Foschie mattutine sull'ontaneta di Croviana

Dense nebbioline al sorgere del sole lungo le ripe del Noce







E' una serena mattinata di luglio. Il sole sfiora ormai gran parte della valle quando percorro in auto l'ultimo tratto di strada statale che discende verso Croviana. Osservo il paesaggio alla mia destra, oltre la pianeggiante distesa di prati, per individuare la meta del mio peregrinale, l'ontaneta lungo le sponde del Noce. E la scorgo in lontananza, bella e suggestiva, immersa com'è nella foschia del primo mattino che si leva e si espande al calore dei primi raggi del sole...




Ma la nebbiolina si dirada rapidamente e, raggiunto il vicino parcheggio in prossimità del vecchio mulino del paese, ristrutturato e adibito Museo dell'ape (Mmape), la bruma è quasi scomparsa e non avvolge più il selvatico bosco che adorna le ripe del fiume... Siamo in piena estate, il sole, anche se è ancora basso, picchia forte, riscalda rapidamente la vegetazione e in breve asciuga la rugiada e l'umidità della notte.


E' la prima volta che visito questo sito che si estende per alcuni ettari su ambedue le sponde del fiume Noce, che qui scorre placido ai piedi del versante destro della Valle all'altezza dei paesi di Monclassico e Croviana. Si tratta di un biotopo di notevole interesse naturalistico che già da alcuni anni fa parte della rete europea delle aree protette (“Progetto Natura 2000” - ZSC-Zona Speciale di Conservazione - con codice sito IT 3120117 e denominazione “Ontaneta di Croviana”). Nel 2013 i ricercatori del MUSE - Museo delle Scienze di Trento) ne hanno evidenziato le notevole valenza ambientale individuando e classificando le numerosissime specie animali e vegetali che lo popolano, tra cui alcune rare e addirittura in pericolo di estinzione.






Zona quindi di grande pregio, una delle poche zone umide di fondovalle ancora presenti in Val di Sole, sito importante per la salvaguardia della biodiversità, per la conservazione della vita naturale primigenia nell'ambiente ripario e paludoso.



Non conosco la località, non conosco le stradine e i sentieri che la percorrono penetrando o costeggiando l'ontaneto... Procedo comunque, a casaccio, risalendo il Noce sulla sua sponda destra, sostando di tanto in tanto per osservare la vegetazione e dove è possibile il fiume che in questi giorni è particolarmente ricco d'acqua. Il bosco è impenetrabile, ricchissimo di specie arboree, cespugliose ed erbacee, non solo di ontani bianchi ( l'Alnus incana da da cui il biotopo prende il nome), ontani che qui comunque trovano un ambiente umido, particolarmente adatto alla loro riproduzione e sviluppo.





Non sto ad elencare tutte le specie che sono riuscito ad individuare e riconoscere. Salendo per alcune centinaia di metri a monte dell'ontaneta per osservarla dall'alto ho attraversato anche formazioni forestali ben diverse passando da un'arida pineta di pino silvestre ad un bel bosco di faggio ed abete...




Poi ridisceso sul fondovalle, al confine occidentale dell'ontaneta, ritrovo nuovamente la sottile nebbiolina che tanto mi aveva affascinato osservando il biotopo da lontano... Una foschia leggera che a tratti si fa però nebbia densa e che si leva dalle erbe del prato al margine dell'intricata vegetazione arborea ed arbustiva della selva. Ma non solo, sale anche dalla stessa macchia boschiva qui molto più fresca, umida e in parte paludosa.





Alcuni aironi cenerini si alzano in volo, sorvolano la zona e infine si posano sulle cime degli abeti che dominano l'ontaneta dal versante della valle. Il sole è già alto ma solo ora occhieggia di tanto in tanto anche su questo sito spuntando lentamente tra le conifere del ripido costone della montagna sovrastante.





E così la luce inonda a poco a poco tutta questa ombrosa, pianeggiante località accendendo di mille minuscoli balenii l'erba bagnata del prato. Sono mille gocce d'acqua che risplendono sugli steli e sulle foglie brillantemente verdi sullo sfondo ancora scuro e opaco dell'ontaneta velata dalla nebbia.





E i raggi del sole calano a poco a poco anche sulla selva scura, bucano la bruma, impattano sulle chiome frondose e sui i rami e i tronchi rinsecchiti degli alberi morti ma ancora ben eretti: scheletri che proiettano le loro ombre inquietanti sulle cortine di nebbia che si levano loro davanti, fitte e opache, dal margine del prato...




Paesaggio unico, scenario in controluce, fatto di ombre profonde e luci vivide, di velature leggere e patine dense che rendono veramente difficile la restituzione fotografica... non però l'archiviazione nell'album della memoria assieme ai paesaggi più interessanti e particolari finora "immagazzinati".
Ma a poco a poco la nebbia si dirada, la vegetazione si asciuga e il magico incanto svanisce.




Riprendo il cammino, passo oltre, iniziando il percorso di ritorno sulla sponda sinistra del Noce imboccando la pista ciclabile che seguo sostanzialmente fino al parcheggio nei pressi del Mulino Museo dell'Ape. Purtroppo sono rari i punti in cui riesco ad avvicinarmi alle acque del fiume, sono veramente pochi, perché la fitta vegetazione che lo costeggia risulta impenetrabile, quasi una minuscola, intricata foresta vergine al confine dei prati coltivati.





Una selva che osservo con curiosità, cercando di classificare le piante che la compongono e gli uccelli che la abitano. Una fitta selva incolta, abbandonata a se stessa, che altrove è ormai quasi impossibile trovare nei nostri territori così antropizzati.



Un raro biotopo giustamente protetto come forse lo potrebbero essere anche altre formazione boschive in Val di Sole, che, se anche non così preziose e antiche, andrebbero comunque rispettate abbandonandole al lavorio della natura senza interventi umani che, in taluni casi, in verità sporadici (e non sempre negativi), addirittura le riconducono forzatamente ad un passato non più attuale, distruggendole e ripristinando un paesaggio rurale bene o male superato dai tempi nuovi, e pertanto, come tale, poco utile e difficilmente gestibile e conservabile.



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