempre osservo con curiosità passandovi accanto durante le mie escursioni in Val de La Mare. Gli aspetti puramente tecnici, gli approfondimenti specialistici, mi appassionano meno così come quelli “storici”, relativi alle vicende costruttive di questo impianto.
Del resto in valle tutti, tranne forse i più giovani, ricordano o quantomeno hanno sentito parlare della cosiddetta “epopea idroelettrica” che iniziata con la costruzione della centrale di Malgamare e della diga de Careser tra la fine degli anni Venti e la metà degli anni Trenta è proseguita e si è conclusa negli anni Cinquanta con la realizzazione del bacino di Pian Palù. La centrale di Pònt, realizzata tra il 1926 e il 1929 sfruttava inizialmente solo le acque del bacino del Careser provenienti da Malgamare alle quali si sono aggiunte negli anni Sessanta quelle derivate dalla diga del Palù. Nel complesso queste opere comportarono un mastodontico lavoro che richiese l'arrivo di maestranze da tutto il Nord Italia rivoluzionando la realtà economica e sociale della valle. L' “epopea idroelettrica” portò occupazione e quindi un relativo benessere in valle ma portò anche casi di silicosi, infortuni e lutti.




E oggi? Certo i progettisti di queste opere non immaginavano un ritiro così rapido e imponente dei ghiacciai che alimentano le dighe. Colpa dell'effetto serra imputato dai più all'attività umana. C'è da domandarsi che ne sarà dei bacini idroelettrici tra qualche decennio con il cambiamento climatico in corso e il probabile venir meno dei ghiacciai. Si riuscirà a riempire completamente l'invaso?


Entrato nella sala macchine prima dell'arrivo in massa del grande pubblico mi intrattengo a lungo con un addetto della centrale che soddisfa pazientemente alcune mie curiosità consentendomi anche di scattare alcune foto per questo mio blog. Resto sorpreso e affascinato dalla ricercatezza formale dell'edificio ma soprattutto dalla cura degli abbellimenti degli spazi interni. Mai avrei sospettato che questo fabbricato nato per produrre energia elettrica nascondesse una architettura così raffinata e di così grande pregio offrendo al visitatore uno incredibile ricchezza estetica e un straordinaria accuratezza nei dettagli.


Questa centrale è veramente un prezioso esempio di architettura industriale, un esempio più unico che raro: seppure da profano lo posso affermare senza indugi. Più tardi una veloce ricerca in internet me lo confermerà regalandomi alcune interessanti annotazioni su questa esemplare costruzione all'alba dei suoi novant'anni.
Prima di lasciare la centrale assisto nel suo cortile, ad una dimostrazione dell'antico procedimento di filatura della fibra del lino (organizzata dall'Associazine “Linum” Piccolo Mondo Alpino) che in tempi ormai lontani (ma probabilmente anche ai tempi del'”epopea idroelettrica”) era una pratica abituale nella vita contadina della valle.

Presente e futuro


Poi durante il rientro in auto osservo da lontano, dalla strada che da Cogolo scende lungo la valle, due centrali nuove, appena completate lungo il corso del fiume Noce. Non sono le sole. Altri impianti idroelettrici sono recentemente entrati in funzione o stanno per essere completati nel bacino del Noce. Molti altri se ne vorrebbero realizzare ma le richieste di nuove derivazione d'acqua necessarie per il loro funzionamento stanno suscitando discussioni e controversie. Da quanto sento e leggo sono molti i valligiani che si stanno organizzando (“Comitato per la difesa del Noce”) per bloccare lo sfruttamento idroelettrico del Noce. In effetti, per quanto ne so, le domande di sottrazione d'acqua a fini idroelettrici sono veramente tante e e penso che si renderà necessaria una moratoria per permettere di valutare approfonditamente il grado di sostenibilità ambientale di ciascuna richiesta.
Detto questo credo che, nel grande polverone, si possa alla fin fine vedere in modo chiaro il reale motivo del contrasto. Il tutto si riduce fondamentalmente ad uno scontro tra opposti interessi economici. Da una parte il grande business del momento, il business delle centrali dove conta solo l'incasso per gli investitori, per il pubblico o il privato che sia, e dall'altra il timore di perdere i proventi del turismo legato all'acqua (rafting, canoa, campionati vari sulle acque del Noce, pesca sportiva... e relativi lucrosi indotti) Questa la sostanza del contendere e della conseguente mobilitazione contro lo sfruttamento idroelettrico. Mobilitazione che coinvolge la popolazione colorandosi di “ecologismo” a difesa del Noce... "Ecologismo" che in altre situazioni di sfregio ambientale spesso connesso al cosiddetto “sviluppo turistico” mai si era visto, mai si era fatta ammiraro (se non in tempi molto lontani)...e mai si vede tuttora... anzi!.
E' fuori di dubbio che gli impianti idroelettrici lungo il fiume possono creare scompensi di varia natura ed entità diminuendo e alterando la portata dei corsi d'acqua ma, a mio parere, se il rilascio d'acqua rimane consistente, il danno è probabilmente molto contenuto... I nostri corsi d'acqua sono già intaccati da una elevata antropizzazione (dighe a monte e centrali già esistenti, opere di sistemazione idraulica, cave, agricoltura con malghe, stalle, concimi e fitofarmaci, industrie lungo gli argini, riversamenti inquinanti più o meno accidentali, pesca con ripopolamenti e immissione di specie ittiche non autoctone, manifestazioni e attività sportive sull'acqua... acque nere e rifiuti che in passato trovavano l'unica collocazione nel Noce...) e non si può certo affermare che siano ambienti da preservare integralmente perché vergini e di grande pregio naturalistico. Tuttalpiù alcuni tratti sono in via di parziale, inevitabilmente limitata rinaturalizzazione. Comunque nel complesso la sitazione dei corsi d'acqua è già alterata e le nuove eventuali centrali non dovrebbero aggravarla più di tanto... Gli impianti idroelettrici, se ben progettati (con il dovuto rilascio d'acqua che tenga anche conto dei periodi di magra e degli effetti del possibile cambiamento climatico sulle portate) dovrebbero avere un impatto sui corsi d'acqua più di natura paesaggistica (certamente importante e da non sottovalutare) che di valenza ecologica. Queste le mie impressioni da profano...
A mio parere (io pure mi permetto di dire la mia...) il problema andrebbe affrontato con uno sguardo al futuro che è alle porte, un futuro climaticamente preoccupante e di cui già si intravedono i primi segnali. Andrebbe affrontato con una visione ambientalmente allargata ad un contesto più ampio che supera i confini della valle e non si restringe a valutazioni naturalistiche limitate al locale e magari orientate a senso unico dalle parti in gioco. Andrebbe considerato e risolto non solo alla luce di venali, immediati interessi (pure importanti) e dei riflessi più o meno negativi sul nostro ambiente fluviale (come ho detto contenuti e comunque contenibili) ma alla luce dell'importanza fondamentale e prioritaria dell'utilizzo di fonti rinnovabili di energia, come quella idraulica, nel contrastare l'emergenza climatica. Meno anidride carbonica, meno effetto serra, meno preoccupazioni per i futuri decenni che se le cose non cambieranno radicalmente si prevedono molto caldi e secchi con ghiacciai quasi inesistenti, meno piogge, meno neve (già ora cannoni “sparaneve” all'opera, ghiacciai sciabili ben infagottati...), con possibili fiumi in secca e forse gommoni e canoe all'asciutto per lunghi periodi... in ogni caso... Certo l'apporto di energia pulita della Val di Sole con le eventuali nuove centrali è ben poca cosa nel contesto globale ma tutto è utile e tutto può servire e ognuno correttamente dovrebbe fare la propria parte seppure piccolissima... ... naturalmente con equilibrio, dopo attenta valutazione della sostenibilità ambientale di ciascuna nuova realizzazione...