Alla scoperta del nuovo bivacco al lago di Barco


Non potevo proprio farne a meno Non potevo fare a meno di salire ancora una volta in riva al Lago di Barco. Troppa era la curiosità. E questo nonostante l'età e soprattutto nonostante un ginocchio e un piede alquanto malconci.



Qualche settimana prima era stato inaugurato in pompa magna un nuovo bivacco al Lago di Barco. Dovevo andare a curiosare. Un nuovo bivacco! Un'opera importante, realizzata dal Comune di Vermiglio... questo avevo letto su qualche quotidiano locale. Un baito tutto nuovo in sostituzione del vecchio e ormai cadente baracchino realizzato nei lontani anni 70' (se ben ricordo) da un gruppo di volonterosi giovani di Ossana. Meritoriamente realizzato se non fosse stato pizzato lì del tutto illegalmente... senza alcuna autorizzazione. Ma erano altri tempi... In quel baito ho trascorso più notti, notti insonni, e in altre occasioni, durante il giorno, vi ho trovato rifugio durante il temporale. Bei ricordi.



Ma veniamo a questa mia escursione al Lago di Barco che ho portato a termine con due amici, amici altrettanto curiosi.

Siamo saliti partendo da Ossana seguendo il tradizionale itinerario che ha inizio da quel paese, ValPiana, Malga Dos, Lagheti, “el Lac” (la nostra meta il Lago diBarco). Un percorso che non sto qui a descrivere avendone già abbondantemente “detto” in altri miei post. Mi limito ad invitare chi mi sta leggendo a guardare le foto che ho scattato durante l'ascensione, soprattutto al Dos e ai Lagheti, i due siti paesaggisticamente più interessanti dove ci siamo brevemente riposati.



Superato l'ultimo ripidissimo e accidentato tratto finale che sale dai Lagheti, emergiamo dal bosco sopra il lago, in alto, sulla bassa altura che sovrasta le acque. In piedi, stanco e ancora ansimante mi guardo attorno, soddisfatto di poter ammirare ancora una volta quel luogo che ho tanto amato. Ed ecco che subito mi appare, poco più i basso, un nuovo edificio, proprio lì dove c'era il vecchio, piccolo baito. E' il nuovo bivacco. Sono sorpreso... una sagoma decisamente più vistosa rispetto a quanto supponevo, soprattutto al confronto con quella della vecchia rustica costruzione.



Quello che, di primo acchito, mi colpisce particolarmente sono le due falde del tetto, che viste dall'alto mi appaiono ampie a dismisura, eccessive... probabilmente sono state così previste per ben proteggere la struttura sottostante, per impedire alla neve invernale di addossarsi alle pareti di legno danneggiandole. Ma questa è una considerazione a cui giungerò più avanti dopo aver considerato per bene i pro e contro di questa realizzazione. Certo è che, sempre a prima vista, oltre che sorpreso rimango alquanto sconcertato. Mi sembra un baito troppo grande, troppo massiccio, troppo appariscente... poco compatibile con il silvestre ambiente d'alta quota in cui dovrebbe integrarsi. Una valutazione troppo severa? Mi rendo subito conto di quanto il mio giudizio possa essere influenzato dall'incancellabile immagine di come quel sito mi appariva al mio arrivo, spuntando dal sentiero che sale dai Lagheti: il lago con il piccolo vecchio baito che lo sovrastava senza dominarlo, una realizzazione non impattante, piccola, umile, scura come le cortecce dei larici che la circondavano.



Ben si sa: assuefarsi ad una novità richiede sempre del tempo... Mi avvicino per meglio osservare questo nuovo bivacco. Costruzione curata, senza alcun dubbio molto solida, robusta, durerà sicuramente a lungo, decenni se non secoli... Vi entro. L'ambiente è spazioso, fin troppo in relazione ad un arredo essenziale, probabilmente da perfezionare. Mi sembra indispensabile un parapetto sul bordo del soppalco dove si può pernottare (ma anche precipitare). Eventualmente anche da riposizionare la scala per accedervi.



Manca l'illuminazione elettrica (fotovoltaico) ma quassù non mi sembra un grosso problema. Manca l'acqua e questo invece mi sembra davvero un problema. D'altronde l'acqua disponibile nei dintorni è solo quella del lago e dei suoi lontani immissari (acqua sicuramente non potabile).

Ricordo che in tempi assai lontani quando serviva si andava a prendere l'acqua a poca distanza dal baito, sulla sua sinistra guardando il lago. Si scendeva e si risaliva brevemente. Sul pendio erboso scaturiva una vena d'acqua, fresca e almeno apparentemente pulita. Ma si sarà trattato di una sorgente perenne o temporanea? Non lo so dire. Io lì l'acqua l'ho sempre trovata.



Meglio sarebbe stato poter realizzare questo baito nei pressi di quella sorgente se veramente esistente e utilizzabile (pericolo valanghe permettendo) Oltretutto sarebbe stato posto anche una posizione più defilata, paesaggisticamente meno impattante.



Sì perché questo bivacco alla fin fine, non mi ha del tutto convinto. Lo trovo alquanto sovradimensionato per un sito come quello in questione. A parer mio le sue dimensioni (l'altezza in particolare), contrastano con un armonico inserimento nel contesto del Lago di Barco ed in particolare della boscosa altura che sovrasta le acque. E' un bivacco che visto frontalmente si potrebbe assimilare più ad un rustico villino vista lago da affittare a dei turisti che quello di un ricovero di alta montagna. Sarà per la lucentezza dell'appena fatto, sarà per quelle due ampie e civettuole finestre trapezoidali poste in alto sulla facciata principale... ma a me questo bivacco, non è parso nell'insieme del tutto appropriato alla silvestre orlatura del Lago di Barco. Naturalmente queste sono valutazioni del tutto soggettive...



Ma poi, una struttura così “importante” a beneficio di chi? Forse di quei pochi che dopo avervi pernottato imboccano il sentiero che porta al Lago Piccolo (unico sentiero segnato che si stacca da questo sito) o forse di qualche appassionato di pesca al salmerino che intende prolungare il suo diletto sia al crepuscolo che all'aurora o, infine, più probabilmente, di qualche autunnale cacciatore di cervi o camosci, da solo o in ristretta compagnia... Insomma era proprio necessario assemblare una struttura così grande? Non era sufficiente, realizzarne una meno costosa e probabilmente paesaggisticamente più consona alla località? Pensare ad un baito-rifugio più piccolo, dimensionalmente più modesto seppure altrettanto solido e durevole?



Ma bando a queste ormai inutili considerazioni. E' giunta l'ora di pensare al rientro. Si decide di cambiare, almeno parzialmente, l'itinerario del ritorno rispetto a quello dell'andata. Si discende lungo la valle di Barco per il sentiero solitamente più frequentato e meglio tenuto fino ad incontrare la strada forestale proveniente da Volpaia di Vermiglio. Una sosta accanto al bizzarro Baito di Barco, privato, non aperto al pubblico, e si riprende il cammino attraversando il bosco su di un viottolo tracciato da poco e poi su strade forestali, fino ai Bui nei pressi di Malga Dos. Malga che raggiungiamo prima di ridiscendere definitivamente a valle sul percorso dell'andata.



In “Google Foto” trovi tutte le foto dell'escursione, quelle degli interni del bivacco e alcune panoramiche.


Mucche al pascolo in Val Piana

 


Val Piana: come dice il suo nome è una (minuscola) valle pianeggiante. Si trova a monte dell'abitato di Ossana. E' tenuta a pascolo e i suoi ripidi versanti sono ricoperti di conifere: abete rosso, larice e in minor quantità abete bianco. La si può raggiungere anche in automobile percorrendo una strada, recentemente sistemata e resa più agibile e sicura (1,5-2 Km), che, attraversata la periferia del nucleo abitato (sui primi pendii della montagna), si inoltra nel bosco per uscirne solo a meta raggiunta. Personalmente preferisco salirvi a piedi per il “Sentiero della lec” che in una quarantina di minuti porta all'imbocco della Val Piana attraversando degli ambienti molto particolari che meritano veramente di essere esplorati. Questo suggestivo percorso è descritto in alcuni post di questo mio blog: ( 4 passi in Val di Sole: Sul sentiero della "lec"  -  4 passi in Val di Sole: "El sinter de la lec" ).



Io sono amico della Val Piana. Da sempre. Ma dire che mi sento amico di questa piccola valle è alquanto riduttivo. Alla Val Piana io voglio veramente bene... ne sono innamorato. Sono moltissimi i ricordi di gioventù che ad essa mi legano. Ora, durante la mia terza età, anche per rinverdire le riminiscenze d'altri tempi, la visito ancora, spesso, parecchie volte all'anno. Però, a differenza di ieri, adesso vi salgo soprattutto durante le “belle stagioni”, le stagioni di mezzo, la primavera e l'autunno quando il bosco. il pascolo, il fondale montagnoso, si vivacizzano, si tingono a festa. E in Val Piana, nonostante i cambiamenti degli ultimi decenni, trovo ancora un ambiente complessivamente integro, sostanzialmente non urbanizzato... scorgo ancora l’impronta di un paesaggio antico, ricco di prati ancora ben tenuti dove in estate pascolano numerose le mucche, condotte all'alpeggio, a monticare la malga... proprio come in passato, come nel “tempo che fu”.



Comunque credo di non essere il solo a bearmi alla vista del bucolico ambiente della Val Piana. Sono ormai molte le persone che cercano siti integri, non omologati alle sirene dello sfruttamento turistico intensivo, che prediligono zone come la Val Piana dove l'approccio all'accoglienza avviene all'insegna della sostenibilità ambientale... come, così almeno a me sembra, siano sempre meno i turisti che in inverno cercano esclusivamente la montagna contraffatta, trasformata in un luna park dai giostrai degli impianti a fune, la montagna della neve programmata ovunque e comunque... Ma forse qui mi sto illudendo... probabilmente si tratta solamente di un mio desiderio...



Sì, perché non riesco a non sperare che il buon senso prevalga... che, anche alla luce di un cambiamento climatico sempre più evidente, si interrompano o quantomeno si limitino fortemente gli interventi di “snaturamento” della natura, quelle deleterie invadenze che hanno costantemente caratterizzato gli ultimi decenni sacrificando la montagna sull'altare dell'interesse economico immediato. Che prevalga finalmente un rispettoso connubio tra ambiente e insediamento umano a fini turistici... che, dove possibile, l'esercizio del turismo si integri maggiormente con le tradizionali attività agro-sivo-pastorali e artigianali della zona puntando ad uno sviluppo sostenibile non dettato esclusivamente dalle mode o dalle manie del momento. Che si punti ad una crescita forse, più contenuta, ma sicuramente più duratura, stabile e diffusa.



E' quanto, da tempo, si sta facendo in Val Piana. Attualmente vi si fa un turismo soprattutto estivo. Un turismo di buon richiamo che può, per molti aspetti, rappresentare, nel suo piccolo, un esempio per altre località di come “fare turismo” senza devastare il sito in cui si opera. Un esempio di come “fare turismo” nel rispetto del paesaggio e più in generale dell'ambiente in cui si opera. Val Piana, pur attirando numerosi visitatori, si è infatti conservata sostanzialmente integra nella sua antica veste agreste e questo contrariamente a quanto è accaduto ad altri analoghi vicini siti di montagna, siti eccessivamente antropizzati, talvolta urbanizzati in modo speculativo o quantomeno disordinato per non dire selvaggio... siti che in nome di un momentaneo vantaggio economico e di una confusa visione del progresso sono con buone probabilità destinati a produrre, nel medio e nel lungo periodo, più svantaggi che vantaggi.



Le mucche al pascolo sui prati della Val Piana (da me riprese verso a fine della stagione estiva in un ambiente ormai quasi privo di visitatori) assieme alla malga, che le accoglie (malga che per l'ospite è luogo di ristoro e di acquisto di prodotti caseari) si possono, in questo caso, considerare l'emblema di un turismo non imposto da mode passeggere, di un turismo non invadente che non distrugge l'ambiente, anzi, lo conserva e, se ben interpretato, lo può pure notevolmente valorizzare...



Trovi tutte le foto in Google Foto


Da Ossana al “Bosco Derniga” per il “Sentiero dello gnomo Ginerino”

 


Della località Derniga, di alcuni aspetti del suo bosco e dell'interessante e ben tenuto giardino botanico che vi si trova (un'oasi sensoriale e didattica e ricavata all'interno di un vivaio forestale da tempo abbandonato) ho già ampiamente detto e illustrato in altri miei post ( 4 passi in Val di Sole: L'orto botanico in Derniga - 4 passi in Val di Sole: Il bosco degli equiseti in Derniga ) 

Del come si raggiunge questo sito partendo dal paese di Ossana finora non ho invece scritto nulla, ed è proprio a questa carenza che intendo sopperire con questo mio post.




Indipendentemente da quanto qui racconterò, faccio comunque presente, se mai ce ne fosse bisogno, come sia sufficiente una rapida ricerca in internet per venire a conoscenza dei più comuni percorsi che da Ossana, il paese del bel castello di San Michele, conducono in Derniga.

Nei siti che ho consultato ne ho individuati tre. 

Riassumendo:

  • il percorso più consueto denominato “Dei muschi e dei licheni” coincide con l'ampia strada sterrata che collega Ossana alla Derniga;

  • il pianeggiante ”Sentiero dei Portini” che si inoltra nel bosco partendo dalla strada che sale in Val Piana alcune centinaia di metri oltre il paese;

  • infine il più ripido “Sentiero dei sensi” che partendo dalla piazza S. Vigilio sale alla vecchia canonica, attraversa il “Giardino dei sensi” e infine si inoltra nel bosco.




Ma veniamo all'individuazione e alla descrizione del percorso da me praticato.

Trovandomi nei dintorni di Ossana (...quattro passi di fine di agosto) sono stato attirato (per l'ennesima volta) dal grande pannello che, sulla strada di Val Piana, poco a monte della chiesa di Ossana, indica l'imbocco di un sentiero, il “sentiero dei Maseri” ribattezzato “Sentiero dello gnomo Ginerino”. Un sentiero mai praticato prima che, dopo molte esitazioni, mi sono finalmente deciso a percorrere... a imboccare si può ben dire quasi controvoglia... facendomi forza...




Facendomi forza... Sì perché, pur sapendo da tempo della sua esistenza, finora mi ero sempre rifiutato di percorrerlo. Ero soggiogato da una mentale resistenza ad affrontare un sentiero “addomesticato”... un itinerario che immaginavo ben “apparecchiato”, pieno di nanetti di legno (ma chissà, forse pure di gesso o di plasticaccia) posti lì per allettare lo sfortunato viandante. Un sentiero che supponevo analogo a quegli orribili giardinetti kitsch, abitati dai sette nani di Biancaneve, che ancora, di tanto in tanto, capita di vedere. Questo pensavo e soprattutto temevo....




Ma mi sbagliavo. Il sentiero si è rivelato innanzitutto molto più panoramico di quanto mi attendessi, e di gnomi, esclusivamente scolpiti nel legno, ne ho sì incontrati alcuni m, pochi in verità e non esageratamente impattanti e quindi non particolarmente molesti. Solo delle artigianali e rustiche sculture sicuramente paesaggisticamente meno fuori luogo in quel contesto boschivo di altre umane realizzazioni che costellavano la parte intermedia e finale di quel sentiero. Mi sto riferendo a quei pilastrini e a tutti gli altri vari manufatti in legno (con funzione per lo più didattica) che riportano i QR code di un gioco interattivo: il tecnologico percorso “Raimondo la volpe giramondo”, percorso che si sovrappone al “Sentiero dei sensi”, uno dei tre itinerari visti in internet di cui ho scritto più sopra.




Troppi percorsi... percorsi che confluiscono, si intrecciano, si sovrappongono... Il mio racconto si fa inevitabilmente confuso, aggrovigliato come i sentieri di cui parla.

A questo punto si rende inevitabile cercare di meglio comprendere lo sviluppo dei vari percorsi e, per quanto possibile, fare un po' di chiarezza. Una cosa è certa: il sentiero che ho imboccato, il “sentiero dello gnomo Ginerino” sale nel suo primo tratto (con le sue sculture in legno) quasi parallelo al “Sentiero dei sensi” per poi, più avanti, dopo aver seguito il confine della proprietà prativa della vecchia canonica, intercettarlo e fondersi in esso. Ed è da questo punto in avanti, immersi nel bosco di abeti, che oltre agli gnomi si iniziano ad incontrare i QR code del percorso “Raimondo la volpe giramondo”. Codici di un gioco didattico (quiz e indovinelli) posti lì per quei bambini che anche in vacanza restano degli irriducibili amanti della tecnologia, ma che, si auspica, siano pure molto desiderosi di apprendere qualcosa in più sui boschi della Val di Sole.




Insomma il sentiero che ho scelto si è rivelato particolarmente affollato... percorsi che si incrociano, si incontrano e si sovrappongono... sculture di gnomi, strutture didattiche in legno, di varia genere e natura, riportanti o meno i codici per i racconti della volpe Raimondo o per il Biorienteering, ... non si può negare che lungo questa passeggiata non abbia incontrato un notevole affollamento (purtroppo non di umani...) per non dire una certa confusione...




Una confusione comunque tutto sommato accettabile se utile ad attrarre visitatori, soprattutto famiglie con bambini interessati a conoscere meglio l'ambiente nel quale si trovano immersi... e soprattutto a concludere la loro passeggiata nel giardino botanico del bosco Derniga, ricco non solo di pannelli didattici ma anche di numerose postazioni che permettono di scoprire, utilizzando i cinque sensi, molti aspetti, particolarità e curiosità dell'ambiente boschivo dei dintorni.




Ciò detto... ... ho comunque scelto per il ritorno un percorso meno “animato”: sono sceso per la strada forestale (il percorso più tradizionale ora denominato “Percorso dei muschi e dei licheni”) ricollegandomi all'itinerario scelto per la salita solo in basso, poco sopra il paese. Solo all'altezza della località Belvedere che sovrasta Ossana ho infatti imboccato un panoramico sentierino che, mi ha ricondotto poco sopra la vecchia canonica, al “Sentiero dello gnomo Ginerino” o, a scelta, al più diretto “Sentiero dei sensi”.



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