A "Bon" di buon mattino






Di buon mattino, lasciata l’automobile in “Val Piana” di Ossana, mi incammino verso la zona di Bon. Le cime di fronte, il “Giner” (“Pale Perse”) e il “Corno di Bon”, già risplendono, illuminate dal sole di questa limpida giornata. Ma, sul fondovalle, mi trovo ancora immerso in umide e fredde ombre, le stesse che solitamente precedono l’alba. Conosco il percorso ma la segnaletica della SAT non mi lascia comunque incertezze  nell’imboccare correttamente il sentiero che, dapprima largo e comodo si fa presto stretto, sconnesso e a tratti anche alquanto ripido.









Procedo lentamente, ai piedi dei “Crozi dei Meoti”, sul versante destro del “Rio Foce”, tra la fitta vegetazione, a tratti arbustiva e a tratti arborea e tra le alte erbe fradice di rugiada che cingono il sentiero e che mi inzuppano pantaloni, calzettoni e scarponi…









Finalmente sbuco  in “Anziana”, stretta, bella vallecola incuneata tra alte pareti rocciose. Avanzo tra i ripidi versanti, lungo il torrente zigzagante e tumultuoso, accanto a una rada fustaia di picea e larix, con sullo sfondo svettante e splendente la cima del “Corno di Bon”, su di un sentiero appena percepibile nell'ombra del pascolo.











Proseguo in salita e in breve raggiungo la conca di “Bon”. Fa freddo. L’erba negli avvallamenti più profondi è trapuntata di brina. Tra le anse del torrente e tra i grossi massi rocciosi si distende il pascolo, ricco di svariate essenze in fiore. Fanno da corona le cime ancora parzialmente innevate del gruppo delle “Pale Perse” e i monti di “Venezia Alta”.











La zona illuminata dal sole si amplia a poco a poco e lentamente si allunga anche sulla piana di "Bon". La brina si squaglia e i fili d’erba, le foglie e i fiori si rivestono di mille minuscole gocce luccicanti…







Per chi volesse proseguire e inoltrarsi nel regno del camoscio la segnaletica indica due possibili alternative. Sulla sinistra verso “Caldura” (il bel bivacco da poco ristrutturato non esiste più, è stato asportato dalla valanga) e poi eventualmente più avanti, su verso il “Passo di Cagalat” o verso le pendici del “Giner” dove nella lontana vigilia di Natale del 1956 si schiantò un aereo (a Ossana, sul Colle Tomino, presso la chiesetta di S. Antonio, un piccolo monumento ricorda le vittime di quell’evento). Sulla destra verso il pianoro di “Venezia” con i suoi laghetti e a proseguire verso il “Passo Scarpacò” e la “Val Nambrone” o su in “Venezia Alta” al “Bivacco Jack Canali”e alla “Forcella di Venezia” e infine, ma solo per i più allenati e spericolati, lungo il ripido canalone che conduce al “Bochet dell’Omet” e a discendere al “Lago Piccolo” (o della “Ste”) e a quello di “Barco”.

E appunto lungo il sentiero sulla destra, che conduce in “Venezia”, intendo andare avanti, per qualche centinaio di metri, fino a raggiungere il bivacco da poco realizzato: il “Bait de Bon”. E’ però necessario oltrepassare il torrente saltando di sasso in sasso... ma la portata d’acqua è eccessiva per lo scioglimento dell’ultima neve sulle cime circostanti. E’ un azzardo, posso cadere e distruggere l’attrezzatura fotografica. Meglio rimandare a quando il torrente sarà in magra… E' giunta l'ora del rientro. Per la stessa via, discendo in "Anziana" e quindi giù e giù, lentamente, fino in "Val Piana".


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Il video (che si trova anche in YouTube in versione integrale e a migliore risoluzione) racconta una escursione di qualche anno fa al bivacco di Caldura, bivacco non più agibile perché gravemente danneggiato dalla valanga.

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