Gli ultimi fiori di un'estate morente



Fine agosto 2018              

Passeggiate di fine agosto dopo la pioggia della notte, brevi sgambate sulle stradine di fondovalle tra boscaglie intriso d'acqua e prati sfavillanti ai primi raggi del sole.
Salubri camminate al limitare delle selve, nell'aria umida e fresca del mattino, dopo lunghe settimane di opprimente ed afosa calura
Distensive scarpinate tra nebbie che dal piano risalgono i versanti della valle e nubi in dissoluzione. Passeggiate nella luminosità diffusa da un sole ancora velato, un sole fiacco che filtra instabile tra le ultime nubi accarezzando cespugli ed erbe fradice di rugiada lungo i margini delle stradine. Sole che solitamente vince, che vince risplendendo sempre più deciso in un cielo sempre più limpido. Sole che ravviva il prato e il suo gocciolante groviglio verde...
Nell'aria ormai tersa il sole colpisce, impatta sfavillante e ancora forte sulle mille erbe del prato. E le gocce risplendono ai suoi raggi radenti, brillano sul trifoglio, sulla trifoglina, sulla vicia, sull'achillea, sulle candide infiorescenze delle ombrellifere, sugli ultimi ranuncoli che tremolanti, mossi da un lieve venticello, sembrano in attesa, un'attesa paurosa, dell'ultimo sfalcio.
Minuscole goccioline risplendono sul fiore grondante dell'erbe del cucco... L'acqua brilla sul colchico autunnale, il tossico fiore che colora di rosa la fine dell'estate e brilla sul gigantesco epilobio, brilla sulle sue infiorescenze, sui bordi dei rossi petali resi traslucidi, quasi trasparenti, dal velo bagnato. E pure le piccole felci, sul bordo della mulattiera, ai piedi del muretto a secco che la delimita, luccicano ai raggi del sole fattosi alto e potente.
Esploro ogni angolo alla ricerca di composizioni, forme e colori che la pioggia della notte ha arricchito e il sole fa risplendere. Ultime note variopinte di un'estate che volge al termine. Settembre è infatti ormai alle porte e si respira un'aria nuova, un'aria più fresca e più profumata, l'aria che annuncia l'autunno. Anche i rumori e i suoni della valle stanno mutando. La confusione e il frastuono estivo si stanno infatti lentamente dissolvendo sfumando, a poco a poco, nella quiete e nel silenzio della stagione morta.
Il sole si fa di giorno in giorno sempre più basso, le ombre si allungano e sui pascoli più alti emergono, qua e là, gli alti scheletri rinsecchiti dei cardi infestanti e, al limitare del bosco, inizia a comparire qualche macchia di felci giganti ingiallite e di ortiche appassite e raggrinzite. Un ulteriore malinconica avvisaglia di un'estate che è ormai agli sgoccioli, un'estate in agonia...




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Percorrendo una vecchia stradina... tra Celledizzo e Celentino








Una tranquilla passeggiata di fine agosto, un'andata e ritorno sul versante della Val di Pejo che guarda a ponente tra i paesi di Celledizzo e Celentino. Una scarpinate solitaria calcando un comodo e ben tenuto viottolo, una strada poderale il cui tracciato probabilmente ricalca i primitivi percorsi, i vecchi sentieri e le mulattiere che collegavano i villaggi della valle, i numerosi nuclei abitati dalle origini incerte, dalle origini che si perdono nel tempo...



Erano insediamenti fino ad un tempo non lontanissimo densamente abitati da una popolazione che da sempre viveva quasi esclusivamente di una agricoltura di sussistenza, coltivava ogni appezzamento di terreno, anche il più piccolo lembo di terra, ricavato disboscando e terrazzando i pendii della montagna. Quei campi, quei fazzoletti di terra  rubati ai versanti della valle, oggi non esistono più. Sono scomparsi inghiottiti dalla boscaglia che ha avuto il sopravvento riconquistando in pochi anni ciò che l'uomo le aveva stappato con immense fatiche nel corso dei secoli.




Oggi si sfruttano solamente i terreni più comodi, si utilizzano solo quei prati falciabili che si estendono sulle zone più pianeggianti o poco ripide, comunque sempre lavorabili con l'ausilio di trattori o di altri moderni congegni meccanici... Quindi in Val di Pejo come in tutta la media e alta Val di Sole si produce solo fieno, foraggio destinato soprattutto ai pochi ma grandi e moderni allevamenti bovini sparsi un po' ovunque.





Ed è questo ambiente, radicalmente mutato rispetto ai ricordi dei miei verdi anni, che osservo camminando tra Celledizzo e Celentino: solo monotone distese di prati che rivestono il fondovalle e le coste meno erte... e dove il fianco del monte si fa ripido solo boscaglie di latifoglie di recente formazione che sconfinano nelle scure foreste di conifere che coprono i monti.




L’alternarsi pittoresco dei prati, dei frutteti, dei seminativi e degli orti sul fondovalle e sui versanti più solatii, il rosso e l’azzurro del papavero e del fiordaliso nei campi dorati, il volo dei maggiolini nelle serate primaverili e delle lucciole nelle buie notti estive, sono solo lontani ricordi... Il paesaggio si è decisamente trasformato, semplificato: solo prati e bosco. Distese a prato uniformemente verdi e boschi invadenti, boschi che occupano gli incolti, che riconquistano le superfici che nel corso dei millenni le erano state sottratte.





Vedo solo alcuni piccoli orti nei pressi dei paesi e qualche rarissimo campo ritagliato all'interno dei prati... campo di patate per il solo fabbisogno familiare. E pensare che un tempo il paese di Celledizzo era rinomato per l'abbondanza e l'ottima qualità della sua produzione di patate... così almeno raccontava mio padre che nei volti di Celledizzo si recava a fare scorta di quei bei tuberi per l'inverno.




E poi... sparsi qua e là sui versanti della valle, vedo alcuni masi ancora in piedi, gli ultimi, superstiti rustici edifici che fino a pochi decenni fa erano adibiti, in buona compagnia, a fienile e a stalla temporanea e che oggi sono in attesa d'essere alienarti, consolidati, ristrutturati e convertiti, come già avvenuto per la gran parte dei loro simili, in seconde case per i brevi soggiorni di quei turisti che prediligono la pace delle zone aperte al caos ferragostano dei centri abitati.





Lungo il percorso, appena a lato della stradina, ne incontro due di rustici masi. Due masi intatti, non ancora convertiti alle nuove esigenze dell'economia turistica. Uno, in particolare, è ancora utilizzato, fa infatti parte di un'azienda agricola ancora attiva.






Nei suoi dintorni pascolano e ruminano alcuni giovani bovini e nel recinto addossato all'edificio, a mo' di improvvisato pollaio, razzolano tranquille delle galline ovaiole, delle faraone, polli, e anatre... sorvegliate da un bel cane...






E' una vista inconsueta, quasi sorprendente; ormai capita raramente di poter vedere delle galline allevate all'aperto come si faceva un tempo...





Nei pressi di Celentino trovo un grande crocefisso ligneo e un capitello che sovrasta la stradina. Sono i segni del sacro, gli emblemi di una fede semplice che, in passato, tanto contribuì a sostenere le popolazioni locali nella loro quotidiana battaglia per la sopravvivenza e che ancora oggi aiuta molti credenti.




Quassù, sempre nei pressi di Celentino, rinvengo anche l'imbocco dell'unica miniera di ferro del versante sinistro della Val di Pejo. Tutte le altre numerosissime gallerie si trovano sul versante opposto, il versante di Comasine. E' questa la miniera denominata di San Cesare che fu dismessa nel 1968 e che oggi è segnalata solo da un vecchio cartellone quasi illeggibile (collocato chissà quando dall'Associazione Linum).




La località è totalmente abbandonata, l'ingresso della miniera è invisibile avvolto com'è dalla vegetazione infestante. Peccato... un'ennesima prova di come troppo spesso ai nostri amministratori e governanti in generale la salvaguardia e il recupero del patrimonio storico, culturale e artistico locale poco interessi impegnati come sono a portare a termine interventi di altra natura, finalizzati soprattutto all'incentivazione del turismo, un turismo stagionale, poco qualificato, di massa...



Ma bando ai cattivi pensieri! Al cospetto del panorama sulla Cima Boai e sulle vette del gruppo Ortles-Cevedale non posso non deliziarmi di tanta bellezza ma (purtroppo c'è sempre un ma) di fronte alle sempre più estese boscaglie che ammantano la valle, alle superfici a prato sempre più ridotte, alla totale assenza di campi coltivati, davanti alla dilatazione, alquanto disordinata, dei centri abitati, non posso non pensare alle conseguenze che la mutazione economica degli ultimi decenni ha comportato per la nostra valle.


Ed eccomi quindi a riflettere su come il “progresso” sia riuscito in poco tempo a cambiare radicalmente la fisionomia secolare della valle. Su come le luci abbacinanti della facile corsa al benessere abbiano talvolta condotto a scelte di “sviluppo” non sempre sufficientemente ponderate.
Sì perché la maggiore prosperità dei “tempi nuovi” ha comportato un generale degrado dell'ambiente connesso all'abbandono delle tradizionali pratiche agricole (sempre attente alla cura e manutenzione del territorio) e, soprattutto in alcune zone, un degrado connesso ad uno scandaloso consumo di suolo, ad un decadimento paesaggistico e naturalistico a favore di un turismo troppo invadente, troppo legato alle mode del momento.

Nostalgia per un mondo che non esiste più? Direi proprio di no… Impensabile, assurdo un ritorno ai “vecchi tempi”... Però... ancora un'ultima considerazione, prima del mio rientro. Un tempo, tutto sommato non lontanissimo, gli abitanti della valle riuscivano a campare sfruttando, seppure all'osso, solo il loro, unicamente il loro, patrimonio. Un patrimonio fatto di terre coltivabili povere ma che comunque, di anno in anno, davano il necessario sostentamento. La valle produceva da sola, manteneva i valligiani da sola con le proprie seppur misere risorse, non dipendeva, se non in minima parte, dagli accadimenti esterni, da ciò che succedeva al di fuori dei propri confini.  Era un'economia statica, solo contadina, di pura sussistenza ma in compenso era decisamente stabile.




L'odierna economia, sostanzialmente a sola trazione turistica, è sicuramente molto più ricca ma è inevitabilmente legata agli accadimenti esterni, a ciò che succede al di fuori del proprio territorio e quindi è probabilmente più fragile. Potrebbe bastare una congiuntura economica negativa, o semplicemente il mutare delle mode a metterla in crisi decimando l'afflusso dei turisti. Il benessere di una intera valle potrebbe venire compromesso dalla mancanza di alternative produttive.




Senza dimenticare che il il futuro della stagione turistica invernale (che si è voluta legare, quasi esclusivamente, alla pratica dello sci) è nelle mani di un cambiamento climatico sempre più allarmante. Forse, a mio giudizio, un'economia meno unidirezionale, più diversificata, che incentivi tutti i settori produttivi e non guardi solo a quello turistico potrebbe riservare un futuro economicamente più sicuro.




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Belle le vette del Gruppo Ortles-Cevedale... Dalla stradina si osservano benissimo le cime del Taviela e del Vioz, cime che superano abbondantemente i 3600 m di altitudine. Sovrastano l'abitato di Pejo Paese con lo storico Dosso di san Rocco. Guardando attentamente si individuano anche gli impianti di risalita realizzati in questi ultimi anni: la funivia Pejo 3000 e la seggiovia Seroden con relativa pista di discesa. Ma questo, a parer mio, non è uno spettacolo molto edificante visto che queste strutture sono state realizzate in pieno Parco Nazionale dello Stelvio. Di funi e tralicci il bel Parco ne aveva già a sufficienza. Sembra quasi che le aree naturalisticamente protette della nostra provincia stiano rinunciando a svolgere il loro ruolo istituzionale orientandosi verso obiettivi di altra natura, obiettivi di pura promozione turistica (quasi fossero specchietti per le allodole, al servizio delle Aziende di Promozione Turistica...  delle loro succursali). Sono lontani i tempi e non intendo cronologicamente, in cui la nostra Provincia divenne un modello, un esempio di gestione ambientale per l'intero Paese. Erano i tempi di Walter Micheli che a cavallo tra gli anni '80 e '90 riuscì ad ottenere e consolidare notevoli risultati nella valorizzazione e protezione del nostro territorio. Purtroppo di quei tempi resta solo il ricordo... da allora le cose sono molto cambiate...


Sole radente di mezza estate









Nella notte il temporale ha attraversato la valle lampeggiando tra le nubi e rischiarando con i suoi bagliori i versanti e le cime dei monti. All'alba le nubi si sono dissolte e sulla valle è ritornato il sereno. Ora, nei pressi del paese, i raggi radenti del sole d'agosto bucano le fronde degli abeti fradici di pioggia proiettando isole brillanti sui cespugli bagnati e sull'erba alta e inzuppata al limitare bosco.






Lame di luce filtrano tra le chiome degli alberi creando luminosi artifici sugli ultimi fiori che l'estate ci offre, tra ombre profonde e umidi chiarori.





Le minuscole perle d'acqua che bagnano erbe e fiori sfavillano nella luce del primo mattino mentre nella penombra le gocce restituiscono l'immagine del bosco che vi si specchia. Sono gocce limpide che come lenti vetrose riescono ad ingrandire, a dilatare deformandole le fragili venature dei petali su cui riposano.





Sono gli ultimi fiori dell’epilobio, dell’epilobium angustifolia che cresce numeroso, alto e vigoroso sui detriti, tra pietre, ghiaia e sabbia nei dintorni del Fil lungo il Torrente Vermigliana. E’ pianta frugale, l'epilobio, pianta colonizzatrice dei terreni minerali, amante delle sabbiose e umide sponde dei corsi d'acqua.






Solitamente fiorisce verso la fine di luglio (è chiamato fiore di sant'Anna, la santa che si festeggia il 26 di luglio) quando i prati e i boschi della valle hanno ormai assunto una monotona colorazione verde smeraldo smarrendo del tutto le tenui e policrome tinte primaverili.




Ora, a metà agosto, la maggior parte delle piante erbacee sono sfiorite ma non l'epilobio che nel frattempo è cresciuto altissimo e robusto ed è ancora in grado di aprire le sue ultime infiorescenze all'intensa attività delle api e di altri numerosissimi insetti. I suoi fiori ravvivano ancora, con ampie chiazze di colore fucsia, la verdastra uniformità del paesaggio di mezza estate ormai quasi del tutto privo di altre macchie colorate.






Sono fitti cespugli colorati, quelli dell'epilobio, che si fanno ammirare già da lontano per l'intensa tonalità del colore ma le infiorescenza piramidali, all'apice di uno stelo coperto di foglie lanceolate, vanno osservate soprattutto da vicino. Solo così i singoli fiorellini possono rivelare tutta la loro fragile bellezza...




Quattro petali leggeri, quasi trasparenti in controluce, solitamente di colore fucsia ma anche rosa, rosso porpora o viola, leggermente bilobati e quattro sepali dello stesso colore ma meno fragili, quasi fossero altri petali più sottili e allungati... otto lunghi stami dal lungo filamento bianco e il pistillo con lo stimma simile a un minuscolo polpo biancastro... Belli, ma solo se si guardano singolarmente e da breve distanza...






Fiori che brillano in controluce arricchiti, come sono, da una miriade di goccioline, che li ornano, che ne orlando i bordi, che ne definiscono i contorni, come una corona di minuscoli acini brillanti, che scintillano ai raggi radente del primo sole.





Brilla il caduco fiore dell'epilobio, ultimo segno di un'estate che lentamente volge al termine, brillano anche le felci grondanti di pioggia, le foglie dei noccioli, delle betulle, dei salici, dei sorbi, scintillano gli aghi degli abeti...risplendono le goccioline d'acqua sui muschi, sull'acetosella, sugli arbusti del lampone, sulle ragnatele tra gli steli e l'erba fitta e alta al margine del bosco.




Poi, a poco a poco, il sole si fa più caldo, si alza sempre più nel cielo limpido, riscalda e asciuga il bosco e i suoi dintorni. Mossi dalla brezza mattutina si levano leggeri fumi di vapore dagli abeti, dai larici, delle latifoglie, dal terreno... la luce si fa più intensa, il sole disseca il fogliame, le erbe, gli ultimi fiori, i muschi, la lettiera... e il bosco riacquista il sue usuali sembianze, l'aspetto di un qualsiasi giorno estivo.



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Visita al forte Barbadifior nel centenario della grande guerra






Tre anni e qualche mese sono trascorsi dall'ultima mia salita al forte Barbadifior poco a monte di Pejo Terme. Tre anni e sembra ieri. Ero con il mio compagno di tante passeggiate ed escursioni e con lui parlai a lungo, ci scambiammo informazioni, pareri e impressioni sui tristi tempi della grande guerra che inevitabilmente coinvolse anche, per non dire soprattutto, la popolazione della nostra valle portando infinite sofferenze.



Tre anni fa eravamo alla vigilia del centenario della dichiarazione di guerra del Regno d'Italia all'Impero Austroungarico e noi, io e il mio amico, celebrammo così l'avvenimento, con una ascesa alla minuscola fortezza e due chiacchiere a ruota libera, senza la retorica che solitamente accompagna queste ricorrenze ma semplicemente, a modo nostro. Giunti alla meta osservammo e fotografammo a lungo, dall'esterno, ciò che di quella struttura fortificata, acrobaticamente posta su di uno sperone roccioso, era ancora in piedi.





Ora, trascorsi tre anni e ormai vicini alle celebrazione del centenario della fine del conflitto ritorno, questa volta in compagnia di mia figlia, sull'altura a rivedere i ruderi di forte Barbadifior ma... sorpresa... ritrovo il forte Barbadifior in una veste tutta nuova, consolidato, svuotato dai detriti che lo intasavano, ristrutturato e visitabile in tutta sicurezza nei suoi spazi interni.



Ottimo lavoro, evidentemente portato a termine, a mia insaputa, durante questo ultimissimo periodo... Osservo e fotografo ogni angolo chiedendomi quale sia stato l'utilizzo dei singoli locali, la logica della disposizione dei vari ambienti, la dislocazione delle difese sia interne che esterne... Purtroppo non trovo risposta alle mie domande. Manca qualsiasi indicazione, manca un'adeguata cartellonistica atta a soddisfare le mie curiosità come le legittime curiosità di un qualsiasi altro visitatore.




Rinvengo solamente un tabellone, malamente esposto su di una finestra del forte, in pessime condizioni e quasi illeggibile in alcune sue parti. Il tabellone (leggo: non definitivo e no esaustivo) è stato redatto dal progettista dei lavori di recupero del manufatto, l'arch. Roberto Pezzato. Onore al merito... Si decifra a fatica ma con un certo impegno si riescono a ricavarne interessanti informazioni storiche e dettagliati ragguagli sulle modalità di recupero e ristrutturazione del forte.






Nell'attesa che che venga allestito un adeguato supporto alle viste mi devo necessariamente accontentare, si fa per dire, di quanto sono riuscito a ricavare dall'inzuppato cartellone e volentieri lo condivido con il mio lettore (ricopiandolo e in parte sintetizzandolo).







“Il Forte Barbadifior (o forte Peio) fa parte di un complesso gruppo di fortificazioni austriache collocate a ridosso dell'allora confine italiano e costruite per la difesa del fronte tra l'Impero austro-ungarico e il Regno d'Italia. Queste fortificazioni, che comprendevano forti, sbarramenti, strade militari, caserme, casematte ed accampamenti, furono realizzate tra il 1838 e il 1915 e poi completate durante la prima guerra mondiale: alcuni forti non furono tuttavia mai realizzati.






L'intero fronte era diviso in Rayon. Le fortificazioni che ci interessarono la nostra zona facevano parte del Rayon I° Tirol Subrayon II° ed erano costituite, oltre che del forte Barbadifior, dai forti Velon, Strino, Mero, Zaccarana e Presanella.
Il 24 maggio 1915, quando il conflitto trasformò il confine tra il Regno d'Italia e l'Impero Austro-ungarico in linea di fronte i combattimenti si assestarono stabilmente a Peio con scontri e battaglie che si svolsero anche oltre i 3000 m di quota. Vanno ricordate, prime tra tutte, ma ultime in ordine di tempo, le insensate e ormai inutili battaglie dell'agosto e settembre 1918, per il possesso della Cima San Matteo a 3678 m.





Il forte Barbadifior è posto a 1610 m s.l.m. su di un colle sulla sponda orografica destra del torrente Noce, poco a monte di Peio Terme. La sua costruzione si ritiene sia iniziata durante il ventennio 1860-1880 con l'obiettivo di presidiare la Val del Monte scongiurando eventuali attacchi provenienti dalla Forcellina di Montozzo in aggiramento del Passo del Tonale. Il manufatto doveva essere affiancato da una fortificazione gemella realizzata sulla dirimpettaia Frattasecca che avrebbe dovuto godere di un armamento più distruttivo e completo inserito in cupole corazzate girevoli. Questa secondo imponente manufatto non fa mai realizzato. Ci si limitò a fortificate la zona con opere diverse che interessarono buona parte del versante di Frattasecca.






Nel 1906 si ritenne di dover intervenire con opere di ammodernamento della struttura ma questi innovativi interventi non furono mai ultimati per cui, durante il conflitto, il forte svolse per lo più una funzione di caserma con importanza strategica per le comunicazioni via telefono e telegrafo con le forze dislocate sul fronte del Tonale. L'edificio fu sostanzialmente una “blokhaus” ovvero una caserma difensiva. Realizzato in calcestruzzo e rinforzato da scudi corazzati verticali era armato oltre che con delle mitragliatrici con due cannoni da 8 cm a tiro rapido. Gli armamenti, di piccolo calibro, trovandosi il forte in posizione arretrata rispetto al fronte, vennero dislocati in posizioni più avanzate sotto le cime e lungo i ripidi costoni della Val del Monte.






Verso il 1930 il forte venne demolito per ricuperare il materiale ferroso. La rimozione degli elementi strutturali metallici a supporto di solai e murature combinata con il prolungato succedersi dei naturali eventi meteorologici, piogge copiose, neve, gelo e disgelo e con l'inevitabile sviluppo di licheni, muschi e cespugli infestanti hanno fortemente deteriorato il manufatto comprese le sue strutture portanti.





Nel 2011 (probabilmente con l'avvicinarsi delle celebrazioni del centenario della grande guerra) si decise di intraprendere l' opera di recupero, restauro e valorizzazione dello storico edificio. L'intervento, realizzato (durante gli ultimissimi anni) con la supervisione della Sovrintendenza per i beni culturali e architettonici della Provincia Autonoma di Trento ha portato alla luce alcuni elementi inizialmente non identificabili quali i resti di una scala di risalita in pietra, la pavimentazione di una presunta latrina, l'appoggio di una stufa, la botola di accesso ai locali interrati.







I lavori di consolidamento e restauro possono considerarsi sostanzialmente conclusi. Il manufatto è agibile in sicurezza ed è stato reso visitabile in tutti i suoi spazi interni sia a al piano terreno che, per ciò che rimane, al piano superiore. (Manca ancora la cartellonistica, quei tabelloni illustrativi che costituiranno un indispensabile supporto alle visite, la prevista mostra esplicativa permanente all'interno della fortezza.)”


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Qualche giorno dopo ritorno sull'altura del forte Barbadifior in occasione della coinvolgente rappresentazione teatrale che si è tenuta proprio lassù a due passi dalla piccola fortezza. “Una Comunità sul fronte – La Val di Peio e la Grande Guerra”, questo il titolo della rappresentazione: un “percorso partecipato dell'Ecomuseo della Val di Pejo” sempre attento al recupero della storia locale, ma non solo, anche delle tradizioni, degli antichi mestieri che si vanno rapidamente dissolvendo, travolti dalla “modernità”, dallo “sviluppo”, dal “progresso” che pur portando un certo benessere sta bruscamente e totalmente affossando anche il ricordo della civiltà che ci ha preceduto disperdendone anche i suoi più genuini valori.







La rappresentazione rievoca le peripezie e le sofferenze della popolazione della Val di Peio suo malgrado coinvolta nei tristi avvenimenti bellici della prima guerra mondiale e in particolare racconta di come la gente di Peio Paese, riuscì, a costo di immensi sacrifici, ad evitare l'evacuazione dal proprio paese, vicinissimo al fronte, e l'internamento nei campi di concentramento situati in terre lontane e sconosciute.







Così non fu per la popolazione di un altro paese della Val di Sole, un paese ancora più prossimo alla linea del fronte, il paese di Vermiglio. Mio nonno, allora aggregato negli Standschütser dovette assistere alla drammatica partenza di quella popolazione verso il campo di Mitterndorf e, molti anni dopo, ricordandola ancora lucidamente, la descrisse in un capitolo delle sue “Memorie”, capitolo che, in buona parte, riporto più sotto....


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"... ...Il comando militare... emanò un ordine tassativo alla popolazione delle tre frazioni di Vermiglio, di lasciare i paesi entro le successive quarantotto ore. Non si facevano eccezioni né per infermi , né vecchi, né bambini: tutti dovevano partire a scanso di dover usare mezzi coercitivi.
Ognuno può immaginare la disperazione di quella povera gente: abbandonare così immediatamente il paese dov'erano nati; dove tra stenti e sudori, avevano costruito la loro casa tra mille difficoltà, abbandonare questa, il bestiame, la campagna, granaglie, mobilio, biancheria, ogni loro avere; lasciare tutto in mano ai vandali, ai ladri... ai tedeschi: ah, era tremendamente penoso! Bisognava però sottomettersi. Chi vide e visse la disperazione, le lacrime, i pianti di quella povera gente, durante quei due giorni, non poté certo non piangere con loro. Così accadde anche a me e non vorrei certo rivivere quel dì. Era un interrotto correre da una parte all'altra con mobili, biancheria, mangiativa ed altro, per nascondere nelle cantine,nei sotterranei... ma a che scopo? Per porre questa loro roba in balia dell'umidità... dei topi... dei vandali soprattutto. Questi infatti, non appena la gente se ne fu andata, cominciarono a forzare le porte per arrangiarsi a loro piacimento e fra questi non mancarono anche coloro che erano stati assegnati al buon ordine cioè alcuni gendarmi.
Per chi sale la nostra caserma era sulla destra della strada principale, mentre quella dei gendarmi era posta a sinistra, quasi di fronte. Sulla strada già stava una successione di piccoli carri a due ruote (broz) aggiogati a delle vacche, su cui stavano dei vecchi impossibilitati ad andare a piedi, perché ammalati. Dietro seguivano i nipotini, quali a piedi,quali in braccio alle loro mamme, che non cessavano di piangere e di stringere al seno i loro bambini. Era una scena talmente commovente che Redolfi e io, mentre stavamo al balcone ad osservare, non potevamo fare a meno di commiserare quegli infelici e piangere con loro. Quando la lunga fila di quei poveri carriaggi, di quei vecchi ammalati, bambini e mamme, stava lentamente avviandosi verso un loro destino incerto ed ignoto e quella faticosa lentezza sembrava ostentata e probabilmente voluta, come di chi non riesce a distogliere lo sguardo, i pensieri, il cuore dalle cose che gli li sono state immensamente care, ecco improvvisamente uscire dalla caserma, come forsennato e con la sciabola sguainata, il summenzionato gendarme e lo sentiamo gridare come inferocito: “Via di qui: spioni, ladri, figure sporche di vermigliani! Avete fatto la spia, per troppo tempo!Via, via se non volete provare l'acciaio della mia sciabola!”
Quella povera gente intanto si avviava verso il suo fatale destino, senza reazioni, senza parole ma con una enorme amarezza in cuore. Io e il collega Redolfi, assistemmo angosciati a quel tristissimo esodo mandando in cuor nostro un mondo di imprecazioni al gendarme inumano. A poco a poco la colonna di profughi scomparve alla nostra vista, ma la mia mente ebbe presente per giorni l'immagine di quei poveri migranti che con i loro piccoli involti, contenenti lo stretto necessario, se ne andavano verso Vienna, nel campo di concentramento di Mitterndorf … Le infinite miserie per fame, malattie e maltrattamenti furono tali che ben cinquecento e più non fecero più ritorno e quando finalmente dopo oltre tre anni venne il giorno tanto atteso della pace, quelli di Cortina e Pizzano trovarono le loro case semidistrutte dalle fiamme... ..."


Il forte “Barbadifior” si raggiunge salendo da Peio Terme in automobile in direzione del Fontanino, per circa un chilometro, fino al parcheggio di Malga Termenago Bassa (o Frattasecca) e proseguendo poi a piedi per un brevissimo tratto fino ad imboccare sulla sinistra la stradina che scende dapprima fino al torrente Noce per poi salire sull’altura fortificata (tempo di percorrenza a piedi circa 30-45 minuti).