Nel Parco dello Stelvio: da Malga Giumela a Pian della Vegaia e alla Cascata Cadini


Sui monti di Pejo, tra passato e presente.



Lunga camminata sulle strade sterrate del versante sinistro della Val del Monte, interessante escursione alla scoperta di alcuni siti alpestri, siti multiformi, che furono e ancora sono, variamente sfruttati dall'uomo, dall'uomo che popola permanentemente la zona, ma anche, indirittamente, dall'uomo che risiede in altre località, più o meno molto lontane.



Al Fontanino di Pejo, raggiungibile in auto, si imbocca la strada bianca, preclusa al traffico veicolare, che (in meno di mezz'ora) porta sulle sponde del bacino artificiale di Pian Palù. Quassù uno spesso sbarramento, realizzato durante gli anni '50 del secolo scorso, trattiene le acque del torrente Noce, creando, alle sue spalle, una vasta superficie liquida dall'intenso colore verde smeraldo: un lago, che un tempo non esisteva. Una nuova risorsa... un lago paesaggisticamente molto attraente e quindi anche turisticamente attrattivo, ma soprattutto una fonte di energia pulita, di energia rinnovabile a disposizione di tutti anche di coloro che abitano nelle città di pianura.






A monte del lago un'ampia stradina risale degli erti pascoli. Seguendola si arriva (in una mezz'oretta) ai due edifici che compongono Malga Giumela: un rustico stallone e l'abitazione dei pastori recentemente ristrutturata.





Nonostante l'autunno sia alle porte la malga, grazie alla sua favorevole esposizione, è ancora aperta, è ancora monticata. Lo annuncia, sulla porta della casera, il furioso abbaiare di un cane pastore subito zittito dal suo padrone. Ma dove sono le mucche? Sono scomparse...le mucche non si vedono proprio... ma ecco... ecco le loro tracce, fresche e ben disseminate...






Si dirigono sulla destra, verso il Prà di Palù a valle dei pendii della Val dei Orsi... Seguiamole... Una decina di minuti di strada sterrata nel bosco seguendo il percorso della mandria e... quasi all'improvviso, si apre un panorama del tutto nuovo, una vista del tutto diversa.






E' l'ampio bacino della Valle degli Orsi delimitato da un lato dai versanti che salgono verso la Cima Frattasecca e dall'altro lato dai picchi rocciosi delle Mandriole. Al centro, verso la sommità, le rupi che sconfinano con la Punta Cadini e le, solo intuibili, cime della Giumela e del San Matteo.






Ed ecco le mucche di Malga Giumela, sono davvero numerose... Brucano in piedi o ruminano tranquillamente distese al sole, sui prati ancora vedi, che si aprono alla base dei ripidi pendii della valle .



L'alpeggio delle mucche! Una pratica estiva che da secoli consente un utilizzo complessivamente sostenibile della montagna... Si sfrutta l'erba profumata cresciuta spontaneamente nelle praterie in quota, in quei territori marginali dove accanto agli animali selvatici possono benissimo trovare la loro collocazione anche i bovini, gli ovini e i caprini degli allevatori locali. La monticazione è una pratica che, in alcune zone, sta conoscendo una rinnovato impulso anche nell'ottica di un vantaggioso raccordo con l'escursionismo, con il turismo ambientale e, perché no, pure con il turismo gastronomico.






Lasciato il Prà di Palù si attraversa il Rio Vegaia su di un ponte di recente ma alquanto impattante fattura e si inizia la discesa nel bosco; una breve camminata che conduce al Pian della Vegaia.






Dieci, quindici minuti e ci si ritrova in quella che, durante la grande guerra, fu una “cittadella militare”, un insieme di magazzini, infermerie, forni, macellerie... e baracche che arrivarono ad ospitare fino a seicento tra soldati e ufficiali.





Oggi si presenta come un terrazzo panoramico, in prato alberato, caratterizzato dai resti delle trincee che furono scavate a difesa del sito. Più in basso, lungo un ripido costone (Stoi de la Vegaia), si rinvengono pure delle gallerie e dei bunker che, al tempo, funsero da deposito di armi e munizioni.




A Pian della Vegaia doveva essere realizzato un forte, Forte Montozzo, che in coppia con ForteBarbadifior, posto su di uno sperone roccioso che emerge dal fondovalle, avrebbe dovuto contrapporsi ad una eventuale invasione dei “regnicoli”. Quel forte non fu mai realizzato ma la zona fu comunque fortificata divenendo il principale supporto logistico austroungarico del fronte della Val di Pejo. Uno “strategico” guerresco utilizzo della zona... che si spera non si ripeta mai più.





Oggi questa località richiama numerosi visitatori che, spesso accompagnati da una guida, percorrono il “Sentiero della Grande Guarra” predisposto alcuni anni fa dalle maestranze del Parco dello Stelvio e Pian Della Vegaia con Forte Bardafior sono senza dubbio i siti di maggior interesse storico ma anche paesaggistico del percorso.



Ma ora conviene proseguire lungo la strada militare della Vegaia che lentamente si dirige verso il fondovalle, verso Malga Termenago Bassa (oggi ristorante Malga Frattasecca) e immediatamente dopo verso la strada asfaltata per il Fontanino di Pejo. Ne vale la pena anche perché non si può fare a meno di ammirare quest'opera viaria di alta montagna che dopo più di cent'anni resiste imperterrita all'usura del tempo... una concreta dimostrazione delle abilità progettuali e costruttive dell'esercito austro-ungarico...






Raggiunto il primo tornante (una mezz'oretta di cammino in discesa) si imbocca il sentiero che porta al Laghetto di Còvel e subito si raggiunge una cascata: è la Cascata Cadini.




Sorprendentemente il sentiero attraversa il salto roccioso della cascata a metà altezza... Sì, proprio a metà altezza perché le acque che copiose precipitano fragorosamente dall'alto vengono intercettate a metà corsa da una robusta opera di captazione che le convoglia nella lunghissima galleria che partendo dalla diga del Palù raggiunge la località Gaggio, a monte di Pejo Paese... e dal Gaggio le acque precipitano nella condotta forzata della centrale idroelettrica di Pònt a Cogolo.




Cascata “dimezzata” quindi ma comunque ancora spettacolare, soprattutto se ammirata dalla piattaforma panoramica recentemente realizzata, dalle maestranze del Parco, poco a monte del nostro sentiero, (una piattaforma agibile però solo d'estate).
Cascata “dimezzata” si diceva, un ulteriore esempio di utilizzo delle risorse della montagna da parte dell'uomo... un utilizzo da ben ponderare in tutte le sue implicazioni, economiche ma soprattutto ambientali, positive o negative che siano...



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Quando “el Nos l'é rabios”...

Quando il Noce è arrabbiato...



Quando il fiume Noce, i suoi affluenti principali, i torrenti Vermigliana, Meledrio Rabbies, e i numerosi rii che vi si riversano precipitando dai ripidi fianchi dei monti, si gonfiano oltremisura, per le piogge persistenti o per degli improvvisi e tempestosi temporali, per la nostra zona sono guai seri. E lo sono soprattutto quando i versanti, in particolare il morenico e instabile versante destro della valle, iniziano a franare, scavando profonde incisioni e riversando a valle enormi quantità di materiale, limo, sabbia e massi do ogni dimensione.... E i “guai” ci sono stati anche pochi giorni fa. Un nuovo disastroso evento si è infatti verificato, mi vien da dire per l'ennesima volta, nella Media Valle, a Dimaro, dove il Rio Rotian ha trascinato in paese i detriti franati nella parte alta del suo alveo provocando morte (una vittima), terrore, panico e angoscia ed ingentissimi danni materiali.




Ho scritto “per l'ennesima volta” perché nel corso dei secoli e dei decenni sono stati moltissimi gli accadimenti analoghi che hanno funestato il quieto vivere di questa operosa valle di montagna. Frugando qua e là tra i volumi e i volumetti della nella mia libreria ha rinvenuto alcuni scritti che riportano le date dei più disastrosi eventi alluvionali che colpirono la Val di Sole e in particolare l'Alta Valle, specificatamente la conca di Ossana con la sua frazione di Fucine.



Scrive Quirino Bezzi nel suo libretto “La Valle di Sole” (Ed. Artigianelli 1959) riferendosi alla zona di Fucine: “...Le vecchie case un tempo sorgevano sulla destra del torrente, ma questo, aiutato dalle frane della val Cavagna e della val Foresta scendenti dai piani della Selva di Barco, più volte le asportò, spesso cambiando di letto così come nel 1425 ((?)Nelle locali pergamene Fucine viene citato per la prima volta solo nel 1463 come “Villa Nova Fucinarum”), nel 1772, nel 1789, nel 1796 e nel 1846 quando l'impeto delle onde demolì la chiesa di S. Carlo, poi ricostruita nel centro del villaggio......”



Anche Giovanni Ciccolini nel suo prezioso volume “Ossana nelle sue memorie” (Tip. Ed. Solandra 1943 – riedizione del 1992 a cura del Centro Studi per la Val di Sole) cita le date delle più gravi inondazioni che funestarono la zona in questione: “Le nostre carte ricordano alcune inondazioni nell'Alta Valle, come quelle del 1578, 1665, 1757, 1772, 1778 (?), quella tremenda del 1789, causa la quale la nostra pieve ebbe in abbuono di fiorini 445,36 sull'imposta provinciale e l'ultima non meno disastrosa del 1850. (Il Brentari ricorda anche quelle del 1796 e del 15 agosto del 1846....”


Altro non ho trovato se non negli scritti di mio nonno (morto nel lontano 1966) raccolti in un tomo, per “solo uso familiare”, dal titolo “Memorie”. Il nonno nel capitolo “Alluvioni di Fucine ed Ossana” scrive: “….spiace che nessuno abbia lasciato memoria delle antiche alluvioni che danneggiarono e addirittura travolsero le poche case di cui il villaggio era costituito. Ho rinvenuto in un vecchio manuale, l'annotazione che qui riporto integralmente: <<negli anni 1772, 1778 e 1798 la furia distrusse quasi tutta la Villa (Fucine), lasciando intatta la chiesa ma ai quindici agosto 1846 travolse anche questa e l'inondazione del 1868 condusse parte delle sue rovine...>> Questo è tutto: per altre notizie non mi resta che rimettermi alla tradizione......”

l nonno prosegue ricordando l'alluvione del 1882 e quella del 1886 che rammenta lucidamente (aveva allora otto anni) e racconta in una coinvolgente narrazione che ho ritenuto di riportare quasi per intero più sotto.... aggiungendovi i miei ricordi che, molto più recenti, risalgono alle alluvioni del 1960 e del 1966 e ad altri eventi di minore impatto.
Come si è visto eventi alluvionali più o meno disastrosi funestano da sempre la valle così come funestano molti altri territori per non dire l'intera superficie terrestre. Sono accadimenti inevitabili... i monti sono inesorabilmente destinati ad appiattirsi, a poco a poco, nel corso dei tempi, tempi lunghissimi. Le opere di sistemazione idraulica e forestale possono solo rallentare e contenere il processo cercando di salvaguardare il più possibile gli insediamenti umani.


Va riconosciuto che, da noi, gli interventi a salvaguardia dei centri abitati, delle vie di comunicazione, delle campagne non sono mancati e che molto si è fatto non solo in questi ultimi anni... non mancano di certo i muri di sponda, le arginature, le briglie, anche filtranti, i bacini di espansione e di deposito... le opere di consolidamento delle frane, i paravalanghe... ma evidentemente questo non basta. Non è possibile evitare che si verifichino comunque degli accadimenti calamitosi soprattutto di fronte al mutare delle condizioni climatiche, al cospetto di un cambiamento climatico che drammatizza lo scenario accentuando la frequenza e l'intensità degli eventi meteorologici estremi.

E' sotto gli occhi di tutti che la pioggia non scende più come un tempo quando solitamente le alluvioni venivano causate da piogge persistenti, non intensissime ma che non cessavano mai gonfiando rivi, torrenti e fiumi a poco a poco. Oggi i tempi si sono ridotti, piove a dirotto e le precipitazioni (le cosidette “bombe d'acqua”) sono spesso accompagnata da bufere di vento che spianano i boschi, tempeste (che qualcuno definisce tropicali) che mettono in crisi soprattutto i piccoli bacini idrografici gonfiando a dismisura rigagnoli e torrentelli provocando erosioni, frane per crollo e smottamenti. C'è molta più energia nell'atmosfera, energia che si scarica sulla terra producendo fortunali finora sconosciuti. C'è più calore e i ghiacciai si ritirano, scompaiono, il permafrost si squaglia e i vasti territori d'alta montagna diventano instabili, fragili...


Come affrontare la situazione? Non spetta certo a me stabilirlo elargendo ricette risolutive che, comunque, credo non esistano proprio. Rifletto, penso ed espongo il mio pensiero. Penso e auspico che si faccia molto di più a livello mondiale per contenere il cambiamento climatico, per limitare il riscaldamento globale evitando drasticamente l'immissione in atmosfera di ulteriori quantitativi di gas serra; penso e auspico che accanto alle istituzioni anche le singole persona si impegnino a fondo, che riflettano sulle loro abitudini consolidate cambiando, eventualmente, il loro stile di vita, anche nelle piccole cose di ogni giorno, rendendosi meno dipendenti dal consumismo imperante ed estremamente deleterio per l'ambiente.
Penso poi che si dovrebbe porre la massima attenzione prima di urbanizzare zone che un tempo, magari lontano, furono interessate da frane, alluvioni, valanghe... Gli eventi alluvionali tendono a ripetersi e prima o poi investiranno nuovamente le aree che già colpirono in passato.... Penso che siano da evitare gli insediamenti turistici in quota, i disboscamenti per piste da sci, impianti a fune, ecc. realizzati in zone geologicamente fragili... Penso che i nostri boschi vadano progressivamente trasformati, da boschi quasi esclusivamente di produzione a boschi più orientati alla protezione, da formazioni troppo spesso coetanee e pure (l'abete rosso! Così redditizio ma debole al vento!), a formazioni disetanee e miste. Che i nostri boschi, così antropizzati, vadano avvicinati alla conformazione delle foreste primigenie, le foreste naturali (andando ben oltre l'attuale pratica applicazione della “selvicoltura naturalistica”), molto più resistenti alle tempeste e con un suolo fertile e soffice in grado di assorbire e trattenere enormi quantitativi d'acqua.
Questo e altro ancora penso ma nulla suggerisco...


Dalle “Memorie” del nonno.

E' noto come Fucine, che sorge sugli antichi alvei dell'impetuoso torrente Vermigliana, in passato fosse più volte vittima del torrente stesso e come a tutt'oggi le persistenti piogge, che causano l'ingrossamento delle sue acque, costituiscano preoccupazione per gli abitanti del paese......
...la chiesetta dedicata a S.Carlo fu travolta dall'alluvione...... a questo proposito, si raccontava dagli anziani del paese, che la statua del santo era stata vista galleggiare ritta in piedi, per lungo tratto, sopra le furiose acque. Ciò appare ben poco credibile, ameno ché il patrono, prima di affogare, non avesse voluto salutare e per l'ultima volta, il paese che lo aveva un giorno così bene accolto.
Un'altra inondazione avvenne nel settembre-ottobre 1882 e cagionò danni alla campagna. A questa ne seguì un'altra nel 1885, della quale sono in grado di dare dettagliati particolari, essendo io allora in età di otto anni: quella drammatica notte è rimasta assai impressa nella mia memoria.
Da giorni la pioggia cadeva persistente; pioveva, pioveva e nessun indizio faceva sperare in un miglioramento. La gente cominciava a d allarmarsi soprattutto perché dalle due valli, Foresta e Cavagna, franava , di tanto in tanto, con impressionante fragore, terriccio e pietrame ma soprattutto massi di granito tondeggianti che sdrucciolando nel letto del torrente andavano formando un ingorgo con conseguente pericolo di fuoriuscita delle acque dall'alveo. Il torrente si ingrossa di ora in ora e il suo fragore per le acque dense, pesanti di fanghiglia e massi che trascina, è tale da mettere una buona dose di paura ad ogni persona. Il ciglio del torrente, costituito in parte da grosse, pesanti travature in legno connesse tra loro, chiamate comunemente “zattere”, minaccia di venir travolto.... la gente, sempre più allarmata, dà mano alle cose più necessarie, materassi, coperte, biancheria, vestiario e le trasporta al sicuro in casa Zanella che nella circostanza era diventata un generale asilo. Mi pare ancora da vedere quella povera gente accasciata dall'incubo e sotto il peso di pesanti casse o mentre sospinge carretti con voluminosi carichi, correre qua e là in preda al panico, nello sforzo di salvare il salvabile. E sono trascorsi ormai sessant'anni!
L'acqua cade a rovesci; il materiale che frana dalle due valli, con un rombo cupo e persistente fa vibrare le case, ingombra il torrente e dietro viene a formarsi un lago pesante. Gli uomini posti a guardia del torrente , vedendo che la diga formata dai detriti della montagna sta per essere travolta dalla spinta delle acque, corrono verso il paese invitando tutti a mettersi in salvo. L'allarme provoca ulteriore panico e confusione in un andirivieni, nel buio della notte, di uomini, donne, bambini, vecchi malaticci che si trascinano a stento sorretti da qualche famigliare, mamme con i piccoli in braccio invocanti Dio e la Vergine; ….. tutti cercano riparo chi in casa Oliva ma la maggior parte in casa Zanella che presenta migliore sicurezza. Gli animali erano stati condotti a Ossana ancora nel giorno precedente,tranne i cavalli dell'impresa Zorzi, rimasti nella stalla fino all'ultimo allarme quando vengono condotti nell'ampia cantina di casa Oliva. Verso mezzanotte, quando l'acqua, che già aveva invaso parte del paese, inizia a penetrare nello scantinato e tende a salire sempre più, i poveri cavalli vengono costretti, non senza difficoltà, a salire due scale per poter poi uscire sulla strada erariale......
L'oscurità è tale che non si scorge un palmo avanti il naso; continua a piovere dirottamente; Il cupo rombo proveniente dalle due valli si accentua sempre più..... Qualcuno ormai cede alla tensione nervosa e a stento si riesce a calmarlo. Si chiudono porte e scuri per sentire meno quel tonneggiare delle valli che franano.... Fu una nottataccia d'inferno più facile da immaginare che da descrivere.
Le guardie non stavano inoperose: con grandi lampade a petrolio percorrevano la strada principale fiancheggiante il torrente per dare eventuali nuovi allarmi e appena oltre il paese, difronte alla val Cavagna, avevano acceso un grande fuoco per rischiarare la zona e controllare l'eventuale formazione di una nuova diga che avrebbe potuto causare lo straripamento del torrente sulla strada e porre in pericolo anche le due case che ospitavano gli abitanti del paese. Per maggior sicurezza, si costruì un riparo con grosse travature in legno connesse tra la roccia e il cosiddetto “scagnel” costruito ancora ai tempi dei lavori stradali appositamente a questo scopo e che tuttora esiste (esiste pure oggi nel 2018).Ricordo che la mamma, che sapeva bene controllarsi, come al solito mi aveva accompagnato a letto assieme ai fratelli e ai cugini più piccoli di me. La mia testa era però piena degli avvenimenti del giorno e non mi riusciva di addormentarmi: mi rialzai e ridiscesi in cucina.... l mamma voleva ricondurmi a letto ma io tenni duro e rimasi alzato l'intera notte a vedere.... Era una pietosa confusione! Ad una certa ora arrivò una guardia annunciando che un secondo ramo del torrente era deviato verso il paese. Figuratevi la generale costernazione. Il grido fu unanime: “ Signore Dio salvate le nostre case!” Il timore aumenta e qualcuno già prende la via verso il Forno di Noval. I miei genitori, per precauzione, svegliarono i piccoli e li trasportarono nel vicino rustico, da dove, al bisogno, avrebbero potuto mettersi al sicuro nel bosco. Non si sentivano al sicuro nemmeno nella casa meno alla portata del torrente.
Fu la notte degli incubi! Dirò ancora che, mentre si sospirava l'approssimarsi dell'alba, tutti s'inginocchiarono ai piedi di un'immagine di Maria e con grande devozione venne recitato il Santo Rosario. Pregavano con grande fervore anche coloro che, durante il giorno, forse per spavalderia o per farsi coraggio, avevano combinato una mezza ubriacatura... ma noi uomini siamo così: nel momento del pericolo ricorriamo con fede al Signore. Trascorso questo ritorniamo alla nostra consueta fragilità.
Quando Dio volle si fece finalmente chiaro dopo una notte che era sembrata senza fine. Il cielo sembrava meno plumbeo e in qualche punto tendeva a schiarirsi per cui l'animo di tutti iniziò a sollevarsi. Pian piano, i più si avviarono alle loro case le quali, per grazia di Dio, erano ancora in piedi ma quale disastro in molte strade, prati, orti e frutteti! I due rami d'acqua fuoriusciti dall'alveo avevano trasformato ogni cosa in una morena scavando il terreno anche fino a due metri di profondità: l'angolo di fondazione di una casa del paese si presentava sospeso nel vuoto.......
Fra i commenti del giorno dopo, a pericolo scampato, gli uomini dicevano. “ Possiamo ringraziare Dio di averla scampata bella!”. “E sì” commentavano in risposta le donne “l'abbiamo scampata per miracolo e se le nostre case sono ancora in piedi, voi uomini lo dovete al signor Parroco che è un sant'uomo come ben pochi: noi ieri l'abbiamo visto sul prato del Sant che, con un crocefisso in mano, benediceva il Noce perché non portasse via le nostre case”. Erano le donne di un tempo che custodivano in cuore un forte sentimento religioso......
A questa alluvione, di buona memoria, altre ne seguirono, in media una ogni diedi anni, tutte con parecchia preoccupazione degli abitanti, molti dei quali, per precauzione, abbandonarono l'abitazione per per portarsi al sicuro in altre case o ad Ossana......
Pure Ossana nei tempi che furono ebbe la sua parte di inondazioni; ciò è confermato dalla attuale configurazione del paese dove le cantine sotterranee si contano a decine, profonde, un tempo ingombre del materiale franato dalla Val Salin......


E a questo punto ecco i miei ricordi... alcuni ancora nitidi, ben impressi nella mente come quelli dell'alluvione di fine agosto, inizio settembre del 1960 (avevo undici anni) quando il torrente Vermigliana, gonfio ed intasato dai detriti morenici franati dalla Val Furesta devastò la zona della Poia, poco a monte del paese, rendendola irriconoscibile.. Anche in quell'occasione ci fu un fuggi fuggi generale e gli abitanti del paese si rifugiarono nella poche case ritenute sicure portando con loro gli oggetti indispensabili e più preziosi. Il torrente uscito dagli argini, appena a valle del paese, si aprì una nuova via deviando nella campagna e demolendo un rustico e danneggiando irreparabilmente una periferica casa d'abitazione. Oggi sul fondo, ancora ben riconoscibile, di quell'alveo, scavato dalle acque allora fuoruscite dagli argini, fa bella mostra di sé una casa di vacanzieri e nei dintorni più prossimi sono sorte altre numerose case e un camping....
Ricordo poi l'alluvione del 1966, l'alluvione che sommerse Firenze e Trento ma che fortunatamente quassù non provocò grandissimi danni.. Rammento la grande nevicata di quell'inizio di novembre che imbiancò abbondantemente l'Alta Valle; ricordo il repentino squagliarsi della neve che contribuì non poco a ingrossare torrenti e fiumi facendoli poi esondare. Ricordo che, qualche giorno dopo il disastroso avvenimento, riuscii, con grande difficoltà a ritornare a Trento, dove studiavo, per “dare una mano”... con altri amici, contribuii a svuotare dal fango le cantine della casa di un compagno di classe.
Molti altri furono gli episodi alluvionali di minore entità che ricordo bene. Tra questi ho ben presente quello dell'estate del 1987 quando, durante la notte, gran parte del paese venne sgomberato. Turisti e residenti si dovettero rifugiare nelle poche zone sicure dell'abitato. Con le mie due gemelle di pochi mesi trovai calorosa e confortevole accoglienza in una delle poche case che sovrastano il paese.



Tutte le foto del Torrrente Vermigliana
(la mattina del 30 ottobre, dopo una notte di timore)
si trovano in “Google Foto


Al “Molin” di Ossana

Passeggiata alla località “Molin” di Ossana partendo da Pellizzano


Questa passeggiata che da Pellizzano raggiunge i dintorni di Ossana è poco conosciuta, è poco frequentata, almeno nel suo ultimo, ripido tratto ed è un vero peccato perché si tratta di un percorso che sa offrire (a chi, magari del tutto casualmente come lo scrivente, lo scopre e lo percorre) non solo degli ampi panorami sull'alta valle ma pure dei singolari scorci sul bosco e sulla campagna coltivata ma soprattutto sul vecchio ed abbandonato agglomerato di rustici edifici del “Molin”, in riva al sassoso ed erto torrentello che scende dalla Val Piana.


Partendo da Pellizzano si imbocca la stradina ciclo-pedonale diretta in Val di Pejo e vi si cammina per alcune centinaia di metri superando le continue gibbosità che, per la gioia degli amanti della bicicletta, la caratterizzano in questo zona. Quando la pista piega decisamente sulla destra, dirigendosi verso Cusiano, si abbandona la strada asfaltata e ci si infila sulla stretta mulattiera che sale ripida sulla sinistra, alla base del versante boscoso, seguendo a notevole distanza, il corso del Rio Val Piana. Più si avanza più il bosco si fa fitto e più il corso d'acqua si avvicina, convergendo con l'erboso sentiero, fino ad incontrarlo nei pressi della nostra meta. Un rustico, robusto ponte in legno, realizzato di recente, consente di proseguire, passando sulla sponda opposta del rivo, proprio là dove sorgono i vecchi fabbricati del “Molin” di Ossana. Sono fienili, stalle, vecchie ombrose abitazioni abbandonate... una fontana in un minuscolo cortile.... ma non è possibile individuare l'antico mulino ad acqua all'origine del toponimo del luogo. In quale edificio era situato? Si trovava forse in quel rudere che emerge dalla vegetazione, poco più a valle, lungo le sponde del torrentello? Chi lo sa.... Tra gli edifici ancora saldamente in piedi si distingue invece, nettamente per la sua particolare architettura, la gloriosa centralina che a lungo fornì energia elettrica all'intero territorio di Ossana. Dismessa ormai da molti anni è stata rimpiazzata da un'altra, più moderna ed efficiente centrale, realizzata sul fondovalle, lungo la pista ciclabile, poco oltre il “nostro” bivio per il “Molin”.


Proseguendo, superato il piccolo gruppo di vecchi fabbricati del “Molin”ci si ritrova immediatamente sulla bella strada asfaltata che proviene dal centro storico di Ossana. Ci si ritrova (con un certo stupore) immersi in un mare di edifici moderni, edifici di recente realizzazione. Siamo alla periferia del paese, in una località che, pochissimi decenni fa, fu fittamente urbanizzata, siamo ai piedi di un'ampia zona che venne totalmente trasfigurata... da prato, da zona agricola a zona ad alta densità residenziale. Ma sono solo residenze per le vacanze, solo seconde case... esclusivamente seconde case o quasi, appartamenti in gran parte condominiali, ben poco utilizzati, occupati per poche settimane in estate e a volte per qualche giorno anche durante il periodo natalizio... Investimenti che hanno portato solo momentanei e marginali benefici all'economia di questo comune montano. Fu un inutile spreco di suolo e di di denaro pubblico? Probabilmente sì. Furono comunque interventi promossi, se si vuole pensar bene, per innescare o sperando di innescare un successivo processo di sviluppo turistico (alberghiero) più consistente e redditizio. Uno sviluppo economico che mai si è visto e che ancora oggi si attendere nonostante la battente promozione turistica costantemente portata avanti con grande impegno... anche finanziario.


Chi non ha sentito parlare di Ossana? Ossana... il borgo con uno dei cieli notturni più limpidi d'Italia, il borgo più presepioso d'Italia, il borgo più “green” d'Italia.... Ma chi oggi, sull'onda di questo insistente battage pubblicitario, visita questo borgo si rende immediatamente conto delle carenze del paesello, che, se pure reso più attraente dai recenti interventi di arredo urbano e da alcune ristrutturazioni di vecchi edifici, manca quasi totalmente di strutture destinate all'accoglienza. Nel bel borgo sono carenti i bar, i negozi, le pizzerie, ristoranti, B&B, pensioni, alberghi... e carenti è dir poco, molti mancano totalmente, mancano anche declinandoli al singolare.
Va bene lavorare sull'immagine, richiamare le folle... ma se non esiste la sostanza... se la folla non si può adeguatamente ospitare a che serve tutto ciò?
Se non viene promossa l'imprenditorialità, incentivata in qualche modo (e non so quale), si opera sul nulla e per nulla, si sprecano inutilmente energie e denaro. E certamente non è “valorizzando” la ancora integra Val Piana, poco a monte del paese, realizzandovi, come si mormora, un ristorante e magari, a seguire, chissà quali altre strutture... o sorvolandola con una invadente zipline di supposto grande richiamo, che si sopperisce alle carenze del centro abitato. Anzi.... così si rischia pure di rendere molto meno “green” il borgo più “green” d'Italia alterandone la favolosa immagine acquisita con tanto impegno in questi ultimi tempi..


Ma torniamo a noi. Torniamo alla nostra passeggiata. Chi lo desidera, dall'ombrosa località “Molin”, può proseguire verso il centro di Ossana. Da lì può discendere verso il fondovalle imboccando la bella stradina di campagna che raggiunge, nei pressi del Colle Tomino e del Parco della Pace, la pista ciclo-pedonale e su questa può rientrare a Pellizzano ricalcando in parte il percorso dell'andata. Personalmente ho preferito non costeggiare la “bella” zona residenziale di Ossana, ricca di seconde case poco utilizzate e fare ritorno sulla via già battuta..



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Il giardino dei meli antichi

Un parco pubblico “come Dio comanda” nel centro dell'abitato di Pellizzano


Un parco pubblico, unico nel suo genere, in cui convivono storia, cultura e vocazione alla salvaguardia dell'ambiente e della biodiversità. Un parco che, se già non lo conosci, ti invito caldamente a visitare e, se ne avrai il tempo, a frequentare assiduamente. Potrai passeggiare seguendo le stradine ben lastricate o rilassarti riposando su di una rustica e robusta panchina nell'ombra di un folto meleto antico. Se lo vorrai potrai approfittare della piccola biblioteca libera, una “little free library” nascosta in una minuscola casetta in legno, per sfogliare o, meglio ancora, per impegnarti nella lettura di qualche corposo volume. Poi, se ancora lo vorrai, potrai abbandonare il frutteto e raggiungere la zona più aperta del parco. Bastano due passi e ti troverai immerso in un curioso laboratorio scientifico con dei simpatici giochi didattici. E poi, ma solo durante la stagione estiva e sempre se lo vorrai, potrai seguire qualche spettacolo o qualche incontro musicale nel vicino spazio allestito a mo' di anfiteatro.


Ma, e questo è davvero un consiglio appassionato, frequenta con costanza soprattutto l'antico meleto. Frequentalo in tutte le stagioni. Lo vedrai mutare di giorno in giorno. Vedrai spuntare e aprirsi le gemme primaverili, vedrai i fiori, diversi su ogni pianta, vedrai nascere le foglie, vedrai i frutticini gonfiarsi a poco a poco, le mele mature, le coloratissime foglie autunnali e vedrai pure i rami scuri e brulli d'inverno, vedrai il bianco della neve sugli alberi scheletrici... assisterai allo scorrere delle stagioni immerso in un mondo d'altri tempi. Il mondo di quei tempi lontani in cui la produzione della campagna non era, come accade ai nostri giorni, asservita agli interessi delle multinazionali o comunque dei grandi produttori e delle nostrane cooperative che monopolizzano il mercato imponendo pochi prodotti, standardizzati, sempre quelli, prodotti da apprezzare più con la vista che con il gusto. Mele e pere, nel nostro caso... mele e pere inturgidite con concimazioni chimiche e imbellettate con antiparassitari più o meno tossici.


Qui, nel Parco Sama, puoi ancora osservare e conoscere una grande varietà di meli (vecchi meli, in buona parte piantati nel lontano 1901). In questo frutteto, reso pubblico da una lungimirante amministrazione, puoi ancora trovare delle varietà di meli ormai rare, varietà che in altri tempi erano comuni ovunque. Qualità di meli che fino a mezzo secolo fa venivano normalmente e abbondantemente “allevati” anche nella nostra alpestre valle, nel “bròli” pianeggianti alla periferia degli abitati del fondovalle o subito fuori casa anche ai margini dei paesi più elevati. Meli che oggi sono diventati irreperibili, quasi una bizzarra curiosità.
Insomma, mio caro visitatore, qui puoi ancora vedere fruttificare quei meli e quei peri che altrove sono scomparsi, qui puoi ancora liberamente assaggiare, all'inizio dell'autunno, le mele spontaneamente cadute sul prato, nell'erba ancora verde. Puoi assaporare, centellinare... e sono sapori dimenticati, sapori ai più del tutto sconosciuti, sono sapori difformi, sono i sapori dei molti “pomi”del tempo che fu. Sono sapori corposi e delicati al contempo, sono profumi e colori altrove introvabili.
Rosso Mantovano, Limonzino, Canada Dorato, Pearmein d'Or, Napoleon, Belfiore Giallo, Rosa Mantovana, Rosa di Caldaro, Canada Bianco, Pomella di Pellizzano, e molte altre sono le varietà di meli che potrai scoprire muovendoti qua e là in questo frutteto antico e se poi vorrai approfondire le tue conoscenze troverai, a tua completa disposizione, due grandi cartelloni illustrativi pronti a soddisfare ogni tua curiosità sulle piante presenti nel parco..


Ma ora., dopo averti invitato a visitare il bel parco pubblico di Pellizzano, un pittoresco paese dell'Alta Valle, ben tenuto, pulito, curato, all'avanguardia da molti punti di vista, (energetico, sociale...), permettimi di segnalarti le mie perplessità su di una recente realizzazione di cui sono venuto a conoscenza sfogliando la stampa locale. Si tratta, forse già lo avrai intuito, del rifacimento dei due trampolini di salto con gli sci che si trovano alla periferia dell'abitato. Opera costosa, sia nella sua realizzazione (finanziata dal denaro pubblico di vari enti quindi con denaro anche mio e tuo), sia presumibilmente nel suo mantenimento. Opera costosa, dicevo, destinata ad un utilizzo marginale, riservata esclusivamente ai rari praticanti di uno sport poco popolare e ad alcune, probabilmente sporadiche, competizioni nazionali o internazionali che siano. Opera che mi richiama alla mente un analogo investimento che un comune limitrofo qualche anno fa volle fare costruendo un grande edificio destinato a bocciodromo: una iniziativa che si è rivelata fallimentare visto il sottoutilizzo dall'opera in rapporto alla spesa di costruzione e di mantenimento. E in questo caso si trattava di uno sport, se così vogliamo definire il gioco delle bocce, molto più praticato e popolare. Un errore che, temo, si stia reiterando anche qui, a Pellizzano... Il denaro pubblico si può e si deve spendere in altri modi... e in ogni caso valutando per bene in termini di costi e benefici le prospettive di utilizzo ed eventualmente di richiamo turistico o altro.


Naturalmente, mio caro visitatore, questa è solo una mia personale opinione e può darsi che tu veda le cose in modo ben diverso. Però ritenere che a 900 metri di altitudine, con il cambiamento climatico in atto, cambiamento che è sotto gli occhi di tutti, sia ancora possibile praticare uno sport tipicamente invernale che abbisogna della presenza costante della neve durante tutta quella che un tempo era definita la stagione fredda (e che ora non sempre lo è e che lo sarà sempre meno nei prossimi decenni) mi sembra una grande illusione. Caro visitatore, mi dirai che la neve, temperatura permettendo, la si può anche “fabbricare” artificialmente e che, tutt'al più, si può anche scivolare prendendo velocità per l'acrobatico salto su di un “letto” di plastica. Mi dirai che una pratica un tempo solo invernale è ora possibile anche a ferragosto. Ti rispondo che quello che mi dici è tutto vero. Tutto è possibile ma è anche del tutto innaturale, artificioso, più che di sport invernale odora di luna park. Per chi pratica questa disciplina volare sulla plastica multicolore, ben agghindato di tutto punto come un tempo si usava discendendo sulla neve caduta dal cielo, è come gustare un surrogato, una “cicoria” del tempo di guerra, al posto di un vero caffè espresso e per chi assiste a questa esibizione, se persona provvista anche solo di una piccola dose di buon senso e di spirito critico, questo strano spettacolo potrebbe apparire del tutto fuori luogo. Davanti ad un simile investimento questa persona rimarrà probabilmente perplessa.


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Cervi in amore nel parco Nazionale dello Stelvio


Ogni anno (da tantissimi anni, non ricordo nemmeno più quanti...) tra la metà di settembre e la metà di ottobre mi godo lo spettacolo dei cervi in amore in diverse località della Val di Pejo nel Parco Nazionale dello Stelvio. Un tempo ormai lontano, nel Parco, questi maestosi selvatici erano molto rari, osservarne qualcuno, durante le mie prime remote escursioni, costituiva un evento da raccontare a tutti, non solo a famigliari ed amici... Poi, in pochi anni, la popolazione di questo maestoso ungulato è cresciuta enormemente creando non pochi problemi alla rinnovazione del bosco, ai prati di fondovalle, alla diffusione degli altri ungulati (soprattutto del capriolo che in certe zone non si vedeva proprio più). La grande nevicata di dieci anni fa, dell'inverno 2008-2009, ha ridotto di molto la consistenza numerica della popolazione del cervo: pur in assenza di predatori la natura ha trovato il modo di riequilibrare la situazione evitando quel cruento intervento umano che ormai appariva ineludibile. Ora il numero di questi stupendi animali è più contenuto anche se in costante aumento (così almeno mi sembra) e questo nonostante le notevoli “perdite” dovute alle avversità climatiche soprattutto dell'inverno scorso.





























Le mie “uscite” di quest'autunno, alla ricerca dei cervi in amore, sono state ben poche e questo perché se le condizioni meteo sono state complessivamente favorevoli, altrettanto non lo sono state le mie condizioni di salute, le mie e anche quelle dell'amico che spesso mi accompagna. Gli anni passano, gli acciacchi aumentano e inevitabilmente si è costretti a limitare la quantità e la qualità delle escursioni, almeno quelle di un certo impegno, volenti o nolenti. Comunque anche quest'anno, con impegno e fatica, ho raggiunto un paio di volte la fascia al limite della vegetazione arborea a monte della stradina che da Malga Giumela porta ai Paludei in Val del Monte, sopra il lago di Pian Palù e le fotografie qui postate sono per l'appunto state scattate su quelle alte praterie verso al fine del mese di settembre.




























Non c'è luna ed è ancora buio quando, lasciata l'auto al Fontanino di Pejo, imbocco la strada bianca che sale ripida al lago artificiale. Verso levante inizia appena ad albeggiare e nel lieve chiarore del cielo sereno si delinea il profilo dei monti che sovrastano il Passo Cercen. Raggiunto i lago si fa più chiaro e, mentre proseguo sulla stradina per Malga Giumela, le scure vette rocciose del Corno dei Tre Signori e dell'Ercavallo lentamente si ravvivano rischiarate dai primi raggi del sole. Quei monti fatti di frastagliate creste e di aguzzi picchi si illuminano colorandosi di fuoco quando, lasciata alle spalle ormai da tempo la malga, raggiungo i sentierini, sconosciuti ai più, che dalle stradina dei Paludei salgono verso le alte praterie che si estendono al di sopra della vegetazione arborea.


Si è fatto giorno ma lunghe ombre scure si allungano ancora sul ripido sentiero e sui cespugli di rododendro che a tratti lo invadono e lo imprigionano rendendolo irriconoscibile. Improvvisi e violenti bagliori filtrano tra il fogliame ancora verdi degli ultimi nodosi larici d'altura illuminando il percorso ma contribuendo pure a confondere ulteriormente la già labili tracce. Nel silenzio del bosco, rotto solo dagli inopportuni scricchiolii dei rametti pigiati dal mio stanco avanzare, inizia a diffondersi qualche stentato bramito. E' il “canto” d'amore dei cervi che, ora ne sono certo, stazionano poco più in alto, oltre gli ultimi alberi... E' un mugghio debole, poco convinto, quello che mi giunge, un bramire strano, inusuale, che sicuramente mi emoziona ma che pure mi sconcerta. Mi affretto e, raggiunti gli ultimi larici, esploro l'ampio, ripido vallone che mi sovrasta. Non serve il binocolo per individuare i cervi che numerosi lo stanno lentamente attraversando. Quella che osservo è però una scena inconsueta.




























Durante il periodo degli amori, solitamente si incontrano gruppi di femmine, di cerve, in grande numero, ognuno sorvegliato da un solo possente maschio: sono gli harem dei cervi dominanti attorno a cui gironzolano uno o più maschietti vogliosi nell'attesa speranzosa di qualche momentanea distrazione del boss. Quello che oggi mi si presenta potrebbe sembrare, a prima vista, nientemeno che un harem al contrario, i maschi sono infatti più numerosi delle femmine. Ma a ben guardare quei maschi non sono sicuramente de maschi dominanti, “competitivi”, vagano insieme, rassegnati, sconfitti, probabilmente allontanati da coloro che, molto più prestanti, già da qualche giorno sono riusciti a radunare un bel branco di cerve impossessandosene definitivamente. I cervi che osservo, con le tre o quattro cerve, che li accompagnano, femmine raccolte chissà dove, pascolano e attraversano indolenti l'erta prateria lanciando di tanto in tanto un smorto, pietoso bramito. Poi lentamente, uno dopo l'altro, sconfinano nel lariceto e scompaiono alla mia vista. Sono deluso. Non era certamente questo lo spettacolo che mi attendevo... che speravo di vedere.



























Ora il brullo vallone è sgombro e silenzioso. Abbandono il grosso tronco di larice che mi nasconde e avanzo allo scoperto cercando un riparo più confortevole. Mi distendo nell'erba soffice in una depressione del terreno... un comodo strapuntino dove attendere comodamente la comparsa di qualche altro ungulato. Aspetto, aspetto e aspetto ma inutilmente, la prateria che mi sovrasta rimane vuota, del tutto priva di vita. Solo in alto, dove il verde bruciato del pascolo si immerge nel blu cobalto del cielo, svolazza insistentemente uno stormo di gracchi, neri puntini volteggianti alla ricerca di chissà quale preda. Poi, quando ormai rassegnato sto per lasciare il mio rifugio, dal lariceto alla mia sinistra spunta un branco di cerve. Forse spaventate da chissà chi, si precipitano nel vallone, tagliandolo a mezza costa e, correndo rapide, si dirigono verso il bosco sulla sponda opposta. Un harem... Le femmine sono scortate da un possente maschio. E' un maschio dominante, relativamente giovane ma decisamente imponente che le segue a breve distanza. A completare questo classico insieme un secondo maschio meno vigoroso le precede discostandosi decisamente dal gruppo. Lo osservo mentre si allontana, risale il pendio, si immobilizza e osserva le cerve che sfilano più in basso. Sembra studiare la situazione pronto ad approfittare della stanchezza o di di un attimo di disattenzione del “titolare” dell'harem. Il gruppo attraversa rapido il pendio erboso, non rallenta, non si ferma... pochi istanti ed è già scomparso tra la folta vegetazione alla destra del vallone. Non mi resta che ricomporre lo zaino e prendere la strada del ritorno... con negli occhi la brevissima ma stupenda sequenza della corsa dei cervi, la vista del poderoso maschio e delle sue femmine... sui versanti delle Mandriole nel bel Parco.



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