Alla scoperta delle miniere perdute

Sulla montagna di Comasine in Val di Pejo tra storia e natura

L'insieme della zona mineraria di Comasine è ben individuabile dalla strada provinciale della Val di Pejo: si estende sui due versanti della vallecola che scende dal Boai sulla destra della isolata chiesetta di Santa Lucia.

Ricordi. Ricordi molto lontani di quando, bambino e poi giovane adolescente, osservavo con interesse e una certa trepidazione la calata nella vallata di un pesante contenitore metallico dai monti di Comasine, i monti delle antiche miniere di ferro. Era il contenitore usato per il trasporto dei preziosi ciottoli scavati nelle rocce del Boai. Benna ben appesa al carrello che scorreva lento sulla fune portante della teleferica. Scavalcava la profonda incisione del Noce e raggiungeva la stazione di valle dove riversava il suo carico nella tramoggia metallica posta sul bordo della strada principale a poca distanza da Celledizzo. Era un carico gravoso, era ferro, magnetite estratta nelle profonde gallerie che perforavano i ripidi costoni del versante destro della Val di Pejo.




Io mi avvicinavo ai vent'anni, era il 1967, quando quelle miniere vennero dismesse, chiuse ed abbandonate definitivamente. Il carrello si fermò per sempre, l'acrobatica teleferica venne pian piano smantellare e, in seguito, con il sopraggiungere del cosiddetto “progresso”, con la rapida virata dell'economia della valle da agro-silvo-pastorale (ed estrattiva) a prevalentemente turistica, della antica zona mineraria di Comasine si sentì parlare sempre meno...
Alcuni anni dopo discendendo a rotta di collo dalla Val Comasine, tagliando per scorciatoie e sentierini appena visibili dopo aver conquistato la Cima Boai, mi ritrovai, in quella che fu una delle zone di estrazione del ferro. L'erto terreno era costellato da anomali rilievi e da strane depressioni, risultato, gli uni del deposito di materiale e le altre dell'imbocco, non più visibile, di una galleria o del suo cedimento oppure, forse, di uno scavo o sondaggio superficiale. Avevo, del tutto casualmente, “scoperto” uno dei siti minerari sulla montagna di Comasine. Non potevo certo riprendere la discesa senza un piccolo souvenir. Cercai frettolosamente, rovistai tra i pesanti sassi sparsi ovunque, trovai e raccolsi un piccola pietra luccicante di minerale ferroso... poi, esausto per la lunga camminata, mi feci coraggio e, dopo la breve pausa, ripresi la calata verso il fondovalle.
Da alcuni anni (in realtà da parecchi anni ma a me sembrano pochissimi, mi sembra solo ieri...) è possibile raggiungere la zona mineraria percorrendo in automobile (o a piedi cosa che sempre preferisco e consiglio) la comoda ma lunga e stretta strada forestale che sale alla malga di Val Comasine. La strada costeggia infatti e in parte mi sembra che attraversi quello che fu uno dei principali siti di estrazione del materiale ferroso, probabilmente quello stesso sito che molti anni fa “scoprii” del tutto involontariamente. Delle insolite cavità, degli inconsueti avvallamenti, delle inattese piazzole, degli strani depositi di materiale sassoso nel bosco fitto segnalano la presenza del bacino minerario. Questo ad iniziare dal tornante che precede di poche decine di metri il divieto di proseguire oltre con l'automobile, se non, durante la stagione estiva, per raggiungere la malga di Val Comasine e lì parcheggiare.
Qualche giorno fa ho voluto percorrere ancora una volta questa strada a monte di Comasine. Il sole illuminava appena il dintorni di Ossana, laggiù nel lontano fondovalle, quando mi lasciavo alle spalle la strada asfaltata e la chiesetta di S. Lucia che fu tanto cara ai minatori. Ancora un'oretta di cammino tra boschi e prati in fiore e mi ritrovai alla base della zona mineraria ben segnalata da un tabella illustrativa collocata qualche anno fa dall' Ecomuseo della Val di Pejo. Era mia intenzione esplorare il sito cercando di individuare l'entrata di qualche miniere ma la vista di un recentissimo crollo che aveva aperto una profonda voragine ai margini di un sentiero mi fecero desistere. La prudenza innanzitutto. Così mi limitai a seguire altre indicazioni poste recentemente che mi consentirono di raggiungere in piena sicurezza l'imbocco di due gallerie, quella della miniera S. Barbara (se non erro) e quella, posta poco più in alto di S. Luigi.



Era evidente che le due gallerie, in particolare la seconda, erano state oggetto di alcuni recenti lavori di ripristino. Questi interventi avrebbero dovuto consentire l'esplorazione dell'intera miniera e la sua riapertura al grande pubblico e alle scolaresche per delle visite guidate. Così evidentemente non è stato: i due imbocchi risultavano sbarrati da una solida inferriata. Mi è poi stato riferito che i lavori erano stati interrotti quasi subito per i crolli, per le difficoltà incontrate nel rendere sicuro l'accesso ai tunnel e quindi per i costi eccessivi che la riapertura della miniera avrebbe comportato.



Purtroppo, come già ho constatato in altre analoghe situazioni, i denari per finanziare progetti importanti di salvaguardia o il recupero del patrimonio storico, culturale e artistico locale non si trovano o comunque vengono centellinati mentre per interventi di altra natura (particolarmente interventi finalizzati all'incentivazione del turismo soprattutto invernale, interventi definiti “sostenibili” ma della cui reale sostenibilità, non solo ambientale, nutro spesso seri dubbi), si trovano immediatamente e solitamente sono molto copiosi...


Così facendo delle antiche miniere di Comasine scomparirà anche il ricordo. Tra qualche decennio chi si rammenterà più delle vecchie gallerie, chi saprà più indicare la loro ubicazione, determinare con certezza la loro entrata? Chi si rammenterà più dell'attività estrattiva e della fusione del minerale che contrassegnarono per secoli (sicuramente dal 1300 in poi) la vita dell'alta valle, il suo sviluppo demografico, economico e sociale. Chi saprà più individuare nell'attività di trasporto del minerale ferroso l'origine di toponimi quali la “Via delle Ferrére” o la “Strusa”, chi conoscerà l'origine del minuscolo aggregato di edifici denominato “Forno di Novale” (dove fino al 1954 ancora esisteva il vecchio altoforno)...


Chi mai saprà che la lavorazione del ferro fu la causa della nascita e dello sviluppo di un intero centro abitato, il paese di “Fucine”, la “Villa nova Fucinarum” sorta dal nulla sulle rive del torrente Vermigliana le cui acque fornirono per secoli la forza motrice ai magli delle sue officine? Chi potrà mai immaginare che il periodo di maggiore ricchezza e splendore del castello di San Michele a Ossana fa legato alla fusione e alla lavorazione del ferro estratto in quel di Comasine? Chi, camminando sui boscosi versanti della valle, saprà fornire una qualche spiegazione sull'origine delle “ajàl”, le numerose piazzole nere di carbone, che andrà via, via incontrando?


Ricordi, conoscenze, informazioni che si vanno e si andranno sempre più perdendo... e che se non fosse per la benemerita opera di una associazione che da alcuni anni opera in Val di Pejo e per l'attività di ricerca e divulgativa di qualche (o solo uno?) appassionato studioso già si sarebbero perse...
Io non sono certamente uno studioso e lungi da me l'idea di iniziare un'indagine sul campo o quantomeno una ricerca di quegli antichi documenti di cui qualcuno assicura la sopravvivenza ma che sono dispersi chissà dove. Documenti che potrebbero meglio chiarire le storiche vicende delle miniere di Comasine approfondendone gli aspetti più antichi e ancora nebulosi.

Sicuramente mi piace conoscere, approfondire... mi limito però a recepire le informazioni che altri hanno scoperto e divulgato. Sempre. Va comunque specificato che, al di là dello studio, quello che mi piace sopra ogni cosa è immaginare, fantasticare, perdermi con la fantasia nel passato risalendo mentalmente molto indietro nel tempo... sognare ad esempio l'alta valle tutta ammantata da foreste vergini (foreste, poi, molto più tardi, quasi interamente abbattute per ricavare il carbone indispensabile alla fusione del minerale ferroso). Immaginare una vallata colonizzata da pochi umani primitivi ma già in grado di estrarre e fondere il minerale ferroso.. per ricavarne armi e utensili... o semplicemente per barattarlo con altri beni...




Solo fantasticherie, le mie, solo bizzarre costruzioni mentali che si perdono in quel remoto periodo di cui nulla si conosce, di cui nulla o quasi nulla è rimasto o è stato finora rinvenuto. Sembra infatti impossibile, almeno per ora, datare scientificamente l'epoca nella quale l'uomo della Val di Sole iniziò ad estrarre il ferro sulla montagna di Comasine. Si può solo ipotizzare o, nel mio caso e solo nel mio caso. viaggiare piacevolmente e a lungo sulle onde dell'immaginazione... sulle ali della fantasia...


In rete si trova un prezioso documento dal titolo “Le miniere di Comasine - appunti” a cura di Romano Sonna. In rete c'è ben poco altro.


Tutte le foto dell'escursione in “Google Foto


1 commento:

Nicola aa ha detto...

Buongiorno,
Umberto Il comune di Peio grazie al progetto Leader ha provato a riaprire le due miniere presentate da te nel dettaglio. il budget poco superiore ai 100.000 € ha permesso solo l'apertura degli imbocchi e la pulizia dell'area. Per mettere in sicurezza le due miniere gli investimenti sono di milioni di € pertanto al momento l'amministrazione penso si sia fermata.

Ulteriori informazioni le trova in comune a Peio o dall'architetto Roberto Pezzato che ha progettato e seguito i lavori.

Per ulteriori info sono disponibili visite guidate alle miniere ed all'area mineraria da parte mia geol Nicola Dalla Torre
(solandro@me.co)

Distinti saluti Nicola